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Il folk notturno e rurale
dei George nasce nel 1998, quando Suzy Mangion e Michael Varity,
ex compagni di scuola, decidono di tradurre in musica il loro
amore per la melodia. Dopo una manciata di singoli e split,
e l'apparizione di Suzy come voce ospite nell'album "Writers
without homes" dei Piano Magic (2001), arriva nel 2003 "The
Magic Lantern", esordio sulla lunga distanza ripieno di meraviglie antiche.
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Uno di quei dischi. Avete presente, vero? Al primo ascolto ti affascina così tanto che non superi la seconda canzone perché non ti va di sprecarlo così, in mezzo all'asfalto o sfatto dalla stanchezza. Aspetti un'occasione migliore.
Quando l'occasione arriva lo ascolti e basta, te ne lasci travolgere. A volte - se è un album particolamente carico - ne sopporti i brividi senza riuscire a proferire parola. Non hai coscienza del suo valore immediato, un concetto triviale come "album dell'anno" ti suona ridicolo. E' un disco senza fondo, uno di quelli che non potresti sopportare di non possedere, toccare, sentirne i limiti fisici con le punta delle dita, gli unici per i quali gli mp3 non costituiscano degno surrogato.
Quante volte capita? Poche, lo ammetto. Le stagioni scivolano via e la musica con esse, lasciando poche durabili tracce. Soddisfano spesso i singoli e gli EP, ma trovare un album che sia bello e denso dall'inizio alla fine, beh, dove devo firmare?
La firma l'hanno messa Suzie Mangion e Michael Varty, autori due anni or sono del sottovalutato e bello "The Magic Lantern". Oggi la lanterna si è aperta e l'olio al suo interno si è sparso in tutte le direzioni, viscoso e lento. A week of kindness è un album intenso e conciso: distilla emozioni al ralenti con una leggerezza prodigiosa, come i Low senza chilogrammi aggiunti.
La musica dei George è fatta di cose piccole e semplici.
Di canzoni: prodotte su tele antiche e pregiate, da Billie Hollyday sino a quella fabbrica di emotività che è lo slowcore nei suoi momenti migliori. A week of kindness prende il meglio di questi elementi ma non li sovraccarica, non va alla ricerca di dieci minuti di ipnotismo su una singola nota, anche se potrebbe permetterselo.
Di storie: popolate di sentimenti e passione viva. Dalla marcetta paramilitare di "My Fear Keeps God A-Hiding" attraverso le movenze da chanteuse in "Sunday Painter", Suzie racconta vicende non sue con partecipazione enorme, tra frusciare di violini e melodie antiche.
Di suoni: vecchi strumenti a corda e a fiato che convivono in dolce rassegnazione con attrezzi moderni ma ugualmente in disuso, come in in un mercatino delle pulci: impolverate tastiere lunghe e strette, capaci di replicare pulciose note d'organo o il ritmo di una batteria marziale.
In questa convinvenza armonica più che altrove sta la forza dei George. Se non si avvertisse il tentativo di legare con ragionevolezza le due ere, quella dei suoni dell'inghilterra Vittoriana che sfumano lentamente (le note da un negozio di antiquario di "Vanishing Sounds Of Britain") e quella di un futuro non ancora avverato e verso il quale si oppone blanda resistenza, le canzoni di "A week of kindness" risulterebbero gradevoli curiositè esotiche. Ma qui tutto profuma di una nostalgia partecipata, a tratti insostenibile, filtrata da sentimenti autentici. I George piangono per quello che non c'è più, e nel tentativo di estrarlo dai ricordi ne celebrano una comunione con il presente.
