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The Diskettes/Port City All Stars
Do What You Need To Do / When I Was One
(Yellow Mica Recordings)
Fanno innamorare chiunque incontrino - dall'Inghilterra alla Svezia - i due Diskettes. Li avevamo lasciati sulle orme dei girl groups, li ritroviamo a Gothemburg a interpretare il ruolo di artisti simpatici e geniali, di quelli che se ti si presentano in casa alle 10 di sera non puoi fare altro che tenerli a dormire perchè sono così, uhm, simpatici e geniali. Solo la prima canzone di questo split CDR è loro, ma è davvero super, divisa in 5 parti intervallate da ogni tipo di inserto radio: 15 minuti in tutto, un jukebox anni 60 fuso con il bedroom pop tenerello e lofi che faceva impazzire il Calvin Johnson di qualche anno fa. Difficile dire dove finisca la radio e dove inizino i Diskettes, quindi procediamo in ordine sparso: un poppettino confidenziale sottolineato da spazzole e zoccoli, un cutup di New York New York, la canzone della Coca Cola e quella di Star Trek, una bella indiecanzoncella sixties, una dolcissima ballad per xilofono, velocissimi inserti country, e il dannato tema di M.A.S.H. che arriva quando sei oltre qualsiasi meccanismo di sospensione del giudizio, già li ami incondizionatamente e trovarti di fronte un pezzo simile corrisponde a farti definitivamente calare le braghe. Insomma, tutto il campionario atto a intrattenere l'amico che alle 10 di sera ti ha accolto in casa come un fratello, così improvvisato e confidenziale da essere inafferabile e per questo non razionalizzabile. Il tipo di cosa che in genere si etichetta come merda pretenziosa e bellissima, solo che questa non è merda e non è pretenziosa.
Il resto dell'EP è occupato dai Port City All Stars, disciolto terzetto di simpatici buskers da Saint John (New Jersey) che pur non potendo avvicinare la geniale follia del duo di Montreal fa tutto il necessario per essere in egual misura adorabile. Cantano più che altro filastrocche elementari, magnifici sforzi acustici e/o solitari che estraggono sangue dalle rape: piccoli numeri di cabaret ("I wish I was a cat", i Dresden Dolls con un cervello), simpatiche acusticherie ("When I was one") prive di pretese e per questo ancor più simpatiche, sciocchezze autoreferenziali ("I dig pop" e il suo futile spelling) e hippy ("Downtown is alright"), con una soprannaturale propensione per le armonie. L'ottavo pezzo ("Girl gets in the middle of the pickup truck") hanno dimenticato di registrarlo; peccato, aveva il titolo più promettente.
Singolo del mese per una decina di incollature, standing ovation per Yellow Mica (e per la tape label Pink Triforce, che aveva edito il tutto su cassetta non molto tempo fa).

www.ugrad.physics.mcgill.ca/~ddd/ (The Diskettes)
www.portcityallstars.com


Caroline Soul
I Made a Promise I Would Shape Up
(autoprodotto)

When I was a small kid I blew bubbles with saliva/ only god knows I still do it/ when the door is locked behind me.

E' solo il primo verso di "When You Do It" e in verità non servirebbe molto altro per dire di aver trovato la canzone - e il gruppo - dell'estate. Il punto però è che in questo pezzo c'è molto altro: una progressione di chitarra tendente ad un epico impossibile, che monta in una sorta di urlo corale e si ferma sull'orlo di una melodia troppo bella per esistere davvero, e a dimostrazione di ciò sfuma lentamente nel nulla. I Caroline Soul hanno raggiunto - grazie a una manciata di canzoni compresse in due, tre singoli - lo status di band autodefinibile, per la quale ogni paragone risulta inadeguato. E allora mi permetto di dire che "When You Do It" non è migliorabile da nessun punto di vista, non nel testo surreale ma così dolente, non nell'aspirazione al cielo (la ricerca di un pop epico che è già il marchio di fabbrica della band), non nel comprimere in tre minuti e diciotto pù idee di quante ne avranno mai gli Oasis nella loro intera carriera, non in una progressione di riff che si fissa in testa dal secondo zero. Questo EP, come gli altri della band disponibile su internet (vedi link), sbaglia un solo colpo, ma per tre quarti è assolutamente perfetto, in special modo se l'estate ha cominciato a disturbarvi e vi chiedete perché mai dovreste partecipare alla giostra delle vacanze: "In good time" è rassicurante calore al crepuscolo liberato da una chitarra accompagnata da un humming fantasma (altro irresistibile trademark), "Sarah pt 2" semplice poesia acustica.
Mi iscrivo al club degli ammiratori. Quelli estremi.

