The Diskettes/Port City All Stars
Do What You Need To Do / When
I Was One
(Yellow Mica Recordings)
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Fanno
innamorare chiunque incontrino - dall'Inghilterra alla
Svezia - i due Diskettes. Li avevamo lasciati sulle orme
dei girl groups, li ritroviamo a Gothemburg a interpretare
il ruolo di artisti simpatici e geniali, di quelli che
se ti si presentano in casa alle 10 di sera non puoi fare
altro che tenerli a dormire perchè sono così, uhm, simpatici
e geniali. Solo la prima canzone di questo split CDR è
loro, ma è davvero super, divisa in 5 parti intervallate
da ogni tipo di inserto radio: 15 minuti in tutto, un
jukebox anni 60 fuso con il bedroom pop tenerello e lofi
che faceva impazzire il Calvin Johnson di qualche anno
fa. Difficile dire dove finisca la radio e dove inizino
i Diskettes, quindi procediamo in ordine sparso: un poppettino
confidenziale sottolineato da spazzole e zoccoli, un cutup
di New York New York, la canzone della Coca Cola e quella
di Star Trek, una bella indiecanzoncella sixties, una
dolcissima ballad per xilofono, velocissimi inserti country,
e il dannato tema di M.A.S.H. che arriva quando sei oltre
qualsiasi meccanismo di sospensione del giudizio, già
li ami incondizionatamente e trovarti di fronte un pezzo
simile corrisponde a farti definitivamente calare le braghe.
Insomma, tutto il campionario atto a intrattenere l'amico
che alle 10 di sera ti ha accolto in casa come un fratello,
così improvvisato e confidenziale da essere inafferabile
e per questo non razionalizzabile. Il tipo di cosa che
in genere si etichetta come merda pretenziosa e bellissima,
solo che questa non è merda e non è pretenziosa.
Il resto dell'EP è occupato dai Port City All Stars, disciolto
terzetto di simpatici buskers da Saint John (New Jersey)
che pur non potendo avvicinare la geniale follia del duo
di Montreal fa tutto il necessario per essere in egual
misura adorabile. Cantano più che altro filastrocche elementari,
magnifici sforzi acustici e/o solitari che estraggono
sangue dalle rape: piccoli numeri di cabaret ("I wish
I was a cat", i Dresden Dolls con un cervello), simpatiche
acusticherie ("When I was one") prive di pretese e per
questo ancor più simpatiche, sciocchezze autoreferenziali
("I dig pop" e il suo futile spelling) e hippy ("Downtown
is alright"), con una soprannaturale propensione per le
armonie. L'ottavo pezzo ("Girl gets in the middle of the
pickup truck") hanno dimenticato di registrarlo; peccato,
aveva il titolo più promettente.
Singolo del mese per una decina di incollature, standing
ovation per Yellow Mica (e per la tape label Pink Triforce,
che aveva edito il tutto su cassetta non molto tempo fa).
www.ugrad.physics.mcgill.ca/~ddd/ (The Diskettes)
www.portcityallstars.com |
Caroline Soul
I Made a Promise I Would Shape
Up
(autoprodotto)
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When
I was a small kid I blew bubbles with saliva/ only god
knows I still do it/ when the door is locked behind
me.
E' solo il primo verso di "When You Do It" e in verità
non servirebbe molto altro per dire di aver trovato
la canzone - e il gruppo - dell'estate. Il punto però
è che in questo pezzo c'è molto altro: una progressione
di chitarra tendente ad un epico impossibile, che monta
in una sorta di urlo corale e si ferma sull'orlo di
una melodia troppo bella per esistere davvero, e a dimostrazione
di ciò sfuma lentamente nel nulla. I Caroline Soul hanno
raggiunto - grazie a una manciata di canzoni compresse
in due, tre singoli - lo status di band autodefinibile,
per la quale ogni paragone risulta inadeguato. E allora
mi permetto di dire che "When You Do It" non è migliorabile
da nessun punto di vista, non nel testo surreale ma
così dolente, non nell'aspirazione al cielo (la ricerca
di un pop epico che è già il marchio di fabbrica della
band), non nel comprimere in tre minuti e diciotto pù
idee di quante ne avranno mai gli Oasis nella loro intera
carriera, non in una progressione di riff che si fissa
in testa dal secondo zero. Questo EP, come gli altri
della band disponibile su internet (vedi link), sbaglia
un solo colpo, ma per tre quarti è assolutamente perfetto,
in special modo se l'estate ha cominciato a disturbarvi
e vi chiedete perché mai dovreste partecipare alla giostra
delle vacanze: "In good time" è rassicurante calore
al crepuscolo liberato da una chitarra accompagnata
da un humming fantasma (altro irresistibile trademark),
"Sarah pt 2" semplice poesia acustica.
