Un pieno mensile di 7", CDs, EP ed mp3.

Questo mese


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Balor Knights
Amida
Liechtenstein
Misty's Big Adventure
Aquella Illusiòn
SUPERLOWed
The Sugarettes
Tibi Lubin
Butterfly Collectors

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The Indelicates: The last significant statement to be made in rock and roll (Sad Gnome Records)

Tour disc pubblicato in concomitanza con una breve serie di concerti tedeschi, "The Last Significant Statement" è la definitiva dichiarazione di ambivalenza da parte dei nostri amati Indelicati: un'impietosa critica ai meccanismi dell'industria musicale e al suo terminale desiderio di giovinezza convive con la piena appartenenza al baraccone pop e con le legittime aspirazioni di ogni indie band. Eppure in questo momento Simon e gli altri sembrano gli unici convinti di poter fare la differenza, di evitare che le crescenti richieste dello show business conducano loro e tutti gli altri aspiranti campioni all'inevitabile autodistruzione. Guidati dall'alternanza di chitarra e piano della coppia leader, con conseguente avvicendamento di rabbiosi rush elettrici e colorato uptempo pop, la cifra dei loro pezzi è tuttavia stabilita da testi graffianti e talmente autoesplicativi da non necessitare di alcuna parafrasi. Basterebbe riprodurli qui, in sequenza, per ottenere una fedele fotografia della band e della sua lucidissima capacità di analisi. Se il teenager – inteso come categoria merceologica – e la sua inevitabile estinzione sono al centro della title-track e dell'allegra "Sixteen", il talento della band si consolida nelle seconde linee: la delicata acustica di "Unity Mitford" - allusione alle striscianti manifestazioni di neofascismo - e soprattutto la versione live di "Stars", che su uno sfondo di rock da stadio declama i versi più romantici che sentirete uscire dalle lebbra di Julia a questo giro: "I'm in love with the boy next door/he treats me like a filthy whore".
Gli Indelicates sembrano attraversati solo da certezze e questo potrebbe renderveli antipatici, ma sono una delle poche band ad aver compreso la natura del baraccone indie. Il che li rende già oggi - e ben oltre i meriti musicali - una delle più splendide popbands inglesi. Ne riparleremo presto.

(Googletranslating questo sarà inutile. Non capirai quello che ho scritto anyway. Per favore.)

www.indelicates.com

(Jay Jay) Salvatore, 30/03/07


Balor Knights: Tornado/Get Straight (Phantom Power Records)

Nonostante lo snellimento della line-up (quattro elementi contro i cinque dell'ultimo singolo, la notevole "Just 'cos Keenan says so") la musica dei Balor Knights non ha perso un'oncia della sua imprevedibile follia: l'ensemble di Sheffield riesce ancora ad inserire in due minuti di canzone più strumenti e idee di quanto la maggior parte delle altre band faccia nei primi due anni di attività. Questo singolo, il terzo della giovane etichetta cittadina Phantom Power, è una ennesima meraviglia e la definitiva conferma del talendo della band: "Tornado" è una stordente/potente melodia autunnale per chitarra e batteria, in cui il retrogusto amaro restituito dalla melodia e dall'intreccio delle voci dimostra come i Cavalieri sappiano funzionare anche viaggiando a velocità moderata; di contro "Get Straight" è una frenetica corsa Zappiana con contorno di canditi che nel refrain omaggia esplicitamente la "Vindictive" di Slitsiana memoria. Ma la cosa migliore dei Balor Knights è l'assenza di premeditazione che fa scaturire piccoli anarchici capolavori dal caos, aggregati di strumenti compressi sino all'inverosimile ma indicibilmente densi di idee, pensieri, emozioni che ancora non lasciano intravedere limiti. Piccoli campioni crescono.

www.myspace.com/balorknights

Salvatore, 23/03/07


Amida: Arts & Crafts (Plastilina Records)

