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Fanfarlo: Talking backwards (Fortuna Pop!)
 Qualcosa mi dice che i Fanfarlo, band Londinese guidata dal ventiquattrenne svedese Simon Aurell, stiano per varcare la soglia che separa gli illustri sconosciuti dalle future promesse d'Albione, e non so se in termini assoluti sia un bene o un male. Per adesso il loro pop melodrammatico ha tanti colori, alcuni dei quali pericolosi: le tinte scure dei primi Coldplay e un pizzico del loro narcisismo, il multicolore di un sogno dei Mercury Rev, il rosa equivoco dei Tears in X-Ray Eyes. Resteranno con noi o andranno dall'altra parte?
"Talking Backwards" è un gran bel numero di pop placido, svela una tastierina insidiosa che si inserisce non invitata tra gli accordi di piano e li destabilizza. E' la ballad che avrebbero scritto i Coldplay se non si fossero fissati troppo presto con l'idea di diventare popstars, ed è bella - troppo bella, se mi capite - perché me ne lasci conquistare del tutto. Ancor più invernale e protetta da una coltre di tastiere, "Tuesday (you come when we call)" è un po' come gli Arcade Fire (lo hanno scritto tutti, lo scrivo anch'io) con le barbe dei Grandaddy uniti all'impegno natalizio di Sufjan Stevens, e il fatto che i paragoni siano così puntuali e scontati un altro sospetto lo fa sorgere. Ma che diavolo, è quasi dicembre, e questo è uno dei singoli dell'anno.
www.fanfarlo.com
Salvatore, 30/11/06
The Little Ones: Lovers who uncover (Heavenly)
I più informati ne parlano bene già da qualche mese, ma noi dobbiamo ringraziare mamma EMI (nei panni di Heavenly Records) per averci portato i Little Ones, multietnico quintetto losangelino che ha da poco dato alle stampe un EP in patria. Dei sei pezzi di quel disco, due finiscono sul singolo d'esordio per il mercato UK e cavolo, è un inizio con il botto. Poppy indie-rock soleggiato, quel tipo di college-pop americano che non ha conosciuto gli anni 80 né il tweepop ma ha frequentato assiduamente U2, Radiohead e i nineties indipendenti USA assimilandone le componenti più esplicite.
Con un equilibrio a metà strada fra Shins ed Eels, "Lovers who uncover" è il singolo al quale ogni college-band ambisce: sin dai primi accordi nasconde nella sua finta muscolarità un doppionfondo di tenerezza che rende impossibile condurlo ad un mood univoco. I suoi molteplici elementi trovano una congrua ma per nulla scontata armonia: l'allegria di battimani e cori, l'insistenza degli accordi serrati, quegli echi su voce e strumenti, ma anche la lieve fragilità dell'indierock USA post-grunge. La B-side "Cha Cha Cha" acuisce quest'ultimo aspetto su una semplice base di elettronica e chitarra, talmente morbida e vulnerabile da lasciarsi stringere al petto come un peluche, e trasportata in una fiaba natalizia da un break di tastiere-chitarre così incantevole e puro da lasciare senza fiato.
Entrambi i pezzi si possono prelevare - gratis - dal sito della band.
www.wearethelittleones.com
Salvatore, 27/11/06
Uke: Boreal (Jabalina Música)
Ennesimo gruppo interessante tirato fuori dal cilindro dall'etichetta madrilena Jabalina. Delicato e sensibile, a metà strada tra il pop spagnolo (Mate, Apenino, Ciudadano e più in generale la scuola Elefant Records) e quello francese (Yann Tiersen, Bastien Lallemant, Dominique A, il primo Katerine): nella canzone di apertura "hemisferio" e ancor più nella conclusiva e strumentale "fieltro y cilantro" sono presenti forti rimandi "tiersiniani". In generale, si tratta di un lavoro piacevolissimo, che scorre facile e veloce, in piena linea con lo spirito pop che la Jabalina Música ci propone da tempo.
Tutto l'ep si regge sull'alternanza di voci sussurrate maschili e femminili, sul suono sempre presente di un dolce glockenspiel, su ritmi a cavallo tra la "valse musette" francese e la bossanova. Consigliato a chi ama l'indiepop spagnolo e le atmosfere sognanti e cinematografiche di Tiersen.
www.ukepop.com
Michele, 24/11/06
The Butterflies of Love:
Orbit around you/In a blizzard in a lighthouse
(Fortuna Pop!)