Mi iscrivo al club degli ammiratori. Quelli estremi.
http://www.lagerstedt.net/~caroline/index.htm
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The Pipettes
ABC
(Transgressive)
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Tra
le distorsioni prodotte da internet ce n'è una particolarmente
perversa: la circolazione dei demo. Ci pensavo di fronte
a questo nuovo singolo delle Pipettes che in realtà
di nuovo non ha nulla, dato che chi segue il gruppo
con la maniacale fissa del sottoscritto ha mandato a
memoria questi tre pezzi mesi prima della loro pubblicazione.
Tre canzoni riregistrate, per onorarne la veste ufficiale
e sancire l'arrivo di Gwenno nel ruolo di "ragazza di
mezzo", ma anche per iniettar loro la consistenza adatta
alla difficile presenza su singolo. E una volta superato
lo sconforto del fanzinaro ci si accorge che è proprio
così: "ABC" ha il tipo di dinamismo esplosivo necessario
a un 7" delle Pipettes, con il basso a riempire gli
impacciati silenzi della versione provvisoria, e interpreta
alla perfezione il ruolo di A-side che era nel suo destino.
La malinconia da scuola superiore di "Judy" (una bella
colonna sonora per i primi romanzi di Hornby) necessitava
forse di cori meno puntuali, di bassi meno presenti,
ma in ogni caso il suo fascino sta tutto nel testo e
nella qualità malinconica del coro, e resta imperturbato
nella nuova versione. E non mi ero mai accorto prima
delle inquietanti qualità di "Simon Says". Ho le traveggole
o è un pezzo sadomaso? Beh, c'è questo Simon che dice
alla sua ragazza di mettersi in ginocchio e pregarlo,
altrimenti non si divertiranno. E' il trionfo di Gwenno,
che squittisce sopra la voce delle compagne e dimostra
di essere un grande acquisto, anche se mai meglio di
Ibrahimovic.
Siamo ancora nella prima fase dell'era Pipettes, lo
smaltimento dei demo e del concentrato di candore femminile
e (post-post) femminista degli esordi: il prossimo album
per Memphis Industries ne sancirà il trionfo, poi vedremo
se continuare a divertirci.
www.thepipettes.co.uk
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Love Dance
Love Dance
(Marsh-Marigold)
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Terzetto
di Bergen che ci riporta sui più tradizionali lidi indiepop,
i Love Dance (già noti come Try Happiness) sono fedeli
alle accelerazioni chitarristiche dei Woodentops e alle
malìe classiche dei Blueboy, innamorati dei riverberi
del suono Creation e Sarah, e di quel periodo nel quale
la distinzione tra new wave ed indiepop era così incerta
che non sapevi se la gente ti avrebbe guardato l'anorak
o le scarpe. E allora avvolgono di riflessi e nebbie
il loro frenetico tweepop trascinandolo di peso negli
anni 80. "You should know where I'm standing", è ricca
di simili stratagemmi, cantata con nonchalance tutta
norvegese sino ad un superbo refrain, "So long" ha chitarre
jangly coperte a loro volta da uno spesso sciame di
tastiere, "Stay Handsome" è il pezzo sottile e cristallino
che la band ci prometteva sin dall'inizio, frizzante
ma non privo di una coltre d'ovatta - qui più leggera
che altrove - che attutisce sovraincisioni e papapa.
