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<title>Indiepop.it Feed</title>
<link>http://www.indiepop.it/</link>
<description>All news concerning new albums and singles releases</description>
<language>en-us</language>
    <item>
      <title>The Indelicates: American Demo </title>
      <pubDate>Mon, 21 Jul 2008 01:10:07 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/indelicates.htm</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/indelicates/american.jpg" align="right">E così è qua che va a finire tutto l'amore, i mesi di prove e di passione sotterranea. In un album che con discreta sfacciataggine si autodefinisce "demo" pur essendo in realtà l'esatto contrario: la fotografia di un gruppo nel suo momento di massima maturità.<br/>Se come chi scrive amate da tempo gli Indelicates e la loro rude franchezza, se scorrendo la tracklist di questo disco avete pensato di conoscere già tutto o quasi beh, vi sbagliate. Qui c'è un gruppo nuovo, finalmente deciso a dare alla parte musicale pari dignità rispetto a quella lirica, e a raccogliere senza remore l'eredità di Pulp ed Housemartins.<br/>L'indelicato rock da pub/stadio assume tinte screziate senza perdere i toni epici, non tratta più la musica come ingombrante mezzo d'espressione ma ne riconosce il valore nel veicolare il messaggio con la massima chiarezza possibile. "Stars", che si veste di morbidi violini prima di esplodere in un <I>seventies rock</I> decadente, l'agghiacciante ritratto di "New Art For the People" che si fa carico dei silenzi nell'appartamento dei due <I>wannabe artists</I> con chitarra acustica, pianoforte e violino, esemplificano l'aderenza della musica alla nuda realtà del contenuto lirico, sancendo la trasformazione adulta degli Indelicates.<br/><br/>Nell'inedito contesto di un disco ben prodotto, equilibrato, attento ai dettagli, la verve polemica della band assume un aspetto sornione e a suo modo composto, eppure non meno tagliente rispetto al passato. E' come se Simon e Julia avessero indossato l'abito buono per andare a lanciare i pomodori ad una cerimonia. Loro, che protestavano contro la mancanza di cause contro cui protestare, adesso fanno i conti con la caduta dei sogni ("Better to know"), rinunciano alla facile pubblicità che un pezzo come "Waiting for Pete Doherty to Die" avrebbe generato in favore della versione speculare ma meno eclatante di "If Jeff Buckley Had Lived", e si lanciano in impietose critiche all'Inghilterra e alla sua sinistra, cui preferiscono addirittura la nuda incoscienza della <I>godless America</I> ("America"). E potrei citare ogni singola frase di questo disco perché tutto ciò che dicono gli Indelicates - ultimi rappresentanti della razza pensante in un mondo musicale motivato solo da celebrità ed ambizione - riesce a a cogliere l'essenza di un problema, è un garbato ed ostinato invito alla riflessione; ma non voglio togliere il piacere a chi fosse intenzionato a farlo.<br/><br/>E poi ovviamente il set di canzoni qui presente è talmente rodato, compiuto, maturo da annichilire l'album di debutto di ogni altra band sul pianeta in questo momento. E' in base a questa forza che "American demo" è perfetto ed indispensabile, come tutta la musica che nasce dall'urgenza di comunicare.<br/>Ma un difetto ce l'avranno? Sì: il loro sito non è firefox-friendly. ]]></description>
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      <title>Tafra: Why even bother</title>
      <pubDate>Thu, 15 May 2008 00:16:08 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/tafra.htm</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/tafra/why.jpg" align="right">"Perché preoccuparsi" è un affermazione che ben si adatta al serbo/svedese Niklas Tafra. Come un Owen Ashworth sotto tranquillanti, canta le sue canzoni pigro e annoiato, un filo di voce che esce per inerzia respiratoria.<br/>Alla nuda esposizione del piccolo, delle miserie quotidiane, alla <I>saga dello sfigato</I>, siamo abituati sin dai tempi di Jonathan Richman, ma Tafra non guarda così lontano. Discende piuttosto da Casiotone for the Painfully Alone, che ha declinato quel verbo in forma elettronica e lo ha rinchiuso tra le mura domestiche, e dal miserabilismo camp di Morrissey filtrato e tradotto dal suo compatriota Jens Lekman. Niklas ne è una versione nichilista e noncurante, che si annulla in uno <I>spleen</I> così spesso da non lasciarsi scalfire dai sentimenti. Le sue storie, strette fra il tragico e l'ironico sin quasi a sfiorare la poesia, sono narrate con un distacco emotivo che non nasconde cinismo, ma puro e semplice disinteresse. Come se riguardassero un'altra persona ed un'altra vita. "Why even bother", appunto.<br/><br/>Su basi di elettronica iterativa, che evocano fatale malinconia con semplici patterns riupetuti, Tafra snocciola surreali storie d'amore ("<I>we went back to your place, but I didn't have a condom. But I didn't really care</I>", Tired of London), di solitudine ("<I>most of my friends are imaginary, but it's you I imagine the most</I>", At the cemetery), di inadeguatezza (il dramma psicotropo "Your ex-boyfriend mp3's"), di semplice autoreferenzialità (la chilometricamente titolata "I wrote a song about a guy about a guy who wrote a song…."), e chiude con una lettera di scuse a un festival svedese al quale non ha potuto partecipare ("I'm sorry, Bräkne-Hoby")<br/><br/>In un lavoro così fortemente caratterizzato sul piano lirico è inevitabile che la musica tenda a scomparire, ma a dispetto della apparente semplicità messa in campo, tafra riesce a creare un tessuto melodico credibile e dolentemente ingenuo tanto nel simil-country di "Why do you have to be so complicated baby" quanto nei momenti più emotivamente pesanti di "A hundred million things", sovraincise di cori, campioni d'arpa e tromba. E quando l'elettronica viene meno si fa più evidente l'influenza di Lekman (in "Oh Daniel" c'è anche l'ukulele), depurata da quella punta di maniera che si è insinuata nel giovane dandy originale.<br/>Manca a dire il vero un terreno comune tra i due estremi di country povero e cruda elettronica, un punto di contatto che ne renda credibile la fusione, e questo è forse l'unico aspetto sul quale Niklas deve ancora lavorare. Sul resto, pochi dubbi: Abbiamo un campione in erba. ]]></description>
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      <title>The State Of Samuel: Here comes the floods</title>
      <pubDate>Thu, 15 May 2008 00:14:53 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/stateofsamuel.htm</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/stateofsamuel/herecomes.jpg" align="right">Qualunque pregiudizio abbiate sul pop lo-fi, preparatevi a vederlo evaporare.