http://www.lagerstedt.net/~caroline/index.htm



The Pipettes
ABC
(Transgressive)

Tra le distorsioni prodotte da internet ce n'è una particolarmente perversa: la circolazione dei demo. Ci pensavo di fronte a questo nuovo singolo delle Pipettes che in realtà di nuovo non ha nulla, dato che chi segue il gruppo con la maniacale fissa del sottoscritto ha mandato a memoria questi tre pezzi mesi prima della loro pubblicazione. Tre canzoni riregistrate, per onorarne la veste ufficiale e sancire l'arrivo di Gwenno nel ruolo di "ragazza di mezzo", ma anche per iniettar loro la consistenza adatta alla difficile presenza su singolo. E una volta superato lo sconforto del fanzinaro ci si accorge che è proprio così: "ABC" ha il tipo di dinamismo esplosivo necessario a un 7" delle Pipettes, con il basso a riempire gli impacciati silenzi della versione provvisoria, e interpreta alla perfezione il ruolo di A-side che era nel suo destino. La malinconia da scuola superiore di "Judy" (una bella colonna sonora per i primi romanzi di Hornby) necessitava forse di cori meno puntuali, di bassi meno presenti, ma in ogni caso il suo fascino sta tutto nel testo e nella qualità malinconica del coro, e resta imperturbato nella nuova versione. E non mi ero mai accorto prima delle inquietanti qualità di "Simon Says". Ho le traveggole o è un pezzo sadomaso? Beh, c'è questo Simon che dice alla sua ragazza di mettersi in ginocchio e pregarlo, altrimenti non si divertiranno. E' il trionfo di Gwenno, che squittisce sopra la voce delle compagne e dimostra di essere un grande acquisto, anche se mai meglio di Ibrahimovic.
Siamo ancora nella prima fase dell'era Pipettes, lo smaltimento dei demo e del concentrato di candore femminile e (post-post) femminista degli esordi: il prossimo album per Memphis Industries ne sancirà il trionfo, poi vedremo se continuare a divertirci.

www.thepipettes.co.uk



Love Dance
Love Dance
(Marsh-Marigold)

Terzetto di Bergen che ci riporta sui più tradizionali lidi indiepop, i Love Dance (già noti come Try Happiness) sono fedeli alle accelerazioni chitarristiche dei Woodentops e alle malìe classiche dei Blueboy, innamorati dei riverberi del suono Creation e Sarah, e di quel periodo nel quale la distinzione tra new wave ed indiepop era così incerta che non sapevi se la gente ti avrebbe guardato l'anorak o le scarpe. E allora avvolgono di riflessi e nebbie il loro frenetico tweepop trascinandolo di peso negli anni 80. "You should know where I'm standing", è ricca di simili stratagemmi, cantata con nonchalance tutta norvegese sino ad un superbo refrain, "So long" ha chitarre jangly coperte a loro volta da uno spesso sciame di tastiere, "Stay Handsome" è il pezzo sottile e cristallino che la band ci prometteva sin dall'inizio, frizzante ma non privo di una coltre d'ovatta - qui più leggera che altrove - che attutisce sovraincisioni e papapa. Il refrain "If I stay handsome everything will be alright" è dolorosamente retro, così diretto da far riaffiorare ricordi sepolti, così bello che lo si colloca nella giusta era senza poterlo paragonare a nessuno, il che è un bell'attestato per la capacità di studio e applicazione dei Love Dance. Gli archi vagamente smithiasni nella conclusiva "What does this tell you" confermano il talento dei ragazzi: da tenere d'occhio sino all'imminente album.

www.marsh-marigold.de



Decoration
I Tried it, I Liked it, I Loved it
(SL Records)