Il refrain "If I stay handsome everything will be
alright" è dolorosamente retro, così diretto da
far riaffiorare ricordi sepolti, così bello che lo si
colloca nella giusta era senza poterlo paragonare a
nessuno, il che è un bell'attestato per la capacità
di studio e applicazione dei Love Dance. Gli archi vagamente
smithiasni nella conclusiva "What does this tell you"
confermano il talento dei ragazzi: da tenere d'occhio
sino all'imminente album.
www.marsh-marigold.de
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Decoration
I Tried it, I Liked it, I Loved
it
(SL Records) |
E' ancora possibile
esaltare un gruppo citando l'apprezzamento di John Peel:
i Decoration si fregiano della frase "se fossi il
milionario che la gente pensa che sia, a questi farei
firmare un contratto", pronunciata dal DJ più amato
d'Inghilterra prima della sua scomparsa. Peel non era
milionario, nonostante fosse avanti anni luce rispetto
a tutti noi, ma le sue parole hanno convinto i favolosi
squattrinati della SL a pubblicare questa "I Tried it,
I liked it, I loved it", il cui titolo toglierà l'impaccio
di una recensione seria a più di un giornalista di lingua
inglese. La canzone è in effetti del tipo che piaceva
a John Peel: grezzamente melodica, grossolana e tenera.
Come i loro inarrivabili compagni d'etichetta Ballboy,
i Decoration simulano i Wedding Present con ennui
provinciale e ombre di spleen morrisseyano. Il pezzo
che ne vien fuori è una caotica cavalcata pop/rock,
che nasconde a fatica la sua forza primitiva. Nemmeno
Pat Collier - impegnato alla produzione - è riuscito
a mettere ordine nella musica del quartetto, lasciando
che gli strumenti se la vedessero tra loro per il ruolo
preminente: il rumore che ne deriva però non asciuga
completamente le ambizioni introspettive del pezzo,
che spuntano timide da sotto i tessuti di chitarra che
fanno a gara nel break centrale prima che la voce (sgraziata
come da tradizione di buona parte del pop Uk) di Steven
Dickinson provi a drammatizzare con successo il finale.
L'assiduità negli ascolti è premiata dalla scoperta
di sumature sottili, che alzano la cortina dei rullanti
e attraverso la nebbia dei bassi mostrano una storia
di contrita demoralizzazione travolta da un volontario
e terapeutico impeto strumentale. "I Tried it." ha angoli
imprevisti, quella fascinosa teatralità tutta british
un bel finale smithsiano: non ancora perfetta, ma non
c'è dubbio che in un presente fatto di ordinary boys
i Decoration possano fare la loro bella figura.
http://www.decorationmusic.co.uk
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Saint Etienne
Side Streets
(Tired and Lonesome)
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La title track
che inaugura questo nuovo Ep che anticipa l'album 'Tales
From Turnpike House' del trio Saint Etienne è un risveglio
in un Paese delle Meraviglie bossa.
Sarah, Bob e Pete ricominciano dunque in punta di piedi,
umilmente, affrancano la loro grande esperienza dance-pop
assecondando la loro vena più soul (processo invero
già avviato da qualche anno ed album) e, assimilandosi
a piume e bolle di sapone lievitano in aria.
Sembra così di udire il primo, minimale e soave Gypsophile,
o i Watoo Watoo più rarefatti. La voce di Sarah si offre
qui davvero come un delicato sospiro. Il brano, coi
suoi sapori e parabole eighties-pop, è adorabile, merito
dell'ormai collaudatissima empatia del trio. [F]
www.saintetienne.com
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The Hit Parade
Born in St. Ives
(JSH Records) |
"Il primo gruppo pop
di Londra" comunica immodestamente l'homepage del loro
sito. "Il primo gruppo pop di Londra" comunica l'ascolto
del loro secondo settepollici in pochi mesi. Per chi
li ha conosciuti ai tempi gloriosi del loro apprendistato
senza apprendistato presso la Sarah Records questo "Born
in St. Ives/Beauty Queen" dirà ciò che già semplicemente
sa: che gli Hit Parade non cambieranno mai e che questa
è la migliore garanzia che Julian Henry ed accoliti
possano darci da qui all'eternità. Due canzoncine che
hanno come unica controindicazione lo slancio retrogrado
che ci restituiranno verso tutte le loro opere già consegnate
alla non-storia della band e alla storia dai Byrds in
poi. In più quel tocco amatoriale ed incompromesso che
rende queste semplici canzoncine (e definirle in altro
modo sembrerebbe superfluo) non solo suonabili all'infinito,
ma al contempo intime e indifese, frutto e oggetto di
un culto familiare e nostalgico. Importa qualcosa? L'Estate
è il posto giusto per i pochi, rinfrescanti, timidi
accordi che costituiscono la spina dorsale di questi
autentici e genuini amanti della melodia e della tradizione.