<br/>Il secondo album di The State of Samuel, al secolo lo svedese Samuel Petersson, è sorprendente per più di un motivo. Non è di matrice acustica come l'esordio, datato ben quattro anni or sono, anche se rimane un lavoro domestico, registrato insieme a qualche amico secondo i dettami del pop in bassa fedeltà. Le sue trame chitarristiche sono però elaborate sino a rasentare la perfezione, basso-chitarra e batteria si incastrano con millimetrica precisione, la scrittura è di livello eccelso e diventa presto ovvio che "Here Come The Floods" ha poco a che spartire con il tipico indiepop da cameretta svedese. <br/>Samuel ha una visione musicale che supera quella dei suoi epigoni: rivolta tanto al power-pop d'annata quanto all'indie americano dai nineties in poi, si coniuga alla una capacità di scrivere pop profondamente <I>catchy</I>, che concede i massimi privilegi alla melodia e ci scrive intorno una canzone. <br/>Canzoni che costeggiano – spesso senza superarli – i due minuti, asciutte e allegre e classiche, con un refrain in mezzo e due strofe di contorno, eppure vagamente destabilizzate, come se fosse all’opera un estro troppo esuberante per farsi inquadrare. <br/>Vengono in mente, anche per la qualità nasale della voce di Samuel, i They Might Be Giants, maestri di scrittura pop concisa e spesso indimenticabile, in bilico tra lucidità e ironia. In quella direzione vanno “The Residents Of Gloom”, costruita su due strati sovrapposti di chitarra e basso, la vocalità estrosa di “Here Comes The Floods”, lo sferragliare di percussioni su un tappeto di tromba di “The Unholy Ghost”. <br/>Altrove è più evidente l’ispirazione del power-pop primigenio, come nei substrati strumentali di “Always Under The Gun” e “The Birds And Bats”, due indolenti pepite scavate dagli anni 70, e ancora in quel piccolo capolavoro di pop lento e fuori moda che è “Duel Between Kim And The Cool”. <br/>Ma la cosa più bella del disco sta altrove, e arriva senza preavviso attorno alla metà del programma: il pianismo sparso e commovente di “Heads, The Split”, aggiunto di armonie dolci e sussurrate e accompagnato dal cello di Aina Myrstener dei mai dimenticati <a class=Lpage href="florian.htm">Florian</a>, una delle più luminose e veloci (a sparire) comete svedesi. E anche solo per averceli ricordati, mister Petersson meriterebbe una medaglia. ]]></description>
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    <item>
      <title>Simon Breed: The smitten king laments</title>
      <pubDate>Thu, 8 May 2008 00:24:34 +0200</pubDate>
      <link>http://indiepopreviews.splinder.com/post/17023853</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album reviews</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/media/breed.jpg" align="right">Se negli episodi precedenti Simon Breed aveva evocato l'empatia dello sfigato, questo album è un affare molto più serio: chiuso in un pessimismo impenetrabile sui destini umani, sia che proceda per allegorie (le favole noir "I spy the spider" e "The Golem vs the Gentile Giant", entrambe notevoli) sia che ponga quesiti esistenziali ("An Unhappy Fish"), Breed sputa il suo scoramento in faccia al mondo, e graffia le corde della sua chitarra con gli occhi fissi sul marciapiede. <br/>Prevalentemente acustico, il fingerpicking carico di spigoli e poi improvvisamente delicato, di rado aperto alla melodia, "The Smitten King Laments" è crudo e in larga parte sgradevole, perché non conosce altro modo per raccontare la sua realtà; nemmeno quando i testi finiscono sul personale ("Devastating Sky", l'ingannevole quotidianità di "Finish My Book") sanno concedersi un sorriso, e anzi amano confondere le miserie personali con quelle collettive, esporre al mondo le loro fosche conclusioni.<br/>Un'intensità di lacrime e sangue che non nasconde il talento dell'autore. Invita, piuttosto, a preoccuparsi per lui. ]]></description>
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      <title>Wake The President/The Kingfishers: You can't change that boy/ Make me sad</title>
      <pubDate>Thu, 8 May 2008 00:23:23 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/singles0508.htm#wakesplit</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>single reviews</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/articoli/singles/0508/wakethepresident.jpg" align="right">Quello dello split 7” è un formato storicamente legato all'indiepop e notiamo con piacere che il suo utilizzo non tende a scemare a dispetto dei tempi. La cosa è ancor più gradita se a cimentarvisi sono due band scozzesi, ormai presenza fissa in casa della label tedesca Aufgeladen und Bereit. Si comincia con i Wake The Prresident, Glasgowiani che qualcuno ricorderà per le ombrosità acustiche dei singoli "Sorrows for clothes" e "Remember Fun" lo scorso anno. Dietro un titolo d'altri tempi, "You can’t change that boy" nasconde un numero pop spigoloso che ricorda le stars di casa Postcard: tutto gira intorno a pochi rapidi accordi di chitarra jangly in stile Orange Juice, in attesa di un refrain promesso e mai mantenuto. Il pezzo conserva una sua composta grazia nonostante graffi contro i sentimenti – al femminile – tenendo a freno un certo nervosismo abilmente sottolineato dal giro di basso che ne caratterizza gli ultimi minuti. Come con tutti i loro pezzi, l'idea è che finisca troppo presto, o almeno un istante prima di averlo afferrato. Di tutt'altro tenore ma non meno azzeccata la proposta dei concittadini Kingfishers, band nuova di zecca che infonde di soul bianco "Make Me Sad" di Vic Godard grazie a una grande performance della vocalist Sam Martin e ad un lavoro di arrangiamenti al tempo stesso trascinante e malinconico che la adatta a qualsiasi umore preferiate. Come debutto, non c'è male davvero.]]></description>
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      <title>Horowitz: Tracyanne</title>
      <pubDate>Wed, 23 Apr 2008 01:15:23 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/singles0108.htm#horowitz</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>single review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/articoli/singles/0108/horowitz.jpg" align="right">Presenza costante e in un certo senso rassicurante del sottobosco indiepop inglese, gli Horowitz di Stoke-On-Trent una canzone felice come "Tracyanne" non ce l'avevano ancora regalata: guitarpop in bassa fedeltà, saltellante e floreale, con la chitarra che gratta come fosse il 1986 e una melodia tanto sporca quanto irresistibile. Una delizia assoluta e fuori dal tempo che qualche lustro fa avrebbe meritato di capeggiare le classifiche indie, e vi assicuro che anche oggi è un gran bel sentire. Il momento di autentica commozione però arriva al momento di girare il disco: la crepuscolare b-side "Popkids of the world unite!" dilata i tempi, soffoca le luci e accende degli effetti di chitarra che a qualcuno ricorderanno i Jesus &amp; Mary Chain d'annata ma in realtà sono diretto rimando ai Rosehips, indimenticata piccola band C86 di cui gli Horowitz sono unico duraturo lascito. Ed è bello sapere che c'è qualcuno che non dimentica. <br/>Il tutto (confezionato in vinile a sette pollici con copertina-collage) dura meno di cinque minuti, che messi insieme ai Pocketbooks regalano il quarto d'ora più indimenticabile di questa primavera bagnata. Consigliato senza riserve a vittime della nostalgia indiepop e indiepischelli <em>alike</em>. ]]></description>
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      <title>Gentle Touch: In memory of Savannah</title>
      <pubDate>Tue, 22 Apr 2008 00:28:12 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/gentletouch.htm</link>