E' ancora possibile esaltare un gruppo citando l'apprezzamento di John Peel: i Decoration si fregiano della frase "se fossi il milionario che la gente pensa che sia, a questi farei firmare un contratto", pronunciata dal DJ più amato d'Inghilterra prima della sua scomparsa. Peel non era milionario, nonostante fosse avanti anni luce rispetto a tutti noi, ma le sue parole hanno convinto i favolosi squattrinati della SL a pubblicare questa "I Tried it, I liked it, I loved it", il cui titolo toglierà l'impaccio di una recensione seria a più di un giornalista di lingua inglese. La canzone è in effetti del tipo che piaceva a John Peel: grezzamente melodica, grossolana e tenera. Come i loro inarrivabili compagni d'etichetta Ballboy, i Decoration simulano i Wedding Present con ennui provinciale e ombre di spleen morrisseyano. Il pezzo che ne vien fuori è una caotica cavalcata pop/rock, che nasconde a fatica la sua forza primitiva. Nemmeno Pat Collier - impegnato alla produzione - è riuscito a mettere ordine nella musica del quartetto, lasciando che gli strumenti se la vedessero tra loro per il ruolo preminente: il rumore che ne deriva però non asciuga completamente le ambizioni introspettive del pezzo, che spuntano timide da sotto i tessuti di chitarra che fanno a gara nel break centrale prima che la voce (sgraziata come da tradizione di buona parte del pop Uk) di Steven Dickinson provi a drammatizzare con successo il finale. L'assiduità negli ascolti è premiata dalla scoperta di sumature sottili, che alzano la cortina dei rullanti e attraverso la nebbia dei bassi mostrano una storia di contrita demoralizzazione travolta da un volontario e terapeutico impeto strumentale. "I Tried it." ha angoli imprevisti, quella fascinosa teatralità tutta british un bel finale smithsiano: non ancora perfetta, ma non c'è dubbio che in un presente fatto di ordinary boys i Decoration possano fare la loro bella figura.

http://www.decorationmusic.co.uk



Saint Etienne
Side Streets
(Tired and Lonesome)

La title track che inaugura questo nuovo Ep che anticipa l'album 'Tales From Turnpike House' del trio Saint Etienne è un risveglio in un Paese delle Meraviglie bossa.
Sarah, Bob e Pete ricominciano dunque in punta di piedi, umilmente, affrancano la loro grande esperienza dance-pop assecondando la loro vena più soul (processo invero già avviato da qualche anno ed album) e, assimilandosi a piume e bolle di sapone lievitano in aria.
Sembra così di udire il primo, minimale e soave Gypsophile, o i Watoo Watoo più rarefatti. La voce di Sarah si offre qui davvero come un delicato sospiro. Il brano, coi suoi sapori e parabole eighties-pop, è adorabile, merito dell'ormai collaudatissima empatia del trio. [F]

www.saintetienne.com



The Hit Parade
Born in St. Ives
(JSH Records)

"Il primo gruppo pop di Londra" comunica immodestamente l'homepage del loro sito. "Il primo gruppo pop di Londra" comunica l'ascolto del loro secondo settepollici in pochi mesi. Per chi li ha conosciuti ai tempi gloriosi del loro apprendistato senza apprendistato presso la Sarah Records questo "Born in St. Ives/Beauty Queen" dirà ciò che già semplicemente sa: che gli Hit Parade non cambieranno mai e che questa è la migliore garanzia che Julian Henry ed accoliti possano darci da qui all'eternità. Due canzoncine che hanno come unica controindicazione lo slancio retrogrado che ci restituiranno verso tutte le loro opere già consegnate alla non-storia della band e alla storia dai Byrds in poi. In più quel tocco amatoriale ed incompromesso che rende queste semplici canzoncine (e definirle in altro modo sembrerebbe superfluo) non solo suonabili all'infinito, ma al contempo intime e indifese, frutto e oggetto di un culto familiare e nostalgico. Importa qualcosa? L'Estate è il posto giusto per i pochi, rinfrescanti, timidi accordi che costituiscono la spina dorsale di questi autentici e genuini amanti della melodia e della tradizione. Da segnalare la confezione, con il prezioso inserto di otto pagine "JSH Records beginners guide to the music industry", operazione analoga a quanto già tanto tempo fa i nostri proclamavano, a nome "Hit Parade" (e del resto..) sulle loro seconde di copertina...[A]

www.the-hit-parade.co.uk



Roy Moller
Second City Firsts
(Heliotone)