Da segnalare la confezione, con il prezioso inserto
di otto pagine "JSH Records beginners guide to the music
industry", operazione analoga a quanto già tanto tempo
fa i nostri proclamavano, a nome "Hit Parade" (e del
resto..) sulle loro seconde di copertina...[A]
www.the-hit-parade.co.uk |
Roy Moller
Second City Firsts
(Heliotone) |
Primo di due singoli
mensili per Mr. Roy Moller, "Second City Firsts" è poco
più di una raccolta di demo gracchianti risalenti al
2002 e incisi su quello che in gergo si chiama lathe
cut (un sostituto del vinile, sottile e inciso copia
per copia) e che sul giradischi salta ogni 10 secondi,
si spegne e riaccende sotto il fruscio continuo e misura
otto pollici anziché sette. Anche ad intermittenza però
Roy Moller non è affatto male: smorza il ricordo della
perfettina "Maximum Smile" con una prestazione al limite
dello sfrenato, che dribbla i paragoni con B&S come
il Kevin Keegan dei bei tempi.
Addentriamoci - con un certo dolore - in questi solchi
difettati:"Mis-spent Youth" arriva direttamente dalla
West Coast del 1967 ma ovviamente non è nata per essere
selvaggia: si appoggia alle chitarre come un vecchietto
al suo bastone poco prima di salire sulla moto e sfrecciare
lungo la più vicina motorway ed è in se' una
bella sorpresa, più autentica di tutti gli Elephant
Six del mondo. "You Did Ask" semplifica ulteriormente
la melodia e la ricopre di sovraincisioni tanto beatlesiane
quanto provvisorie. "Wonder Understand" è quasi una
Paint It Black sull'orlo delle suggestioni, immersa
in una sorta di riverbero psych e un concretissimo refrain.
A tratti sembra di ascoltare uno di quei vecchi bootleg
dei Beatles, sia per l'efficacia minimalista delle melodie
che per l'harpsychord barocco di "The New Third Lanark",
originariamente scritta per il gruppo di Roy, i Meth
O.D.
L'orribile gracchiare del tutto, associato al'intrinseca
qualità dei pezzi (spesso solo indovinata), provoca
reazioni contrastanti. Si rimane con sei canzoni probabilmente
bellissime e allo stesso tempo l'insopprimibile sensazione
di aver buttato via dieci euro.
(E anche stavolta ho fatto girare l'economia. Scozzese.)
www.roymoller.com
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Misty's Big Adventure
Hey Man!
(SL Records) |
Nuovo
singolo per i Misty's Big Adventure, impegnati nel difficile
compito di catturare su disco l'incredibile energia sprigionata
dalle loro esibizioni live: "Hey Man!" è una progressione
casinista organizzata in forma di pseudo-pop orchestrale,
del tipo che in tempi recenti abbiamo sentito fare solo
ai Bearsuit ma su altre coordinate spaziali. Un coro urlato
("Hey Man!") di vaga matrice ska sul quale da metà pezzo
in poi si innesta ogni tipo di stranezza, xilofoni e sax,
two-tone, trombe e tutto il resto con un ghigno beffardo
improvvisamente strozzato in gola dalla brusca conclusione
del tutto. Non ho calcolato la durata ma sarei sorpreso
se il pezzo superasse i due minuti, ed è troppo poco,
così che "Hey Man" sembra un demo di quelli da finire
un altro giorno quando tutta la band sarà di nuovo sobria,
ma che alla fine è uscito così bene che tanto vale tenerlo.
Fuori di testa, ma questa è una band che sul palco indossa
costumi usciti da un incubo di E.A. Poe, quindi.
Sul retro "two brains" è cabaret allo stato puro che riesce
a non andare mai sopra le righe; veloce e leggera, serve
giusto per battere il piede ma è ugualmente materiale
prezioso. Questo sorprende dei Misty's: sono folli, ma
di una follia adulta e tutta inglese: esagerano, ma non
lasciano che la trasgressione copra l'idea che sta dietro
al pezzo, o che il disordine superi i limiti imposti dall'imperturbabile
leader Grandmaster Gareth, una specie di Wayne Coyne in
erba, personaggio eclettico e geniale che appena cominciato
ad esplorare i limiti della sua arte. Ciò non toglie che
questo singolo sia più leggero dei soldi che spendereste
per comprarlo. E la cosa potrebbe anche piacervi.