      <author>pasqualeallegro@yahoo.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/gentletouch/memory.jpg" align="right">Nessun sospetto.<br/>Una piccola evocazione in crema elettronica.<br/>Duo, perché hanno fiducia uno nell’altro.<br/>E mentre piccoli campioni di suono comprimono vent’anni di passato musicale, la voce converte quell’onda in avviluppo corrente.<br/>Ci si chiede: si potrebbe ancora cantare su <I>loops</I>, batterie elettroniche, tastiere ridondanti e consorterie varie e amene, senza insospettire il nuovo, senza indispettire il vecchio e senza tramortire la memoria?<br/>Ci basti “oggi” e avremo il fascino di un prodotto stucchevole e gustoso.<br/>Perché sono pur sempre due figli di Svezia, tra letti di melodia e malinconia da fiori.<br/><br/>Neanche per un solo momento abbiamo azzardato al capolavoro e i Gentle Touch ringraziano per questa perfetta analisi.<br/>Per carità, ritorneranno a bussare alla porta del vostro gusto sint(h)etizzato nel più generale pop, ed ogni volta in maniera differente. Ma, come dire, ogni visita non porta omaggio.<br/>Per carità, non è solo un mandato di sinuoso electropop come solo lo scandinavo ex-moccioso-waver può confezionare. Ma, per così dire, è anche un grazioso mosaico di intenzioni acustiche dettate da un gigioneggiare aulico tra arpeggi, accordi, riff e ricami da soft parade jangle.<br/>Diciamo pure che per un impeto superficiale si potrebbe anche semplicemente definire i Gentle Touch nella formuletta: Depeche Mode meno barocchi con alla voce un Morrissey meno tarocco, oppure un Dave Gahan meno abusante di sé alle prese con un synth in comodato d’uso. E non si finirebbe mai di abusare di paragoni demistificanti.<br/>Ma i due giovanotti di Kalmar (a sud della Svezia) non sono altro che l’ennesimo incontro <I>electro</I> che rimanda negli intenti e nei risultati al melodico approdo in salsa electro di realtà connazionali come Le Sport, come i Legends di Johan Angegård (nelle ultime clonazioni del verbo Cure periodo dark, momento synth) o, ancora, i compagni di etichetta (la “Song I Wish I Had Written”) Unarmed Enemies e The Lovekevins. <br/>A dire il vero i ragazzi dal <I>tocco gentile </I>si distinguono dai Le Sport e dai Lovekevins nel propinare atmosfere meno disco e più malinconicamente e nostalgicamente oscure: il filone di riferimento è più che altro il tenebroso periodo del poco slabbrato new wave dei già citati Depeche Mode e New Order.<br/><br/><I>In memory of Savannah</I> segue a distanza di due anni l’ep omonimo e si configura da subito come un prodotto impietosamente nostalgico. <br/>Infatti “Expectations” apre il disco e regala momenti di sospensione e di ricomposizione nel tempo, quel tempo di cui abbiamo già accennato. Non vuol dire che ci si elevi in spirito di contemplazione, ma il canto è ispirato quanto basta a reguardire sul fatto che non basterebbe ammaliare con la forza ricorrente dei singulti post-wave senza rimbastire la voce di melodica impostazione tediosa. Un substrato di acustica a rinverdire l’idea che tutto parte da un uomo e la sua chitarra.<br/>“The finer arts” è il racconto della notte, tutta spalmato sui tasti lugubri dell’arsenale di turno e sul ritmo sincopato dell’alienato incubo da musicista dark <I>in pectore</I>. “The view” ricalca la scena, ma in maniera più lieve, come se si ricavasse un sorriso dall’evenienza del dormiveglia. Altrimenti le note non si farebbero così acute. Ma, nonostante l’elettricità shoegazer finale del brano, il sole non è ancora alto nel cielo.<br/>E allora definiamo, senza sbilanciarsi troppo, “Once you used to” l’alba del disco, con la sua apertura melodica, tintinnio di tre note <I>in excelsis</I> a fare da riff<I>, </I>batteria techno ed arpeggio d’accompagnamento ad impreziosire la<I> tweetudine</I> evocativa della strofa. E si parla del tempo e delle pretese. Perché gli occhi rimangono chiusi solo il tempo di un bacio.<br/>Dopodichè si torna al lavorio dell’industria pesante in “Sonnenfinsternis”. Dove non bastano gli accorati e <I>pigiati</I> appelli della squillante sequenza di note che ripercorre la medesima linea vocale del ritornello a ridestare un virgulto di letizia. E il ritornello è il frequente desiderio di disancorarsi dalla morsa della produzione <I>eighties.</I> Invano.<br/>“On the verge of tears”. E’ il momento prima delle lacrime. La voce è più defilata, la base ritmica è in primo piano. Il solito ricamo di arpeggio. Pertanto avremmo preferito maggiore compiutezza. Insomma, nonostante la melodia sia presente in larga misura, la componente emozionale del brano, quell’amplesso di suoni e di voci che ne detta l’intento in termini di enfasi empatica, non fa sgorgare alcun fiume di.<br/>Nessuna menzione in particolare merita “Spikgatan/Margaretaplan”, soprattutto a causa dell’indefinibile sostanza musicale a cui aspira. Un condensato electro impietosamente ostile ad ogni possibilità di crescendo ritmico o semplicemente emotivo, tutela nella monotonia melodica e nel suo grigiore claudicante un’altra occasione di palesare le sensazioni e gli impulsi caratterizzanti la vera natura musicale del duo svedese.<br/>In fondo all’album, “Pieter Van Den Hoogenband” esprime la devozione dei Gentle Touch verso lo shoegazing di stampo svedese, quello antesignano (in termini di revival s’intende) dei Radio Dept. <br/><br/>Dunque “In memory of savannah” ha dalla sua il merito di restituire un progetto genuino, di nobili intenzioni, nonostante l’inflazionato ricorso al genere electropop e dreampop sia ormai, in ambito indipendente, il trampolino di lancio dell’altra faccia musicale della Svezia, quella meno smaccatamente twee. Oltretutto il numero esiguo di brani – otto per l’esattezza – dà la possibilità di condensare l’ascolto in maniera più efficace e di conciliare uno sguardo più generale e avvolgente.<br/>D’altro canto Gustav e Micke, non contribuiscono all’espressione di un verbo inedito, non coniano la moneta di scambio per chi ha bisogno di ricevere quegli stimoli estetici che sconcertano rinviando ad una nuova eminenza.<br/>Alla fine dell’opera si ha come la sensazione che la giostra della commozione sia ancora sospesa, a mezz’aria, come se il tempo di quell’avvento che è l’esperienza estetica, sia ancora annacquato nei livori dell’esistenza. <br/>Ma il finale è comunque un ultimo afflato di organo, un ultimo suono, che non è spezzato, che è un gesto composto di particelle, che di certo non ricoprono un seguito eterno, ma che di sicuro s’immergono lontano, fino al prossimo inizio.<br/>O fino al prossimo ricordo. Di Savannah.]]></description>
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      <title>The Higher Elevations: The protestant work ethic</title>
      <pubDate>Tue, 22 Apr 2008 00:26:57 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/higherelevations.htm</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/higherelevations/protestant.jpg" align="right">Pur apprezzando tout court il lavoro e l’intraprendenza di Mr Gustafsson, gli Higher Elevations rimanevano dei suoi tanti progetti la band più lontana dai nostri gusti, più che altro per una questione di collocazione: power-pop di confine, a volte strabordante e a volte incerto; insicuro di se stesso, capace di sfoderare buoni pezzi ma non ancora quelle grandi canzoni che il genere pretende. <br/>Mancanza rimediata immediatamente da questo nuovo lavoro: “Breaking The News” in apertura è un compendio del lavoro della band che ne tralascia tutti i difetti e concentra in tre minuti la carica dolceamara del gruppo svedese, con un lodevole autocontrollo e una concisione melodica in deciso aumento rispetto al passato.<br/>E non è che uno dei gioielli del disco, pop chitarristico scintillante di melodie ed energia, meno muscolare che in passato ma arricchito da una componente naif finalmente concentrata che caratterizza l’ensemble svedese come una indiepopband a tutti gli effetti. <br/><br/>Dalle tenerezze di “European Holyday” alla cavalcata pop/rock per chitarra di “Nights and days”, colpisce la compattezza di ogni singolo brano, la capacità di trovare sempre un punto d’arrivo, la misura degli arrangiamenti nei pezzi taglienti (la sottile e rockeggiante “Saturday Night Out Again”) come in quelli più riflessivi (la conclusiva “A Lesson Learned”, senza dubbio il picco dell’album). <br/>E allora da qualunque lato lo si guardi, The Protestant Work Ethic (il riferimento è ai saggi di Max Weber che collegavano protestantesimo e capitalismo) è un signor disco. Figlio del progetto parallelo This Year’s Model, che ha fornito preziosa linfa vitale all’ispirazione di Niklas così come il sodalizio artistico con Ylva Lindbergh, la cui presenza discreta ma costante continua a produrre frutti profumati. Ma soprattutto segna la definitiva maturità artistica del suo principale autore. <em>Chapeau</em>.]]></description>