Sei canzoncine da due minuti ciascuna ed un misto di entusiasmo ed eleganza, l'eccitazione dei Mighty Mighty che ambisce all'irraggiungibile classe dei Go-Betweens. Gli Amida, già sconosciuti partecipanti alla compilation "The Kids at the Club", raccolgono tutti i loro pezzi e li consegnano a Plastilina Records per un altro EP di revival indiepop, il più improbabile di tutti.
Perché ad emergere con più forza da "Arts and Crafts" è l'appassionato amatorialismo di band sfortunate come Man From Del Monte e Pooh Sticks: pop funkizzato al limite della frenesia e alla ricerca di una sorta di estremo contegno: tolti il prototipo di ballata "We'd Suit Each Other" e l'iniziale "Class Of 2000", guitar-pop deviato e con voce biascicante alla Darby Crash, i pezzi degli Amida prediligono la ritmica nervosa e la frenesia del basso, capaci di imprimere il proprio marchio su un janglepop irrequieto e sbilenco ma sempre fortemente incentrato sulla melodia. Persino "Virtue Was Your Downfall" - già presente sulla citata compilation – pur essendo il pezzo evidentemente più "costruito" rimane curiosamente provvisorio, dietro una colonna di chitarre sottili e sovraeccitate e con una voce che enuncia timidamente le scelte melodiche per poi troncarle sul più bello.
Se si fatica ad intravedere il futuro degli Amida è perché se ne intuisce il legittimo rifiuto di crescere, cristallizzando i propri gusti in un janglepop retro ed agitato, affascinante proprio per la sua mancanza di progettualità. Il rovescio della medaglia è che la struttura della canzone viene spesso travolta da questo confuso entusiasmo, ma il compito che la band di Manchester si è autoassegnata pare trascendere tutto questo: "Arts and Crafts" aggiunge un tassello alla parte di storia più dimenticata dell'indiepop, una parte della quale non rimangono nemmeno le ristampe. Ma la memoria, quella sì.

www.myspace.com/amidaband

Salvatore, 22/03/07


Liechtenstein: Stalking Skills (Fraction Discs)

Ho tenuto sul giradischi più a lungo del solito questo 7" delle Liechtenstein, quattro ragazze in bianco e nero da Goteborg. Troppo forte il gioco delle suggestioni e dei rimandi per soccombere subito all'entusiasmo: c'era bisogno di verificarne il valore e la tenuta con gli ascolti. Ma a conti fatti, la prima impressione era quella giusta.
La distanza è breve: 3 canzoni, sette minuti e mezzo in tutto, eppure a Stalking Skills non serve di più per dimostrarsi lavoro prezioso come si conviene ai gioielli della nonna. Con la semplicità del rullante sprofondato in un insondabile strato di eco, la monocorde consegna vocale e quelle armonie vocali sullo sfondo, la title-track è il pezzo che gli Shop Assistants non hanno mai scritto. Innocente e sottile come una lama di ghiaccio, nasconde l'innata allegria dei Talulah Gosh nella consegna vocale e nella rapidità del drumming. Ed esalta non in virtù dell'effetto nostalgico quanto dell'attualissima e naturale bellezza.
Né sono da meno le due b-sides: il rotondo refrain di "Cravings" si dirige verso la semplicità dei primi anni 80 già recuperata dagli Aislers Set, e le armonie di voce su "Fallen Heroes" trasportano l'immaginario girl-group ad una jam session con i Comet Gain. E' raro vedere una band dichiaratamente ispirata a modelli eighties ottenerne materia tanto pregiata. Dopo i Cats on Fire, un altro disco perfetto da Fraction Discs.

www.myspace.com/liechtensteinia

Salvatore, 21/03/07


Misty's Big Adventure: Fashion Parade (Sunday Best)

"La mia teoria era che a Radio 1 nessuno ascolta mai i testi, e quindi se avessimo fatto un disco che suonava esattamente come tutti quelli che passano abitualmente, lo avrebbero trasmesso di continuo. Mi sbagliavo" (Grandmaster Gareth)
Il finto rammarico con cui il barbuto leader dei MBA commenta il mancato successo di "Fashion Parade" nasconde il rovescio della medaglia: un pezzo commerciale, immediato e ruffiano come questo soffre lo stesso rapido decadimento della musica che scimmiotta, Franz Ferdinand in primis. Allo ska travestito da parodia di Fashion Parade rimane la geniale schiettezza di un testo che racconta ascesa e caduta di una popband in tre minuti e quaranta secondi e nasconde una marea di citazioni che solo i più scafati lettori di NME coglieranno (quel coro oooooh-aaaaaah che monta a metà pezzo non è dei Kaiser Chiefs?), ma in questo Gareth ci ha visto giusto: i testi non li legge nessuno.
Espletate le formalità della title-track in ben tre versioni, i Misty's piazzano il colpaccio con due strepitose b-side, pop ai minimi termini che sembra estratto di peso dal songbook dei They Might Be Giants. "Crumpled Up Guy" è lenta e inscrutabile, percorsa da refoli di vento e disturbata solo da lente note di piano sulle quali Gareth recita il suo testo surreale con un effetto comico devastante. "The kids are radioactive" sceglie invece la strada della filastrocca per bimbi, sostenuta solo da un sottile strato di effettini in loop e trilli da portachiavi, e il suo humor nero e distorto sarebbe perfetta colonna sonora di un episodio di South Park ("Cartman divora il primo ministro"?).
L'album "Funny Times", già finito, è in attesa di un'etichetta. Speriamo non debba attendere troppo.