Primo di due singoli mensili per Mr. Roy Moller, "Second City Firsts" è poco più di una raccolta di demo gracchianti risalenti al 2002 e incisi su quello che in gergo si chiama lathe cut (un sostituto del vinile, sottile e inciso copia per copia) e che sul giradischi salta ogni 10 secondi, si spegne e riaccende sotto il fruscio continuo e misura otto pollici anziché sette. Anche ad intermittenza però Roy Moller non è affatto male: smorza il ricordo della perfettina "Maximum Smile" con una prestazione al limite dello sfrenato, che dribbla i paragoni con B&S come il Kevin Keegan dei bei tempi.
Addentriamoci - con un certo dolore - in questi solchi difettati:"Mis-spent Youth" arriva direttamente dalla West Coast del 1967 ma ovviamente non è nata per essere selvaggia: si appoggia alle chitarre come un vecchietto al suo bastone poco prima di salire sulla moto e sfrecciare lungo la più vicina motorway ed è in se' una bella sorpresa, più autentica di tutti gli Elephant Six del mondo. "You Did Ask" semplifica ulteriormente la melodia e la ricopre di sovraincisioni tanto beatlesiane quanto provvisorie. "Wonder Understand" è quasi una Paint It Black sull'orlo delle suggestioni, immersa in una sorta di riverbero psych e un concretissimo refrain. A tratti sembra di ascoltare uno di quei vecchi bootleg dei Beatles, sia per l'efficacia minimalista delle melodie che per l'harpsychord barocco di "The New Third Lanark", originariamente scritta per il gruppo di Roy, i Meth O.D.
L'orribile gracchiare del tutto, associato al'intrinseca qualità dei pezzi (spesso solo indovinata), provoca reazioni contrastanti. Si rimane con sei canzoni probabilmente bellissime e allo stesso tempo l'insopprimibile sensazione di aver buttato via dieci euro.
(E anche stavolta ho fatto girare l'economia. Scozzese.)

www.roymoller.com



Misty's Big Adventure
Hey Man!
(SL Records)
Nuovo singolo per i Misty's Big Adventure, impegnati nel difficile compito di catturare su disco l'incredibile energia sprigionata dalle loro esibizioni live: "Hey Man!" è una progressione casinista organizzata in forma di pseudo-pop orchestrale, del tipo che in tempi recenti abbiamo sentito fare solo ai Bearsuit ma su altre coordinate spaziali. Un coro urlato ("Hey Man!") di vaga matrice ska sul quale da metà pezzo in poi si innesta ogni tipo di stranezza, xilofoni e sax, two-tone, trombe e tutto il resto con un ghigno beffardo improvvisamente strozzato in gola dalla brusca conclusione del tutto. Non ho calcolato la durata ma sarei sorpreso se il pezzo superasse i due minuti, ed è troppo poco, così che "Hey Man" sembra un demo di quelli da finire un altro giorno quando tutta la band sarà di nuovo sobria, ma che alla fine è uscito così bene che tanto vale tenerlo. Fuori di testa, ma questa è una band che sul palco indossa costumi usciti da un incubo di E.A. Poe, quindi.
Sul retro "two brains" è cabaret allo stato puro che riesce a non andare mai sopra le righe; veloce e leggera, serve giusto per battere il piede ma è ugualmente materiale prezioso. Questo sorprende dei Misty's: sono folli, ma di una follia adulta e tutta inglese: esagerano, ma non lasciano che la trasgressione copra l'idea che sta dietro al pezzo, o che il disordine superi i limiti imposti dall'imperturbabile leader Grandmaster Gareth, una specie di Wayne Coyne in erba, personaggio eclettico e geniale che appena cominciato ad esplorare i limiti della sua arte. Ciò non toglie che questo singolo sia più leggero dei soldi che spendereste per comprarlo. E la cosa potrebbe anche piacervi.