    </item>
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      <title>Pocketbooks: Waking up</title>
      <pubDate>Fri, 11 Apr 2008 02:29:20 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/singles0108.htm#pocketbooks</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>single review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/articoli/singles/0108/pocketbooks.jpg" align="right">Al secondo EP sono già tra le più luminose promesse indie inglesi: i Pocketbooks hanno bruciato le tappe. Certo, venire da Londra aiuta, ma la più grossa mano se la danno da soli tirando fuori un singolino dello spessore di "Waking Up", quintessenza di pop britannico o almeno di ciò che avrebbe dovuto essere se qualcosa lungo la strada non fosse andato orribilmente storto. Bastano due brani a decretare che questo sarà il singolo migliore dell'anno: la title track, un delicato pastiche di melodie sixties e Heavenly-pop apparecchiato da essenziali note di piano, e la splendida "Falling Leaves", misto di innocenza ed entusiasmo, come se i nuovi Belle&amp;Sebastian rivisitassero il passato di Tigermilk. Dolci ed aspre, ricche di cambi di tempo ed armonia, e con l'abitudine di alternare e raddoppiare le voci come ai tempi dei Delgados, quelle dei Pocketbooks sono canzoni per tenersi la mano in silenzio, dedicate all'indefinibile felicità degli innamorati. Lo spiega esaurientemente "Love is the stick you throw", terzo ma non ultimo capolavoro dell'EP. <br/>Chi ancora non si fidasse può correre su <a class=Lpage href="http://www.last.fm/music/Pocketbooks">last.fm</a> che offre tutti e quattro i pezzi in streaming. Per il manifesto della band fermatevi al secondo verso di "Falling Leaves", storia d'amore tra i banchi di una biblioteca: "scrivi il mio nome con il pennarello alla fermata del bus; ruberò tutti i tuoi libri preferiti". Se vi è venuto da da vomitare, lasciate perdere. Ma credetemi, non dovreste</SPAN>.]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>The Long Blondes: Couples</title>
      <pubDate>Fri, 11 Apr 2008 02:28:18 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/longblondes.htm</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/longblondes/couples.jpg" align="right">Si prova una specie di piacere perverso di fronte a "Couples", il secondo album dell'ex-outfit più eccitante del 2006. Il primo ascolto sarà una delusione, garantito. Ma poi subentra l'idea di andare a caccia di qualcosa da salvare, di una piccola traccia della band che fu nella speranza di poter ingigantire quegli indizi, e magari di ricominciare da lì. <br/>Lasciate stare.<br/><br/>"Couples" - virgolette incluse - è un titolo che vuole essere ironico (le "coppie" dei Long Blondes sono entrambe scoppiate) e rappresentativo del fatto che ogni canzone descriva fatti e conseguenze di un rapporto di coppia. Però leggere che "Century", la slavata leccata scialba nenia elettronica scelta come primo singolo, sarebbe <I>un'ode cantata da un secolo al suo successore</I> è davvero troppo.<br/>Vada per le allegorie, ma è più importante percepire il senso del ridicolo.<br/>Rottura delle relazioni interne a parte, non so cosa sia successo alla band di Sheffield dal primo disco ad oggi – il secondo album è sempre avvolto dal più profondo mistero – ma dev'essere stato un clamoroso surplus di ego a convincerli del fatto che "Century" fosse un pezzo presentabile come singolo, e in più in generale dell'opportunità di riproporsi con un album così debole.<br/><br/>I nuovi Long Blondes cercano un approccio più articolato alla materia musicale, come se avessero deciso di trattare l'urgenza dei primi lavori alla stregua di un'anomalia, di diventare una "normale" art-band. E quindi è soprattutto un lavoro di studio, pesantemente mediato dal DJ-inventato-produttore Erol Alkan, che cerca di elaborare la taglienza dell'esordio in forme più complesse (e <I>compresse</I>) lasciando trionfare quella decadenza che il primo album celava a fatica. Peccato che il lavoro di rinnovamento sia sprecato per canzoni povere di contenuto musicale e lirico, la cui inconsistenza diventa via via più evidente con l'avanzare degli ascolti.<br/><br/>Al confine tra rock e pop rimangono una manciata di canzoni, le più concise ed immediate del lotto ("Guilt", "Here Comes The Serious Bit", "The Couples"), sempre rovinate da un particolare, una prevedibile chitarrina funky, uno slavato dettaglio vocale, una intrinseca modestia che contrasta con l'instancabile capacità di graffiare del passato recente, mentre cose che un tempo sarebbero state al più dei lodevoli esperimenti da B-side come il krautrock da supermercato di "Round The Hairpin" sono promosse al rango di <I>canzoni da album</I> con risultati alterni, perché se da un lato rappresentano i tentativi più marcati di dare nuova identità alla band, dall'altro rimangono pezzi da sbadiglio, troppo fuori contesto e troppo lunghi nonostante superino di poco la durata media di una pop song. <br/>In tutto questo, la band che conoscevamo è scomparsa, i suoi equilibri sovvertiti. Couples è un album per chitarra, voce ed elettronica, nel quale rimangono Dorian e Kate più l'inquietante presenza di Alkan che appare la più decisiva nella modellazione dei Long Blondes v2.0. <br/><br/>Questo è quanto. Si può provare a razionalizzare pensando al coraggio del cambiamento, alla ricerca di nuovi fans, nuovi territori eccetera. Questi sono pur sempre i Long Blondes ed è difficile lasciarli andar via così. Ma nessuna razionalizzazione può nascondere a lungo l'evidenza di un album come "Couples", la temuta e inpronunciabile verità che si paleserà inevitabilmente con il tempo. E cioè: che è un disco superfluo, poco ispirato; stanca merce da studio. Semplicemente <I>brutto</I>.]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>Loqui: The average white boy</title>
      <pubDate>Fri, 11 Apr 2008 02:27:05 +0200</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/singles0108.htm#loqui</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>single review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/articoli/singles/0108/loqui.jpg" align="right">L’avvio è convulso e grossolano, con quell’incipit di fiati sbrodolanti subito travolti dall’entusiasmo della sezione ritmica. Ma poi la chitarra si produce in una serie di accordi veloci e concavi del tipo che fecero la fortuna (si fa per dire) dei Woodentops, prima di un refrain in accelerazione che prepara il terreno per l’entusiasmante esplosione di voci in cima e fa ricominciare tutto dall’inizio. Si rimane travolti e un po’ confusi da “The Average White Boy”, e non si può dire che i Leedsiani Loqui abbiano scelto un singolo di basso profilo per un esordio atteso un lustro. Popjazzpunk spasmodico con il basso più veloce al di qua dell’elettronica, una voce (Rob Paul Chapman) dalla presenza ingombrante e frenetica, e la precipitosa ricerca della canzone pop più intensa che la storia ricordi, eccezion fatta per le pause concesse dal trombone. Viene in mente la felice anarchia della Band Of Holy Joy, con qualche chilo di incavolatura in meno.<br/>L’equilibrio è precario come è giusto che sia, ma anche nella meno lucida “Round And Round” la band riesce a ottenere un buon risultato, soprattutto grazie al lavoro delle chitarre che si attorcigliano su improbabili strutture rock mentre la sezione ritmica approssima il metallo (!).<br/>I Loqui, una felice accozzaglia di musicisti cittadini impegnati in gruppi jazz o carriere soliste, sono in sette, sono in giro dal 2002 e non potevano scegliere modo migliore per presentarsi al mondo. ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>Rose: s/t</title>