Dopo una estemporanea quanto preziosa apparizione sull'EP "More soul than Wigan Casino", è di nuovo tra noi il più soulful tra i gruppi Fortuna Pop, stavolta con un doppio lato A in sette pollici registrato alla vigilia dello scorso Natale: "Orbit Around You" è concisa come un classico indie-rock ma possiede la densità e il calore agrodolce del Mark Lanegan di Bubblegum; voce rauca più i germogli Northern Soul che fioriscono inspiegabilmente nel New Haven, e come sempre il risultato è superiore alla media grazie a una serie di dettagli - il miniassolo di chitarra mersey, le sovraincisioni vocali seminascoste nel coro - che la band di Jeff e Dan Greene raramente trascura. La A-side complementare "In A Blizzard In A Lighthouse" sceglie invece l'approccio pop-psichedelico in voga attorno alla metà degli anni 80: pesante e circolare, ricoperta di eco e di sibili di chitarra, si immerge nel fango sino alla cintola sostenuta da un costante strato d'organo, ed è credibile oggi come lo erano i Dream Syndicate all'epoca. In giro si dice che l'imminente terzo album "Famous Problems" potrebbe finalmente far uscire i Butterflies of Love dal cono d'ombra nel quale rimangono dal 1999. Pochi lo meriterebbero più di loro.
imezok.tripod.com
Salvatore, 23/11/06
Alice:
La chute
(Kaugummi)
 Alice è giovane, giovanissima, ma ha una sensibilità musicale incredibilmente matura. Stento a credere che questa autoproduzione possa essere frutto di una ventenne che suona e canta da sola nella sua cameretta (davanti a tastiere, microfono, drum-machine e pc). Infatti, "La chute" trasuda una malinconia pop e una sofferenza che molti artisti riescono a raggiungere solo con il passare degli anni. Pensate ad un condensato di CocoRosie, Konky Duet, ultimi Blonde Redhead, Melodium, Virginia Astley (soundtrack di Me and You and everyone You know), Dominique A, insomma il meglio del meglio del minimal pop. Le canzoni sono brevissime, rasentano il minuto, difficilmente lo superano di molto. Ma caspita, tutto è di un'intensità fortissima.
Anche i testi, piccole poesie scritte in francese o in inglese, sono tristi, malinconici, introspettivi, dolci e problematici. In alcuni di essi la morte è il soggetto dominante. In "Ce matin" Alice canta "l'ho trovato questa mattina, non respirava più il tuo bambino" o in "Tu t'endors" addirittura paventa un suicidio di coppia: "questa mattina, ho avuto un'idea e mi son detta che avremmo potuto assumere insieme del veleno…". Fortunatamente in "Assez vrai" Alice afferma: "abbiamo tutti dei momenti di scazzo, non siamo così tristi, le buone notizie a volte arrivano…". Insomma, "La chute" è un mini-album incredibile, provare per credere.
A proposito: il suo primo lp, "Childhood memories" è per intero scaricabile dal sito bartolomsanson.club.fr/musique.html. Andatelo a cercare, perché ne vale la pena.
www.myspace.com/alicedourlen
Michele, 22/11/06
We Are Soldiers We Have Guns:
To meet is murder
(Stereo Test Kit)
 Nascosti dietro lo strepitoso titolo "To meet is murder", immagino che Malin e Jocke osservino compiaciuti l'evoluzione della loro creatura. Con il passare dei mesi e attraverso tre EP di bellezza crescente, la musica dei We Are Soldiers We Have Guns ha perso per strada quel poco di superfluo che ancora si portava addosso. E' rimasto pop anoressico, intoccabile, sospeso su strutture così delicate che le si osserva trattenendo il respiro, nell'illusione che il loro unico nutrimento, sole e guida insieme, sia la splendida voce di Malin.
E invece la rarefazione dei modelli musicali - una lenta e graduale discesa verso i ghiacci - sottende ad un lavoro attento e confidente sulla forma: sottili scheletri acustici, intense tessiture post, popelettronica alla Notwist vivono in felice equilibrio con i volteggi leggeri della musa Malin, la cui voce ai limiti della poesia, cristallina e partecipata, arriva a rendere indicibile la bellezza di questi cinque pezzi incastonandoli in un'alba luminosissima.
E' il motivo per cui amiamo questo gruppo dal primo giorno: perché anche se odora di mattina e di un bianco che non si può sporcare, la sua magia scaturisce da una frattura, uno squarcio che ne offusca i già deboli sorrisi. L'incomunicabilità e la rabbia repressa alle radici della loro musica eruttano in silenziose volute di ghiaccio nelle quali si insinua una fiammella di speranza incosciente. E mentre la guardiamo sorridere tra i battimani, la chitarra e la voce sovraincisa che portano in paradiso "Songs That No One Will Hear", qualcosa ci dice che alla fine andrà tutto per il meglio. Anche se stiamo cantando una Canzone che nessuno sentirà.