www.mistysbigadventure.co.uk

Salvatore, 15/03/07


Aquella Illusiòn: M.3 (autoprodotto)

Dietro Aquella Ilusión si nasconde Enrique G. Bermejo, ventenne di Barcellona. Da solo, nella sua cameretta, munito di chitarra e aggeggi elettronici, Enrique si diletta nello scrivere canzoni pop. Il risultato è sorprendente perché la sua espressività è di una sincerità disarmante. Emozioni allo stato puro. Nonostante sia uscito più di un anno fa, questo EP autoprodotto merita assolutamente di essere recensito, specie perché la Bon Vivant Records, piccola etichetta indiepop spagnola, ha incluso una canzone di Aquella Ilusión nel volume 4 di "MEgatón Ye Yé” (2007) che raccoglie i migliori talenti indiepop iberici dell’ultimo anno.
Tutte le canzoni contenute in “M.3” hanno qualcosa di conturbante e magnetico. La più dolce è senza dubbio “Suave” (a proposito andatevi a vedere il video di questo brano sulla sua pagina di Myspace, www.myspace.com/aquellailusion). Le altre canzoni, più drammatiche e tristi, tendono ad avvicinare Enrique ai secondi Radiohead, in versione low-fi spagnola, o anche agli Smiths più oscuri o agli Xiu Xiu. Insomma emerge una vena malinco-wave inaspettata. I mezzi limitati di Enrique fanno sì che tutto sia genuino e casalingo: una (indie)tronichetta oscura che ipnotizza. Significative al riguardo "Por qué te vas ?" o "Deja vu".

www.aquellailusion.tk

Michele, 09/03/07


SUPERLOWed: Breve storia dei mezzi di trasporto (autoprodotto)

Bring on the dandies.
Se non vi spaventa la frigida citabilità del tutto, se non vi manca un certo discernimento volto all'argh!-uzia, e se poi alla fine siete giunti all'amara certezza che tanto è l'effetto che una canzone fa quando la mettete su per l'intrattenimento della gentile signora di turno, appropinquatevi. (Ok, la signora di Turno non nel senso di Lavinia, bensì di una indie-girl disposta ad essere brainstormata).
Se vi piace scapitare ad oltranza le (chiamatele se volete) emozioni, ebbene nell'operetta buffa di questi napoletani geniali (dediti al furto sì, ma sublimando) non ne troverete la menoma traccia. Non chiudete gli occhi e non rilassatevi, state pronti con la cuffia e cercate di premere il pulsante prima degli avversari. Abbiate quindi preliminarmente il piacere tutto enigmistico di sperimentare questi piccoli tour de force ritmici che scandiscono assonanze, dissonanze e condoglianze.
Se infine i Kraftwerk di "Musique non stop" da sempre sostituiscono nella vostra alimentazione spirituale la Crusca, questo disco, a seconda della vostra capacità di penetrare nel senso, potrà farvi risolutamente andare di corpo fluenti o vi delizierà profondamente. Via gli orpelli melodici: sono intralci. Si facciano cantare le ossessioni. Ma niente hip hop: questo è pop vivisezionato e ridotto alla musicalità della parola, con gesto dada(umpa). O, in altri termini, potrebbe essere il tributo di un vivisezionatore a "The queen is dead" degli Smiths. Ma comunque la mettiate il gesto è spiazzante, originale e meccanicamente inquietante. File under: tourbillon. Aggiungete infine che, a sfregio dell'onesto lavoro nel settore della registrazione discografica, tutto in questo dischetto (voci, chitarre, bassi, tastierine, aggeggini) è stato registrato -in ossequio ad una certa insensatezza- col microfonino dei corsi di inglese da due euro.
Esso infine, pago di sé, campeggia tronfio nel logo della (s)band.

www.myspace.com/superlowed

Alessandro, 08/03/07


The Sugarettes: Sugarettecity (Eigen Beheer)