      <pubDate>Fri, 11 Apr 2008 02:25:52 +0200</pubDate>
      <link>http://indiepopreviews.splinder.com/post/16573013</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/media/rose.jpg" align="right">Internet non restituisce molte informazioni sui Rose, titolari di un misterioso ed improvviso album omonimo. Sappiamo che sono in cinque, prendono il nome dal leader Peter Rose e vengono da Glasgow, e tante altre volte questo sarebbe bastato, ma non ora.<br/>Perché "Rose" ha la copertina, la forma e l'aspetto di un concept album, le tinte scure di chi vuole raccontare una storia dark. Le sue spire strumentali elaborano una forma di pop progressivo a tratti pesante, in altri profondamente sensuale. E invece è un lavoro impulsivo ed immediato, registrato nel corso di due sole sessions, improvvisate e notturne, dopo una serata passata a fissare il fondo di un boccale di birra.<br/><br/>Tom Waits e Roxy Music si incontrano nel buio della notte cittadina. La materia è ibrida e refrattaria a lasciarsi catturare; il linguaggio è solo episodicamente pop, raramente uso alle convenzioni ed avviato piuttosto ad un connubio di stili – la ballata noir, i grooves contorti – destinato a non trovare un baricentro, a tormentarsi indefinitamente.<br/>Eppure non si può negare a "Rose" un certo primigenio fascino, specialmente se ascoltato nelle giuste condizioni: è un album di disperazione rassegnata, che trova il suo posto sul divano, con un bicchiere sul tavolo e una notte da riempire con note di consolazione. Solo, non portatelo fuori da quel recinto: non sopravviverebbe a lungo.<br/><br/>"Adrenalin" è il pirotecnico ed ingannevole incipit a base di grooves e sassofono, i Roxy Music di Virginia Plain a un concerto pop . E anche se il suo surplus di energia rimarrà ineguagliato è lo stesso un buon indicatore della volontà di restare in bilico tra i linguaggi, di una ricercata ambiguità che è la forma ideale per esprimere le delusioni di cui il disco è pieno. Sax e percussioni ebbre di sussurri al whisky, un sottofondo che seduce dalla voce profonda e sussurrante di Peter Rose al torrido tessuto strumentale, il luminoso inizio di un viaggio che terminerà tra le ombre.<br/>Perché anche se non restituisce una storia, Rose può almeno vantare chiarezza d'intenzioni. L'improvvisazione produce pezzi ineguali, dentro e fuori fuoco, il cui comune denominatore è la reazione spontanea – rabbiosa o rassegnata – alla fine di una storia. Ubriachi come una sbronza triste ("Fists And Hands"), modellati in forma di taglienti imitazioni funky ("Uh Huh"), persi nelle spire di una notte senza stelle ("Mythology"), e infine capaci di ritrovare la strada di casa, grazie ad una serie di ballads abbandonate al profondo abbraccio della notte: il crooning sobrio di "The Horse's Mane", le asperità rabbiose dell'elettronica "Slaughterhouse Of Love" e infine il rassicurante dondolìo delle note di basso di "Nowhere" che conduce verso il meritato abbraccio del sonno, e dell'oblio. Conservatelo per la prima notte a cui proprio non vi riuscirà di dare un senso.]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>Strawberry Fair: Sings "I can't do anything"</title>
      <pubDate>Fri, 28 Mar 2008 01:44:20 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/singles0108.htm#strawberry</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>single review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/articoli/singles/0108/strawberryfair.jpg" align="right" border=1>E' una storia curiosa quella della bionda Jenny Franzén, alter ego di Strawberry Fair : compare nel 2003 con un paio di EP, un pezzo delizioso e minuscolo intitolato "Football Star" per chitarra e tamburello, condito da una cover di "Attack" dei Toys, e poi sparisce nel nulla, rimpianta solo da qualche sperduto blogger. Cinque anni dopo, riecco Jenny con un nuovo EP autoprodotto, e sembrano passate sole poche settimane. Quattro pezzi di pop antico ed inoffensivo, che mescola armonie e geografia con bella indifferenza: "I can't do anything" è il perfetto incontro di tweepop e girl-groups (non che siano mai stati troppo lontani), e la sua linearità è bilanciata dalla più swingante "Why won't he answer" che aggiunge battimani, pianoforte e una discreta verve, giocando con le ottave come a scuola di canto. E se "Give Up" reitera e riassume gli anni 60 spectoriani con un sottile afflato nostalgico, tocca al pezzo tre, "Kristoffer", riportare tutto a casa, risfoderando chitarrina e accordi veloci e fragili di scuola indiepop. Si esaurisce in un istante, ma è un istante di quelli belli. <br/>Nella ricetta, Jenny non dimentica le variazioni di armonia e d'umore nè l'innocenza adolescenziale dei racconti: dalle Shangri-Las a Grease recupera tutto il possibile, e si ferma prima di diventare stucchevole. <em>60s twee</em>, dedicato a chi non sopporta gli eccessi delle Pipettes e rimpiange gli Aisler Set di "Hey Lover". ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>Tullycraft: Every scene needs a center</title>
      <pubDate>Fri, 28 Mar 2008 01:43:21 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/tullycraft.htm</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/tullycraft/every.jpg" align="right">Se ogni scena ha bisogno di un centro, quella tweepop USA sembra averlo finalmente trovato. Non esiste oggi un punto di riferimento più sicuro ed affidabile dei Tullycraft, che dopo qualche scossa di assestamento e diversi tentativi riusciti a metà, hanno inciso il prototipo dell'album indiepop per il nuovo secolo nel 2005 con "Disenchanted Hearts Unite".<br/>Due anni dopo, "Every Scene Needs a Center" arriva a ribadire la supremazia della band di Seattle nel panorama pop americano e ne inaugura la fase della piena maturità: gli accordi di chitarra che introducono solitari la scintillante "The Punks Are Writing Love Songs" sono un marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile, almeno quanto l'esplosione di armonie che segue, e delimitano il ruolo guida dei Tullycraft nel variegato panorama che compone la microscena indiepop Americana. Le canzoni molto veloci e molto orecchiabili, arricchite da una nutrita schiera di ospiti (il violino dei Math and Physics Club, i cori gentilmente offerti da membri di BOAT e Patience Please), che prendono il verbo twee di Heavenly/BMX Bandits e lo aggiornano allo slang delle band di frontiera poprock USA come Ted Leo e i Farmacisti non sono più l’unica attrazione dell'album: di fianco alla autoreferenzialità di "Georgette Plays a Goth" e "The Neutron" stanno ballate ibride per piano e chitarra come "Dracula Screams Of Tiger Style" e pezzi di calda riflessione come "The Lonely Life of the UFO Researcher", donando al disco quel fondo emotivo che sancisce l'ingresso dei Tullycraft nell'età adulta. <br/>Ma per quanto ci provino, la stessa attitudine che vieta ai Tullycraft di prendersi troppo sul serio impedirà loro di fare breccia nei cuori sensibili orfani di Belle &amp; Sebastian. Sono troppo ansioni di soccombere alla battuta caustica, di prendere in giro i <em>tweesters</em> così ostinatamente <I>carini</I> (l'impietosa saga indiepop di "We know we're cute, you told us") e gli <em>emokids</em> alla Conor Oberst (la ben più caustica "Bored To Hear Your Heart Still Breaks"), di piazzare la citazione colta nel bel mezzo di una barzelletta, quasi che avessero frequentato l'ambiente troppo a lungo per pretendere di fingere. <br/>Per nostra fortuna il cinismo è bilanciato da una scrittura priva di cedimenti, e da una confidenza che la band non aveva mai esibito in dosi tanto massicce. E' qualcosa che coinvolge anche l'ascoltatore: se il godimento di "Disenchanted" non riusciva a liberarsi di un pizzico di diffidenza, quasi ci si aspettasse il riafforare dei vecchi, inaffidabili Tullycraft, l'immersione in "Every Scene" è piacevole ed indolore, con le voci di Sean Tollefson e Jenny Mears che raggiungono un perfetto punto di equilibrio. Al centro della scena.]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>Indiepop wrap-up 2007</title>