www.wearesoldiers.net
Salvatore, 16/11/06
The Bird And The Bee:
Again and again and again and again
(Caroline)
A giudicare dalla bellezza di "I'm a Broken Heart", quattro minuti e mezzo di pop perfection da salvare e conservare con i volteggi jazzy dei Free Design e la sospensione melodica degli XTC adulti, The bird and the bee sono la band che tutti aspettavano. Inara George è figlia d'arte (il padre era il compianto Lowell George dei Little Feat), con un paio di infelici esperienze nel sottobosco indie Losangelino riscattate nel 2005 da "All Rise", fortunato LP solista di matrice folk/pop. Greg Kurstin era il suo chitarrista, e già sessionman per Beck e Flaming Lips. Insieme, facendo largo uso di samplers e loops, ottengono un bel melànge di soft jazz, Beach Boys ed easytronica tutto giocato sul contrasto tra passato e presente, di cui questo EP offre un veloce assaggio in attesa dell'album che verrà. E sono due centri perfetti su tre. La coppia punta sulla voce antica e classy di Inara che risplende solare in "Again and Again", mistura di Air ed easytempo anni 60 accesa da gentili scosse electro con un refrain in crescendo che potrebbe non finire mai, prima che il battito meccanico doppiato da glockenspiel e tastierine di "F*cking Boyfriend" - unico e parziale scivolone dell'EP - si rivolga senza troppa originalità alla dance/jazz di etichette come Stereo Deluxe, candidandosi ad un remix di Peaches (nientemeno!) in stile minimal techno. Le potenzialità appaiono enormi, ma data la scivolosità della materia pop/jazz tratteniamo l'entusiasmo sino all'ellepì in uscita ad inizio 2007. Per il momento, provate a togliervi "I'm a broken heart" dalle orecchie…
thebirdandthebee.com
Salvatore, 08/11/06
Mixtapes and Cellmates:
If there is silence fill it with longing
(No Method)
Batteria elettronica, distorsioni, poche note di chitarra e tastiera a squarciare episodicamente il rumore, l'aria resa irrespirabile dal ghiaccio e dal feedback, la voce che segue una melodia invisibile ma capace di purificare ogni traccia di sporco. Era in qualche modo prevedibile che dai più dotati seguaci dei Radio Dept arrivasse quel disco che la band di Malmoe ha preferito non fare. Ma Mixtapes & Cellmates non sembrano pentirsi di nulla e propongono una versione ultra di "Juno", accentuandone ogni elemento. Un disco più attendista e ancor più concentrato su atmosfere e sentimenti ma che non rinnega il clima teso dell'esordio.
Se il prezzo pagato al più denso lavoro di studio è una minima perdita d'immediatezza (ma va detto che non è certo l'orecchiabilità il maggior pregio della band), le canzoni di questo nuovo EP aumentano esponenzialmente la carica psichedelica/magnetica del primo EP: quella che suona "Distance, Blinding Lights" (satura sino alla claustrofobia) è una band in trance, trasportata dal suono che scaturisce dagli amplificatori e felice di perdersi tra le sue pieghe. La base in accelerazione sembra voler portare tutto al collasso, ma il prodigio di questi tre minuti sta nell'impossibile apertura melodica che scaturisce dal lavoro delle chitarre, in un'opera di purificazione che è il vero denominatore comune di questo EP. Un viaggio di coscienza necessario ad accompagnare la carica emozionale della band di Stoccolma per la quale ogni brano è una sorta di lavacro. L'emotività si concentra a partire da "C:You D:Road Home", traballante sullo sfondo di un sibilo elettronico e una drum machine, prosegue lungo i mille frammenti elettronici in sospensione di "A Quiet Evening" e infine trova sfogo in "Clean sheets, Wintermorning", i cui pezzetti di ghiaccio si staccano a partire dal secondo numero 103 e prendono a vorticare in un ottuso crescendo di feedback che seppellisce ogni miseria aggiungendo un nuovo strato ad ogni giro, sino a dissolversi lentamente nella luce bianca del mattino.
Sarà un lungo inverno.
www.mixtapescellmates.com
Salvatore, 07/11/06
Lost Summer Kitten: Yeah Oh Wow (Popkonst)
Con il nome più twee da questo lato dell'oceano, Lisa e Matilda sono due gattine sperdute, che abbandonate dalla loro band (metà si è trasferita a Londra) hanno trovato rifugio in un incantevole progetto dai sapori folk, sorta di versione adulta (ma non per questo adulterata) delle Taxi, taxi. L'acoustipop del duo e le sue venature autunnali non bastano però a spiegare le meraviglie di questi quattro pezzi, sapientemente prodotti da Jens Almqvist nella prolifica cittadina di Lund: il tessuto chitarristico della band è arricchito da batteria e tastiere, svisate melodiche e smorfiette da perdere la testa, con un equilibrio nelle sovrapposizioni vocali che non si ascoltava dai tempi delle Indigo Girls e un accorto bilanciamento degli umori. Erutta così una tristezza cercata, corale e consolatoria che collassa nelle voci abbracciate delle due ragazze, dapprima accarezzate dall'armonica di "I'm better off", poi sognante nelle armonie da cinema sixties di "Two Girls Riot", infine dolceamara e tremolante alla luce di una candela in "Lovesong No.1" un attimo prima del bacio della buonanotte. Semplice e rinfrescante, di tutte le manifestazioni pop/folk svedesi senz'altro una delle più convincenti.
www.lostsummerkitten.se
Salvatore, 04/11/06
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