www.mistysbigadventure.co.uk


Roy Moller
Fermez La Bouche
(Pickled Egg)

Secondo singolo per Moller, aiutato alla chitarra (e alla produzione in due pezzi su tre) dall'amico Stevie Jackson; il che non significa che Roy non sia in grado di brillare di luce propria: "first you fall in love" è pop "pesante" che stipa in ogni suo centimetro quadrato più strumenti di quanto sia lecito, così che non rimane spazio nemmeno per un sospiro: pop upbeat con chitarre d'epoca, spirito freakbeat intriso del sole delle costa Californiana, che prende il meglio da entrambi i lati dell'oceano. Rispetto al singolo d'esordio (Beach Boys e Belle & Sebastian a manetta) c'è una maggior consapevolezza nella scelta dei suoni e quel tipo di crescita artistica alla quale è così raro assistere in ambito pop. Non più musica con la faccia pulita ma ma un piccolo concentrato di caos in mezzo al quale la melodia - di organo, batteria, basso, tamburello eccetera - sguazza in una allegra tinozza, schizzi compresi. Ancora meglio "Leave it well alone", una ballad degli anni 60 ri-prodotta con lo stesso incedere zoppo, qui al massimo dell'efficacia: i cori, il piano, tutto è Zombiesiano al massimo grado per il pezzo di gran lunga migliore del disco. "Speak when I'm spoken to" sta in una nebbiolina un po' dazed and confused su un riffino sorprendentemente affilato, probabilmente il corrispettivo seventies dei due brani che lo precedono, strangolato da una serenata di archi. Un bel passo avanti per quel che riguarda la crescita di Roy, un passo indietro indietro per la pura e semplice fruibilità pop, ma questo è un singolo che darà i suoi frutti al momento giusto. Per ora ha completato la trasformazione di Moller in un maledetto hippie. E la cosa non ci dispiace affatto.

www.roymoller.com



Birds of galapagos
Birds of Galapagos
(Yellow Mica Recordings)
Doveva essere il primo EP Yellow Mica, e invece dopo una serie quasi infinita di rinvii è diventato il sedicesimo. Ma d'altra parte la musica dei Birds Of Galapagos non dev'essere di facile incubazione: qui ci sono cinque pezzi di matrice acustica che spaziano dalla declamazione folk non priva di ironia ("I lost my girl to Yves Saint Laurent") a lunghi e cupi esperimenti per chitarre notturne ("Morning bird") dediti ad un supremo onanismo alt.country. CD-R tra i più intensi prodotti dall'etichetta di Gothemburg, e quindi non commestibile a tutti, "Birds Of Galapagos" offre immensa gratificazione contemplativa, del che potete fare ciò che credete. Tutto prende una direzione che è molto più che seria: è vita o morte, sin dall'incipit di "We are holy, not even earthly" che alterna accordi amari a una consegna vocale volutamente fredda e distante. Violini e strumenti tradizionali usati prevalentemente in funzione shock, a creare il "rumore" disturbante sullo sfondo del pezzo così da fungere da macchina del tempo. Sono bravi sperimentatori i Birds, anche Drakeani nella lunga "Foggy dew" (pensate al Nick di "Pink Moon", ovviamente), ma imperscrutabili e densi, persi in una notte scura. Forse sarebbe stato meglio finire di registrarlo sei mesi prima.