      <pubDate>Thu, 27 Mar 2008 18:57:26 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/wrapping07.htm</link>
      <author>info@indiepop.it</author>
      <category>special</category>
      <description><![CDATA[Ok.<br/><br/>Negli ultimi mesi indiepop.it ha accumulato un certo ritardo sugli eventi. Recuperare il tempo perso è impossibile, ma si può sempre fare un piccolo riassunto, anche per provare a vederci chiaro nella minirivoluzione indiepop che ci è passata sotto il naso alla fine dell'anno. Si può, ma noi non lo faremo: troppa fatica. Quello che faremo è una pratica ed economica lista di nomi e cose, invece. Quelle che non dovreste esservi lasciati scappare anche se indiepop.it non è stata qui a dirvelo, ed anche se fosse non è ancora troppo tardi. Mai.<br/><br/>Pronti?<br/><br/><B>Cloudberry Records</B><br/><br/>Non ci sono parole per descrivere la febbrile attività della piccola etichetta Peruviana in questi ultimi dodici mesi. Non ci sono, quindi useremo i numeri: 79 (settantanove) EP al momento in cui scriviamo, più qualche sette pollici e un paio di fanzine, tanto per gradire. Ma non è nelle cifre che sta la forza di Cloudberry, nè nell'instancabile opera di raccolta – e talvolta di recupero – operata da Roque nel sottobosco indipendente; quella serve solo ad annullare nella quantità l'opera di selezione che una label è normalmente chiamata ad operare ed è casomai funzionale al vero scopo di Cloudberry. Parliamo della rottura nel rapporto tra "etichetta", "artista" e "consumatori" per come siamo abituati a considerarlo oggi. CD-R a tre pollici tirati in 100 copie l'uno e venduti attraverso il sito, che rimane anche l'unico mezzo di promozione dell'etichetta; niente pubblicità nè copie promozionali, perché il pubblicato di Cloudberry è rivolto essenzialmente alla "scena" e ai suoi protagonisti, siano essi band, webzine o appassionati, e richiede il contributo attivo di ogni sua parte. E se funziona (perché, innegabilmente e miracolosamente, funziona) è grazie alla continua partecipazione di una comunità che si è rivelata più unita di quanto fosse lecito attendersi. Per dirla con il vate (ms. Dimitra Daisy): "Cloudberry è un progetto, una dichiarazione sullo stato dell'indiepop oggi e una comunità di persone con idee ed intenti comuni". Senza la mediazione dell'etichetta, il ruolo attivo è lasciato agli artisti, al loro desiderio di diffondere la propria musica e ottenerne un feedback immediato. Se ci pensate è un modello simile a quello della distribuzione via web - sovraproduzione compresa - ma filtrato dall'irrinunciabile (non-)presenza di un'etichetta fantasma, ultima suprema autorità riconosciuta degli appassionati di musica. Ed è anche una celebrazione della futilità indiepop, della sua qualità usa e getta: produco molto, così si scorda più in fretta. Nel catalogo della label c'è già di tutto: le giovani promesse (The Atom Miksa Reservation), i timidi tweesters scandinavi (The San Marinos), i navigati lupi di mare (The Manhatthan Love Suicides), i beniamini della scena (Soda Fountain Rag), persino qualche ristampa inglese (le Slow Down Tallahassee di "So much for love"), ma la sua funzione principale resta essere il collettore di quell'indiepop fragile che qui trova il suo riparo più gradito e difeso. E' qui che germogliano le perle più preziose, come i fantastici EP firmati da The Pains of Being Pure at Heart e Blind Terry. Ma ne parliamo più avanti. Per il momento, affermiamo una verità assoluta, e cioè: il 2007 è stato l'anno in cui Cloudberry Records ha salvato l'indiepop.<br/><br/><B>The Pains Of Being Pure At Heart</B><br/><br/>Candido quartetto newyorchese di ispirazione Pastelsiana, i PainsOf Being Pure At Heart sono quella ventata d'aria fresca che la ristagnante scena pop aspettava da tempo. Lo sappiamo che la formula è sempre quella, ma non è capitato spesso negli ultimi mesi di sentire chitarre jangly così jangly e una voce stonata che evocasse la stessa indefinita nostalgia del passato. Un Ep omonimo ed autoprodotto – ripreso in parte da un 3" firmato Cloudberry – li ha rivelati al mondo con cinque pezzi di pregevolissima fattura, in cui si incastona quel gioiellino di scrittura twee che è "This Love is Fucking Right!": esile, disordinata, squillante e irresistibile come ogni pezzo che meriti un posto indelebile nell'adolescenza di qualcuno. Gli altri pezzi si limitano a fargli da contorno, sperimentando con le dissonanze ("Doing All the Things That Wouldn't Make Your Parents Proud") e con i grovigli di chitarre tanto cari ai[continua]]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>Headlights: Some racing, some stopping</title>
      <pubDate>Thu, 27 Mar 2008 18:56:21 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/headlights.htm</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/headlights/some.jpg" align="right">E' un peccato che gli Headlights non siano una band emergente, o la nuova fantastica promessa del 2008, o almeno uno dei gruppi da tenere d'occhio per gli anni a venire. Hanno passato troppo tempo a cercare una line-up stabile, un contratto discografico, e poi si sono messi in strada, macinando chilometri e concerti su e giù per gli States. Sono diventate le casalinghe dell'indiepop, quelle trascurate dal marito irresistibilmente attratto dalla ragazza della porta accanto. E' un peccato perché questo secondo album, che porta tutti i segni del disco composto in tour - in primis l'estrema varietà dello spettro pop esplorato - inciso da una band con altre credenziali avrebbe suscitato un interesse ben maggiore delle pigre alzate di sopracciglia del giornalismo internettaro, che lo loda soffocando uno sbadiglio.<br/><br/>Giunto a due anni di distanza dal più grezzo "Kill them with kindness", "Some Racing" riporta il terzetto di Champaign (un nome, una garanzia) agli esordi pop, ai primi passi per Kindercore e Parasol con la consapevolezza che l'età matura richiede. E' un disco che lavora sui centri del piacere, innescando armonie e soluzioni vocali immediate, attingendo al recente passato del bacino indie e pop USA, e probabilmente non è altro che un tentativo di avvicinarsi ad un pubblico più vasto rispetto a quello dei fans lasciati indietro dai New Pornographers, ma a conti fatti risulta tagliato su misura per noi che di indiepop ci viviamo. Dieci canzoni brillanti ed ispirate, con la voce sottile di Erin Fein che alterna i suoi lalalas al più deciso piglio indie di Tristan Wraight tra marcette pop, muretti di tastiere e l'occasionale effluvio d'archi, e che ha il suo punto di forza nell'equilibrio e nella concisione che il trio è capace di mettere in campo: le tastiere di Erin e la chitarra di Tristan sono funzionali alla riuscita del tutto quanto la produzione che Brett Sanderson somma al lavoro di batterista. Sarà per questo che di "Some racing" non si butta via niente, dalla soffice introduzione alla Of Montreal vecchia maniera di "Get Your Head Around It" al pop in fiore e appena malinconico di "On April 2" passando per una perfetta filastrocca come "Cherry Tulips" e per un pezzo composito come "School Boys", che trasforma gli arpeggi country dell'incipit in una dolcissima nenia retropop.<br/><br/>E' tutto così questo secondo album degli Headlights: ogni canzone accarezza l'ideale pop con un sorriso, accelerando e diminuendo il ritmo ad arte, come una lunga ninna nanna per indiekids. Così ben fatta che qualcuno, ascoltandolo, si è persino addormentato. ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>Lightspeed Champion: Falling off the lavender bridge</title>