In questo quadro color seppia, Suzie e Michael si dedicano al loro artigianato cantautoriale con cura da massaia e amore per le cose genuine: tolgono la polvere da vecchi dischi d'epoca e si concedono un ballo in salotto. Siedono allo scrittoio e danno vita a splendide miniature d'epoca invecchiate in un istante. Servono due pasticcini come "Sunday Painter" e "Song Of Degrees", meraviglie tra le meraviglie, ninnenanne illuminate da una luce bianchissima e senza scampo. Solo alla fine di numerosi ascolti vi accorgerete che dietro alla voce di Suzie che scala Song of Degrees non c'è nulla, giusto sparse note di tastiera che costruiscono una melodia inesistente e un banjo che interviene a metà del refrain. Ma che importa? E' comunque una cascata di emozioni, come il break strumentale nella prima metà di "Week of Wonders", che spazza via la voce e ripopola il silenzio con una linea di synth densa e fredda, simile al rumore di un aspirapolvere che disturbi il sonno.
"A Week Of Kindness" è un lungo e sinuoso capolavoro di atemporalità, un album-tributo ai sentimenti, una emozionante bancarella di restaturo di canzoni antiche riemerse dalla memoria. Se fosse appena meno esplicito, non sarebbe altrettanto bello.
D'altra parte è uno di quei dischi.
Salvatore
Arriva
in silenzio e arriva dal buio "The Magic Lantern", esordio dei Mancuniani
George. Ed è una delle sorprese più genuine dell'anno. Con un armamentario
leggero fatto di elettronica antidiluviana, viole e xilofoni, Michael
Varty e Suzy Mangion (quest'ultima già voce ospite nell'ultimo Piano
Magic) arrangiano un album di delicate meraviglie e sprigionano
una impressionante intensità emotiva. Pensate a Damon & Naomi in
versione barocca ed elegiaca, contornati d'archi di zucchero mentre
visitano la casa di Hansel e Gretel. Tra numerosi interludi che
ne scandiscono i tempi e composizioni di illuminante bellezza, "The
Magic Lantern" è un concerto attorno al un fuoco con la presenza
delle fate: i George giungono a tanto esaltando il puro rapporto
tra i pochi mezzi a disposizione e l'intensità del risultato, evocano
immagini con la facilità dei menestrelli.
Difficile da raccoltare per canzoni, "The Magic Lantern" è una fiaba
da ascoltare in apnea: non solo reclama la vostra attenzione ma
predispone l'animo ad assecondarlo; e le sue forme rotonde, gli
archi e la leggerezza degli arrangiamenti lo rendono ugualmente
adatto - con efficiacia appena ridotta - come accompagnamento sonoro:
il sinuoso folclore di "Sacramento", il bel contrappunto tra la
voce di Suzy e il nero avanzar di tastiere di "Tip Top", l'accumulazione
di organi e tastiere a formare un densissimo tappeto di suono nell'inno
"Bandstand" sono i momenti migliori di un disco che profuma di romanticismo
e mistero. L'unico difetto è l'eccessiva brevità del tutto: forse
per mancanza di confidenza i due George limitano a lunghezze canoniche
brani che avrebbero ben altro respiro: la maestosa "Bandstand" si
esaurisce dopo poco più di tre minuti quando avrebbe i titoli per
dilungarsi oltre i dieci; ma son cose che col tempo di aggiusteranno.
Funzionale al gioco anche una serie di brevi raccordi strumentali,
veloci gocce di cera che penzolano dalla lanterna e formano strutture
multicolori sull'erba: le tastiere spianate e i campanelli di "Alpine",
i carillon di "Picture box", Doris Day e Judy Garland a braccetto
in "Little Song", sino al folk con cinguettii di "Compass song".
L'approccio dei George alla materia folk è simile a quello dei Candidate:
entrambi sono in fuga dalla città, cantastorie con una concezione
diversa del tempo. Impiegano molto per costruire le melodie ma ne
ottengono sempre un risultato all'altezza: arrivano al climax ("The
Track through the woods", come i Low che raccontano una fiaba nella
campagna inglese) gradatamente, senza saltare un passo, e non lo
fanno con la consistenza dolorosa dello slowcore ma con una leggerezza
quasi prodigiosa: per questo "The Magic Lantern" è denso ma mai
pesante, è folk fatato e intinto nell'elettronica, che elude le
gabbie di genere ("indiepop" compreso) e vola libero.
Ma arriva in silenzio e dal buio, così buio che pochi si accorgeranno
della sua grandezza. Fate in modo di essere tra quelli.
Salvatore |