www.yellowmicarecordings.com


Kin & the Elderberry Union
The Elderberry Tree EP
(Yellow Mica)
Non si sa molto di questi (questo?), se non che abitualmente si esibiscono (vi risparmio il dualismo e adotto un fittizio plurale) con il nome di Kin, per l'occasione posticciamente allargato a un complesso fantasma all'odor di sambuco.
Il piglio è quello un po' furbo e un po' sconsolato di Jens Lekman, l'ossatura dei pezzi rigorosamente acustica, con l'occasionale accompagnamento di un tamburello e qualche quieta sovraincisione vocale. "The First Day Of While", il pezzo più problematico e con più carattere del disco, fa da balia ai rimanenti quattro, settando tono e stile (lo ripetiamo? Lekman. Acustico.) senza grosse sorprese ma con buona personalità. Gli accordi di "I'm your Kin" ricordano (What A) Wonderful World, ma cantata da Billy Bragg nel periodo in cui cercava solo un'altra ragazza, e nonostante il vociare denso che par sempre sul punto di spezzarsi, nelle intenzioni di Kin è un pezzo allegro, ipotetico upbeat che si colora di spruzzi sgargianti, prima che "Please be sad" si pianga addosso come il titolo promette. La title track è simil-folk posticcio, in realtà pop intimista suonato al tramonto davanti alla grigia silhouette di un albero. Ma è la conclusiva "Young Love" a recuperare il pahtos fittizio dai quattro angoli del disco e renderlo autentico, sofferente e integro, con la voce che fa da contraltare all'assoluta staticità degli elementi sino all'accelerazione finale.
Stilisticamente integro, tanto da risultare monotono già al primo ascolto, "The elderberry tree" è nondimento un EP ricco di quello che gli inglesi chiamano wit, e che sceglie una strada difficile per consegnare il proprio messaggio. Sarà simpatico a che apprezza le guasconerie, anche se si fatica a comprendere cosa ci sia di autentico e cosa di ghignante dietro Kin. Suppongo che sia questo il bello.

www.yellowmicarecordings.com/kin.htm


Ladytron
Sugar
(Universal/Island)
Detto fra noi, la melassa di "Sugar" era probabilmente l'unico singolo possibile per i Ladytron post-island. Che non suoni come un'offesa (eccessiva), ma sembra di ascoltare i Garbage: bassi iperpompati, voce trattata sino a perdere il 90% del fascino glaciale che tanto ci era caro, una melodia scontata che si affida quasi interamente alla presenza della cantante Helen Marnie. Oscilla per un po' tra il sublime e il dozzinale e poi decide di fermarsi dalla parte sbagliata, come una "Seventeen" sotto steroidi: è ancora la ragazza semplice che conoscevate, ma non provate a farle delle avances. Per fortuna del quattro il pezzo è impetuoso abbastanza da travolgere questi ed altri dubbi: basta alzare il volume e la ladytronmania torna implacabile a rullare, anche perché ad un CDs si perdona volentieri qualche difetto, e d'altra parte ogni giudizio è rimandato all'album ormai imminente. Però poi si scopre che la B-side "Tender Talons" (c'è anche un remix di "Sugar" a cura Jagz Kooner: ve lo dico perché comprando il CD potreste non accorgervene. Ascoltarlo? E perché?) che suona proprio come i Ladytron dei vecchi tempi ed è infinitamenbte migliore: strumentale, attraversa glacialità e rimpianto senza concedersi ai flash dei fotografi; sta sui tempi medio-lenti che i ragazzi non amano eppur funziona, meccanico ed implacabile. Il finale affilatissimo incombe minaccioso all'altezza del vostro collo, come se volesse morderlo o mozzarlo, ma ascoltarlo dà la stessa impressione che guardare una fotografia invecchiata artificialmente a tinte seppia. Ho idea che alla Island stiano per mettere su un bel circo, con i Ladytron attrazioni principali. Speriamo non ne rimangano travolti.

www.ladytron.com


My Favourite
The Happiest Days Of My Life
(Hungry Audio)
Si riaffacciano i My Favorite di Long Island, tra le band più britpop-oriented del Nuovo Mondo, con un mini-cd tour ideale per gite estive fuori porta.
La prima traccia, "The happiest days of my life", la si ricorderà eccellere nel loro torrenziale album del 2003, il quasi omonimo e premiato "The happiest days of our lives", che effettivamente sfoggiava numerose gemme "brit" in stato di grazia come questa (presente anche in un altro recente mini frutto della collaborazione con gli argentini Entre Rios, ovvero "Intercontinental Pop Exchange No.7" per Endearing Records). Poi, come a testimoniare un mutuo, sempre vivo scambio e circolazione di idee e di forme, segue "The suburbs are killing us" tutta ombrosità d'Albione e pugnalate synt violacee di chiara marca New Order, in efficace contrasto con cori angelici (voce femminile in chiara evidenza). [F]

hwww.lostdetective.com

Salvatore, Alessandro, Fabio