      <pubDate>Thu, 27 Mar 2008 18:55:02 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/lightspeedchampion.htm</link>
      <author>valeriafrusciante@yahoo.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/lightspeedchampion/falling.jpg" align="right">Ma quanto mi piace il nuovo disco di Lightspeed Champion?<br/>Il redivivo Dev Hynes si accasa in Omaha, Nebraska e s’improvvisa pop- folk singer, dopo aver messo la parola “fine” fra lui e le moine nu rave da quarto (ve li ricordate?) Test Icicles. Risorto dalle ceneri della precedente esperienza musicale, sotto il moniker Lightspeed Champion, s’inventa di sana pianta il disco Falling off the lavender bidge, segno della sua conversione e dei tempi (musicali) che mutano.<br/>Un disco che certamente non cambia la vita ma che è destinato ad “essere segnato con il carbone bianco” perché rappresenta una piccola rarità nelle sue melodie introspettive, nella sua “maniera” quasi serica, a volte poco disinvolta, a volte troppo sino a deragliare nell’onirico e nel naif. Un sogno ad occhi aperti o qualcosa che gli somiglia molto. Questo è il senso che evocano canzoni di ben 10 minuti ( tempi musicali che cambiano avevamo detto…) come la preziosissima "Midnight Surprise" che, già da sola sconfessa il valore dell’unico e primo disco della sua precedente band. "Dry lips": altro episodio in cui l’avvicendarsi di più strumenti rivela una solida impalcatura e un altrettanto valido arrangiamento. Seguono le suadenti "Salty Water", "Let the bitches die". Nulla è affidato al caso in queste dodici inestimabili tracce che innalzano, è fuor di dubbio, la qualità di certo cantautorato schivo, appartato e di nicchia assoluta anche se questi lemmi non mi sembrano molto appropriati per il Nostro (se non per l’attitudine più genuina e per l’approccio”bedroom pop”, easy al suono) visto che già incide per la prestigiosissima Domino Records, etichetta degli Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, The Kills, Animal Collective. La brezza dei Bright Eyes, dei primi Okkervil River non fa fatica a spirare, sembra quasi che Lightspeed Champion stia qui a dimostrarci che un futuro è possibile anche dopo i Belle and Sebastian coadiuvati da Isobel Campbell ma chissà che non sia poi una scontata promessa per il futuro?<br/>La bici della Domino è oramai sua, adesso bisogna vedere se si tratta di una bella speranza o solo dell’ennesimo disco ben prodotto/ ben confezionato.<br/><br/>Caduti anche voi dal ponte color lavanda o nella più moderna delle trappole? ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>The Aluminum Group: Little happyness</title>
      <pubDate>Thu, 27 Mar 2008 18:53:39 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/aluminumgroup.htm</link>
      <author>pasqualeallegro@yahoo.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/aluminumgroup/littlehappyness.jpg" align="right">Abbiamo rovistato tra le gambe di un mattino speciale, alla ricerca della classe, di una melodia pirotecnica senza singulti, di briciole come gesti di eleganza e di stile sopraffini.<br/>Tra le quattro soffici pareti di una chamber-pop, i nostri occhi non potevano non intrattenersi con la copertina.<br/>Tra le dimensioni di spazio e di tempo, tra poltrone, tappeti e cornici d’antan, spiccano momenti di pop cangiante. Ecco perché, come fossero tanti piccoli coriandoli di estetica fatalità, abbiamo catturato quelle atmosfere raffinate, stringendole al petto, lasciando debordare, da quel lungo abbraccio avvolgente, un sospiro di malinconica felicità.<br/>Tuttavia le nostre mani descrivono a stento quel tocco geniale.<br/>E noi - soggetto narrante - noi, siamo mani e scrittura, recensori e lettori.<br/>E loro sono i fratelli John e Frank Navin, in arte Aluminum Group.<br/>Di stanza a Chicago, con Little Happyness il duo chiude compiutamente la trilogia che vide in Happyness il primo accenno di grazia e in More Happiness una rinnovata ed ispirata esperienza.<br/>La voce, quella voce, l’avevamo cercata invano negli anni.<br/>Grazie a questo nuovo miracolo, il 2008 sarà l’anno del velluto indiepop, del tessuto espressivo morbido, pedissequamente senza pieghe, senza contrasti claudicanti, senza intoppi di stile e d’intonazione. Il Navin cantante posa lievemente le vocali sugli importanti tasselli melodici concertati magistralmente dal fratello, mentre soft-pop, easy listening e fotografie sempre nitide di Bacharach, si contendono moquette, pantofole e inquadrature da “finestra sul mondo”, sul mondo pop.<br/>Tra gli undici episodi di compostezza vocale spicca il crooning di “Atlantic”, che è tutto un tentativo di sussurrare il ricordo di un momento d’amore, mentre in “The world doesn't spin on us” un susseguirsi di trame vocali che si intrecciano, si respingono, per poi ricongiungersi nel finale con un idilliaco contributo femminile, finisce con il rappresentare quello che più si presta ad essere considerato il momento preferito. Forse perché, essendo relegato in coda, il brano ha tutto il sapore dolceamaro degli addii o forse perché, semplicemente, un’esperienza conclusa è il miglior invito all’impertinenza.<br/>Ci si stupisce, ma la grazia senza tempo di un gioiello segna sempre più labilmente il confine tra il tramonto e l’alba della bellezza.]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>The Raveonettes: Lust Lust Lust</title>
      <pubDate>Tue, 26 Feb 2008 02:35:17 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/raveonettes.htm</link>
      <author>valeria@indiepop.it</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/raveonettes/lust.jpg" align="right">Lo shoegaze scozzese che si trasferisce in Danimarca che si trasferisce a New York.<br/>Con discrete venature: rock anni ’50-‘60, garage, noise. L’ultimo (capo-)lavoro (?) dei Raveonettes s’intitola Lust Lust Lust e suona sporco. Ascoltandolo ci sembra ci sia un gap di 40 anni rispetto alla baldanzosa "Love in a trashcan", singolo che li fece conoscere a ben più persone nel 2005.<br/>Di Lust, Lust, Lust bisogna proprio puntualizzare questo: è impossibile non pensare ai Jesus and Marychain.<br/>E’nella circolarità di certe ballate, "Lust "ad esempio, malinconiche e struggenti nella loro rassegnazione, che apprezzi questo disco.<br/>E’ nel guardarsi istintivamente le punte delle scarpe ascoltando "Eye Satin", (poi dovrai servirti del fast forward) che lo ami ancora di più.<br/>Ma è soltanto nella melliflua "Dead Sound" che capisci però di essere stato preso per fesso.<br/>Si perché inizialmente non distingui il limite fra il favoloso (per davvero) e la “maniera” che surclassa i sentimenti in un’operazione di ripescaggi/citazioni inaccettabile.<br/>You want the candy è l’agnizione definitiva: una versione rivisitata di "Good for my soul" solo più infiorettata di coretti fifties.<br/>La resa è magnifica, purtroppo prolunga un effetto estenuato, quello che era stato già ottenuto da gruppi quali Black rebel motorcycle club- peggio- i già citati Jesus and Marychain, di quelli senza nerbo. E così Lust, Lust, Lust è un disco godibilissimo, che si ascolta per qualche tempo, poi finisce col prendere polvere prematuramente. Magari accanto al disco dei Love di sei mesi prima, e a questo simile per suggestioni, gesti e pose, in certi aspetti.<br/>Gli scivoli romantici non mancano, anzi.<br/>Da l’impressione di un tutto già visto/già sentito a cui fanno pendant un chitarrista capellone con la t-shirt a righe e una bellona infatuata della Ceciarelli.<br/><br/>Siamo sicuri che più belli di così non si può ? ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>We Are Soldiers We Have Guns: Wild World/Wherever I lay my hat, that's my hom</title>