Curioso che in un gruppo (in realtà un duo: Joep & Iskaa) che sceglie di chiamarsi Sugarettes la consueta miscela bittersweet dell'indiepop sia così sbilanciata verso l'amaro. Ma d'altra parte è proprio questa asprezza a dare qualità al lo-fi pop del duo di Eindhoven, che si muove con disinvoltura su ispide basi elettroniche dal sapore new wave (Claps), atermici tessuti di chitarra (Bounce) o su un mix acido di entrambi (Little I Love). Il contrasto tra le voci m+f funziona a meraviglia in "Sugarettecity" così come la miscelazione degli ingredienti, che portano alla memoria i Lemonheads, i Joy Zipper maturi e l'intensità dei primi Sonic Youth, temperata da un senso melodico che appartiene senza indugi alla sfera pop ma che mai riesce ad avere il sopravvento sulle molteplici componenti del suono Sugarettes. Slacker, new wave e garage/blues sciolti in una soluzione omeopatica talmente diluita da essere identificabili solo subliminalmente rendono il sound della band ben più denso della media indie e mostrano un talento ancora acerbo ma perfettamente conscio delle direzioni da intraprendere, come dimostrano le dissonanze della conclusiva "My Coco" nascoste tra le pieghe acustiche e le inflessioni decadenti della voce di Joep. In attesa di poter mettere le mani su un album - in lavorazione - scaricate senza indugio i quattro pezzi dalla pagina della band su Last FM.

The Sugarettes

Salvatore, 07/03/07


Tibi Lubin: Frankie Quinn (Aufgeladen und Bereit)

Fra le numerose meraviglie che impreziosivano la compilation scottish "Get while the getting's good" la più enigmatica era sicuramente "Hurry Monkey Hurry" delle Tibi Lubin, un esercizio di pop crepuscolare raccolto su accordi elementari e una esile e pungente linea vocale; il tipo di canzone che ti innamorare e/o venir voglia di saperne di più. La label tedesca Aufgeladen und Bereit deve aver pensato la stessa cosa, perché si è affrettata a dare alle stampe questo 7" color banana affiancando al pezzo in questione due inediti che esaltano la qualità intima delle ragazze: pop lineare dall'irresistibile fascino, ombroso per mancanza di alternative. "Frankie Quinn" è una filastrocca rapida e persino lieta, ma la voce di Katie Stewart lo ammanta di grazia sottile e seducente, come si addice ad una band che afferma di ispirarsi in egual misura a Claudine Longet e Marine Girls. Nel dichiarato contrasto tra innocenza e passione, le Tibi Lubin suonano con tecnica elementare riducendo ai minimi termini il loro pop carico di sentimenti, come gli Young Marble Giants alla prima elementare, rendendolo d'improvviso ricchissimo con un accordo fuori chiave o una sovrapposizione vocale. E la riuscita è davvero ammirevole.
Pare che ci sia in giro un album risalente al 2004 dal fantastico titolo di 'I Don't See You as a Dead Girl' (per Rev-Ola, nientemeno). Ne riparleremo.

www.tibilubin.com

Salvatore, 05/03/07


Butterfly Collectors: Home talks (autoprodotto)

Vi capita ancora di riascoltare quei vecchi dischi dei Jack Frost? Riuscite a tornare sulle prime cose di Lloyd Cole senza scivolare sul guano della malinconia? Vi piace imbrattarvi le coane di ricordi inestinti? Sempre in agguato è il senso di perdita, specie se considerate non inadeguata a questi (già sette) anni l'abbreviazione 00. Non di rado un'aggressiva barbetta si diffonde sulle critiche zone di noi deputate alla procreazione. Sapete anche che oggidì alla moltitudine basta scaricare due vst da emule per supportare la faccia tosta di dirsi adoratori degli eighties. E i pezzi? I grandi pezzi, ci ce li scrive? Non McLennan, che è morto. Non più Kilbey, che invecchia. E in generale i sopravvissuti c'immalinconiscono per versi fuori dal controllo della propria intenzione. Così allora talvolta è utile immergersi nell'espansa fucina di myspace e riportarne qualche gioiello in superficie. I triestini Butterfly Collectors di Lorenzo Fragiacomo (già visto in tutu insieme a papà Murphy) ci donano (in ascolto integrale sul loro spazio) 4 sfolgoranti gemme di guitar stylish pop che non avrebbe sfigurato fra gli scaffali del DNA di noi trentaqualcosa. Si parte da "Trying something" e dovete immaginare le chitarre luciferine di Daniel Ash (periodo "Burning from the inside") al servizio di una Siouxsie con meno problemi familiari. Scivoliamo (orsù) sul magnetico riff doorsiano di "Open your eyes" che è tutto un ribollire di lava sessuale, ragnatele elettroniche e delizia formale. V'è anche un video low budget di questo pezzo che vi consiglio di visionare a riprova della solidità del controllo artistico dei tre friulani. Indolentemente, fra archi lascivi che s'intrecciano in piccole dissonanze "You turn me on" lascia il campo alla title track, laddove tutti gli elementi s'addensano in corpo solido e il certosino guitar pop dei nostri assurge rimembranza perfetta, omaggio splendente, sospiro fremente.

www.thebutterflycollectors.com

Alessandro, 05/03/07