www.mistysbigadventure.co.uk |
Roy Moller
Fermez La Bouche
(Pickled Egg)
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Secondo singolo per
Moller, aiutato alla chitarra (e alla produzione in
due pezzi su tre) dall'amico Stevie Jackson; il che
non significa che Roy non sia in grado di brillare di
luce propria: "first you fall in love" è pop "pesante"
che stipa in ogni suo centimetro quadrato più strumenti
di quanto sia lecito, così che non rimane spazio nemmeno
per un sospiro: pop upbeat con chitarre d'epoca, spirito
freakbeat intriso del sole delle costa Californiana,
che prende il meglio da entrambi i lati dell'oceano.
Rispetto al singolo d'esordio (Beach Boys e Belle &
Sebastian a manetta) c'è una maggior consapevolezza
nella scelta dei suoni e quel tipo di crescita artistica
alla quale è così raro assistere in ambito pop. Non
più musica con la faccia pulita ma ma un piccolo concentrato
di caos in mezzo al quale la melodia - di organo, batteria,
basso, tamburello eccetera - sguazza in una allegra
tinozza, schizzi compresi. Ancora meglio "Leave it well
alone", una ballad degli anni 60 ri-prodotta con lo
stesso incedere zoppo, qui al massimo dell'efficacia:
i cori, il piano, tutto è Zombiesiano al massimo grado
per il pezzo di gran lunga migliore del disco. "Speak
when I'm spoken to" sta in una nebbiolina un po' dazed
and confused su un riffino sorprendentemente affilato,
probabilmente il corrispettivo seventies dei due brani
che lo precedono, strangolato da una serenata di archi.
Un bel passo avanti per quel che riguarda la crescita
di Roy, un passo indietro indietro per la pura e semplice
fruibilità pop, ma questo è un singolo che darà i suoi
frutti al momento giusto. Per ora ha completato la trasformazione
di Moller in un maledetto hippie. E la cosa non ci dispiace
affatto.
www.roymoller.com
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Birds of galapagos
Birds of Galapagos
(Yellow Mica Recordings)
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Doveva essere il primo
EP Yellow Mica, e invece dopo una serie quasi infinita
di rinvii è diventato il sedicesimo. Ma d'altra parte
la musica dei Birds Of Galapagos non dev'essere di facile
incubazione: qui ci sono cinque pezzi di matrice acustica
che spaziano dalla declamazione folk non priva di ironia
("I lost my girl to Yves Saint Laurent") a lunghi e cupi
esperimenti per chitarre notturne ("Morning bird") dediti
ad un supremo onanismo alt.country. CD-R tra i più intensi
prodotti dall'etichetta di Gothemburg, e quindi non commestibile
a tutti, "Birds Of Galapagos" offre immensa gratificazione
contemplativa, del che potete fare ciò che credete. Tutto
prende una direzione che è molto più che seria: è vita
o morte, sin dall'incipit di "We are holy, not even earthly"
che alterna accordi amari a una consegna vocale volutamente
fredda e distante. Violini e strumenti tradizionali usati
prevalentemente in funzione shock, a creare il "rumore"
disturbante sullo sfondo del pezzo così da fungere da
macchina del tempo. Sono bravi sperimentatori i Birds,
anche Drakeani nella lunga "Foggy dew" (pensate al Nick
di "Pink Moon", ovviamente), ma imperscrutabili e densi,
persi in una notte scura. Forse sarebbe stato meglio finire
di registrarlo sei mesi prima.
www.yellowmicarecordings.com
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Kin & the Elderberry Union
The Elderberry Tree EP
(Yellow Mica) |
Non si sa molto di questi
(questo?), se non che abitualmente si esibiscono (vi risparmio
il dualismo e adotto un fittizio plurale) con il nome
di Kin, per l'occasione posticciamente allargato a un
complesso fantasma all'odor di sambuco.