      <pubDate>Mon, 25 Feb 2008 00:32:21 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/singles0108.htm#weare</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>single review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/articoli/singles/0108/wearesoldiers.jpg" align="right">Ogni volta che arriva un nuovo disco di We Are Soldiers mancano gli aggettivi, manca il fiato. Era stato così per i folgoranti esordi in CD-R, poi per quella perla assoluta di "To meet is murder", e non fa eccezione questa strenna svedese targata Lavender che recensiamo in colpevole ritardo. Due cover nelle quali Malin ritrova tutta l'immediatezza che ha spesso sacrificato alle profondità della sua musica, e la cui scelta rivendica con orgoglio nelle note di copertina: "nella musica popolare, solo agli uomini tocca di insegnare e di viaggiare. Le donne sono il rifugio dalla tempesta, e sono sempre lì la mattina dopo". Malin è qui per fare la differenza, e con la sua voce bambina porge una notevole e personalissima versione di "Wild World" in punta di piedi, sottile e vivace, che limita all'essenziale un arrangiamento giocattoloso e scarno per dare risalto al gioco di sovrapposizioni vocali e battimani che la rende una delle cose più genuinamente vive ascoltate negli ultimi mesi. A Marvin Gaye è riservato identico irrispettoso trattamento, stavolta in chiave elettronica con la voce appena accarezzata da un vocoder, tra l'incredulo e il divertito. Due pezzi piccoli ma essenziali, altrettante boccate d'aria fresca della cui necessità non ci si rende conto sino a quando è troppo tardi per rinunciare. Se la sincerità era lo scopo principale, beh è raggiunto; a noi non resta che rimarcare per l'ennesima volta l'assoluto, ineguagliabile splendore di Ms Dahlberg, e rimetterci alla ricerca degli aggettivi. Per il prossimo disco.]]></description>
    </item>
    <item>
      <title>A/V: Anthems from the Phantom</title>
      <pubDate>Mon, 25 Feb 2008 00:30:55 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/bands/phantompower.htm</link>
      <author>abberliner@gmail.com</author>
      <category>album review</category>
      <description><![CDATA[<img src="http://www.indiepop.it/bands/av/anthems_phantom.jpg" align="right">Oh Sheffield Sheffield, dove eravamo rimasti?<br/>Tre ragazze al tavolo di un pub e un gruppo in cima alla classifica del cool di NME dopo, la (ex ?) città più fica d'Inghilterra fa i conti con il day after e scopre che beh, non è poi tanto male. Tocca a Phantom Power raccogliere i sopravvissuti, mischiati a un piccolo contingente dalla vicina Derby e proporre una di quelle indie compilation che piacciono a tutti.<br/>Piacciono? Il fatto che i due terzi delle canzoni si assomiglino è un sintomo della endemica tendenza all'omologazione del pop inglese; la moda (art disco è il suo nome, o almeno quello che ho inventato allo scopo) pretende contaminazioni new wave, una frontwoman urlatrice e preferibilmente gnocca, riff taglienti ed obbligatori. "Anthems from the Phantom" non può fuggire alla regola, e sarà quindi un ricettario preziosissimo per i narcodipendenti da NME ma anche un manifesto del sorry state della musica UK (tranquilli, ci si riprende, lo facciamo/diciamo sempre) per tutti gli altri. Da qualunque parte stiate, non dovreste perdervi un gruppetto di canzoni che vado qui ad elencare.<br/><br/>Di Pete Green e del suo invito universale a condividere l'amore e i drum kit ha già parlato Salvatore, e io mi limito ad assentire: il refrain è grandioso, la canzone troppo leggera ma d'altra parte il ragazzo è fatto così. Sarebbe stato un hit per Amelia Fletcher negli anni 80. Best eighties track.<br/>Gli Screaming Mimi sono evidentemente i più bravi di tutti, ed è triste che nessuno se ne accorga. Hanno l'energia dei primi Long Blondes, e il carattere per supportarla. Dal vivo possiedono quella carica alla quale la maggior parte delle altre band può solo ambire, e la cosa migliore è che su disco riescono a non dispenderla completamente. "Dirtypillowslip" è un gran pezzo, pop brooding e volitivo come la voce della splendida Loretta Chantry, ed alla fine è solo un altro valido motivo per amarli. Best band, a mani basse.<br/>Tra gli altri gruppi che imitano i Biondi emergono dal mucchio i Beangrowers, poprockers concisi e incisi sui giri di chitarra di una frontwoman (Alison Ganea) con i fiocchi. Vengono da Malta, pazienza. Best new band.<br/>Poi si passa attraverso maldestri tentativi d'imitazione, vorrei-ma-non-posso, qualche tentativo d'originalità un po' troppo spinto – il guazzabuglio elettroacustico di Plans and Apologies, lodevole ma troppo far out – i Balor Knights stranamente sottotono e dei Repoman appena sufficienti. Recupera un po' il pop frenetico alla Dead Disco (ecco, loro sì che sono gnocche) come quello degli Y'r impossible, ennesima conferma che per questo tipo di musica ci vuole una vocalist donna, ma il gioiellino in coda è firmato Lardpony, quattro ex-ragazzi da Derby che dopo aver cantato le lodi del proprio ipod (my portable friend, ricordate?) sfoderano purissimo ed autoreferenziale indiepop in "Everyone's fault but mine": al secondo grande pezzo consecutivo, non può essere una combinazione. Se serviva uno scopo a questa compilation, eccolo: i Cavalli di Lardo saranno il prossimo gruppo da amare.<br/><br/>Mettere i pezzi migliori all'inizio e alla fine è un vecchio trucco, ma funziona sempre. Nel mio personale criterio di valutazione delle compilation (un giorno potrebbe anche diventare lo standard): tre canzoni buone, due ottime, una nuova band da amare e una da tenere d'occhio. Si ottiene un bel 7/10. ]]></description>
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      <title>Joe Rybicki: Girl no trouble</title>
      <pubDate>Mon, 25 Feb 2008 00:30:09 +0100</pubDate>
      <link>http://www.indiepop.it/articoli/singles0108.htm#rybicki</link>
      <author>salvatore@indiepop.it</author>
      <category>single review</category>
      <description><![CDATA[Girl no trouble, ovvero il primo disco dichiaratamente pop di Sad Gnome Records (responsabile del lancio degli Indelicates) si direbbe un lavoro troppo impalpabile e leggero per lasciare una traccia che vada oltre il minutaggio dedicato all'ascolto: la title track è un vivace simil-reggae che sta tutto su un minuscolo riff di tastiera e un grazioso refrain, che il buon Joe offre con la tipica voce da bravo ragazzo del tweepop inglese; come una versione slavata di Martin Stephenson, nasconde un fondo amaro destinato a rimanere nascosto ai più. Tocca al retro "Rosie" recuperare un po' del carattere mancante proponendosi in guisa country-acustica ed offrendo un'impressione decisamente più duratura del talento di Mr Rybicki nell'osservare e dissezionare le difficoltà di un rapporto. Gli accordi (di banjo!) si fanno rapidi e concisi, la voce alla Bragg racconta per sfogare, il pezzo è un gioiellino fuori contesto. Si guarda ai temi universali della timidezza e della incomunicabilità che portano i rapporti a sgretolarsi mentre li osserviamo impotenti finire in pezzi. E allora non si (sor)ride più.]]></description>
    </item>



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