Il piglio è quello un po' furbo e un po' sconsolato di
Jens Lekman, l'ossatura dei pezzi rigorosamente acustica,
con l'occasionale accompagnamento di un tamburello e qualche
quieta sovraincisione vocale. "The First Day Of While",
il pezzo più problematico e con più carattere del disco,
fa da balia ai rimanenti quattro, settando tono e stile
(lo ripetiamo? Lekman. Acustico.) senza grosse sorprese
ma con buona personalità. Gli accordi di "I'm your Kin"
ricordano (What A) Wonderful World, ma cantata da Billy
Bragg nel periodo in cui cercava solo un'altra ragazza,
e nonostante il vociare denso che par sempre sul punto
di spezzarsi, nelle intenzioni di Kin è un pezzo allegro,
ipotetico upbeat che si colora di spruzzi sgargianti,
prima che "Please be sad" si pianga addosso come il titolo
promette. La title track è simil-folk posticcio, in realtà
pop intimista suonato al tramonto davanti alla grigia
silhouette di un albero. Ma è la conclusiva "Young Love"
a recuperare il pahtos fittizio dai quattro angoli del
disco e renderlo autentico, sofferente e integro, con
la voce che fa da contraltare all'assoluta staticità degli
elementi sino all'accelerazione finale.
Stilisticamente integro, tanto da risultare monotono già
al primo ascolto, "The elderberry tree" è nondimento un
EP ricco di quello che gli inglesi chiamano wit,
e che sceglie una strada difficile per consegnare il proprio
messaggio. Sarà simpatico a che apprezza le guasconerie,
anche se si fatica a comprendere cosa ci sia di autentico
e cosa di ghignante dietro Kin. Suppongo che sia questo
il bello.
www.yellowmicarecordings.com/kin.htm
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Ladytron
Sugar
(Universal/Island) |
Detto fra noi, la melassa
di "Sugar" era probabilmente l'unico singolo possibile
per i Ladytron post-island. Che non suoni come un'offesa
(eccessiva), ma sembra di ascoltare i Garbage: bassi iperpompati,
voce trattata sino a perdere il 90% del fascino glaciale
che tanto ci era caro, una melodia scontata che si affida
quasi interamente alla presenza della cantante Helen Marnie.
Oscilla per un po' tra il sublime e il dozzinale e poi
decide di fermarsi dalla parte sbagliata, come una "Seventeen"
sotto steroidi: è ancora la ragazza semplice che conoscevate,
ma non provate a farle delle avances. Per fortuna del
quattro il pezzo è impetuoso abbastanza da travolgere
questi ed altri dubbi: basta alzare il volume e la ladytronmania
torna implacabile a rullare, anche perché ad un CDs si
perdona volentieri qualche difetto, e d'altra parte ogni
giudizio è rimandato all'album ormai imminente. Però poi
si scopre che la B-side "Tender Talons" (c'è anche un
remix di "Sugar" a cura Jagz Kooner: ve lo dico perché
comprando il CD potreste non accorgervene. Ascoltarlo?
E perché?) che suona proprio come i Ladytron dei vecchi
tempi ed è infinitamenbte migliore: strumentale, attraversa
glacialità e rimpianto senza concedersi ai flash dei fotografi;
sta sui tempi medio-lenti che i ragazzi non amano eppur
funziona, meccanico ed implacabile. Il finale affilatissimo
incombe minaccioso all'altezza del vostro collo, come
se volesse morderlo o mozzarlo, ma ascoltarlo dà la stessa
impressione che guardare una fotografia invecchiata artificialmente
a tinte seppia. Ho idea che alla Island stiano per mettere
su un bel circo, con i Ladytron attrazioni principali.
Speriamo non ne rimangano travolti.
www.ladytron.com
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My Favourite
The Happiest Days Of My Life
(Hungry Audio) |
Si riaffacciano i My Favorite
di Long Island, tra le band più britpop-oriented
del Nuovo Mondo, con un mini-cd tour ideale per gite estive
fuori porta.
La prima traccia, "The happiest days of my life", la si
ricorderà eccellere nel loro torrenziale album del 2003,
il quasi omonimo e premiato "The happiest days of our
lives", che effettivamente sfoggiava numerose gemme "brit"
in stato di grazia come questa (presente anche in un altro
recente mini frutto della collaborazione con gli argentini
Entre Rios, ovvero "Intercontinental Pop Exchange No.7"
per Endearing Records). Poi, come a testimoniare un mutuo,
sempre vivo scambio e circolazione di idee e di forme,
segue "The suburbs are killing us" tutta ombrosità d'Albione
e pugnalate synt violacee di chiara marca New Order, in
efficace contrasto con cori angelici (voce femminile in
chiara evidenza). [F]
hwww.lostdetective.com
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Salvatore,
Alessandro, Fabio
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