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... because when you were nineteen
didn't YOU
ever want to create something beautiful and pure
just so that one day you could set it on
fire
and then watch the city light up as it burned?
Didn't you want to do that every day of your life?
La
Sarah Records chiuse i battenti nel 1995: avevo 22 anni e
ora, nel 2003, ne ho 29.
Sembra che centinaia di cose siano cambiate nel frattempo
nella mia vita, non tutte necessariamente volte al meglio.
Nessuna di loro, comunque, sembra abbia tratto ispirazione
decisiva dal fatto che, una molto triste sera per molti, la
Sarah Records di Bristol, 7 anni fa, chiuse i battenti.
Lo seppi invero qualche mese dopo, e non mi destò nessuna
particolare impressione.
Non crediate sol per questo che io sia una persona insensibile,
o immune da sentimentalismi feticistici; al contrario la mia
vita è costellata da episodi imbarazzantemente adolescenziali-fuori-tempo-massimo.
Il giorno dello scioglimento degli Smiths, ad esempio, ebbi
il primo contatto vero con la necessità della razionalizzazione
d'un lutto. E se riesco a riderci adesso, al tempo fu terribile.
Non crediate neppure che fossi immune dalla sottile ed elegante
fascinazione irradiante da quel marchio verso di me. Chiunque
abbia frequentato la mia stanzetta può testimoniare
il posto d'assoluto prestigio e la condizione d'eterno sovraffollamento
dello scaffale dedicatogli.
E' il più alto (non credo per un'immediata ragione
meritocratica; in fondo i dischi "di cui si parlava"
erano altri) e il più disomogeneo fra tutti, perché
allinea;
- qualche 33giri
- un numero lievemente maggiore di 12pollici
- una serie più estesa (e sviluppata su due file antistanti)
di 7pollici
- un numero ragionevole di cd
- e minicd
nello spazio che rimane. E' un disomogeneo, ma perfetto incastro.
Ho provato a volte a smembrare il castello, a tentare l'integrazione
con il resto della mia musicoteca; ma -caspita- son sobbalzato
davanti alla coatta attiguità di nomi come Scritti
Politti e Sea Urchins, Field Mice e Filipinos, Orchids e Orchestral
Manouveurs in the Dark.
Com'era scritto, il destino era splendido isolamento.
Metà anni ottanta: poche lire, un progetto ambizioso
ma umile, nascosto, votato consapevolemente alla secondarietà:
raccogliere giovani presunti talenti, stanarli da stanzucce
piene di posters bislacchi e portarli in cantine muffose di
registrazione, piene di poster sempre muffosi di personaggi
forse mai esistiti, metterli in contatto fra loro, farli sentire
parte di una minoranza per sempre silenziosa, ed un'etichetta
che possa essere genitrice, educatrice e riferimento piuttosto
che mera datrice di lavoro ed usuraia di vita.
Fra questi giovani pochi avevano preso lezioni di musica,
la maggior parte s'arrangiava a scaraventare immagini di depressioni
sulle corde o sulle pelli, con il viso chino verso le scarpe,
ma senza riflettori addosso, al limite una piccola abat-jour,
direzionata dall'amico del cuore.
Un piccolo universo di lana e biscotti.
Questo avevano i gruppi della Sarah: che pur producendo musica
in nessuna misura originale o "innovativa" (argh
- immagino che certi termini siano un pedaggio obbligatorio
alla presunzione di poter scrivere di musica) non assomigliavano
a nient'altro che ai gruppi della Sarah stessi. Questo è
anche il motivo per cui è allo stesso tempo dannatamente
facile e dannatamente difficile scriverne: la mia esperienza
con i dischi della Sarah elude definitivamente la mente critica
e il compassato sussiego del recensore, configurandosi piuttosto
come un diario intimo d'ascolti.
In qualche strano modo, era come se fossi io a scrivere le
poche ma suggestive note sugli inserti spartanamente colorati
collocati dentro la maggior parte dei 7pollici, e in un modo
ancora più bizzarro, certe canzoni Sarah le ho scritte
io, nel processo stesso di udirle per la prima volta, e continuando
ad ascoltarle più di dieci anni dopo.
Immagino che i greci provassero qualcosa di simile in riferimento
agli archetipi.
E quest'altro aveva la Sarah: che un giorno anche io avrei
inciso per lei, il giorno in cui mi fosse riuscito di mettere
insieme un numero di canzoni sufficiente. Sarebbero bastati
una chitarra, un basso, una batteria e la consueta malinconia.
Me lo avrebbero dovuto, pure, Clare e Matt, con tutti i soldi
che gli ho versato, limitato soltanto dall'esaurimento delle
(loro) scorte.
(Nota per nessuno: grazie a Dio riuscii ad assemblare i pezzi
molto dopo la chiusura della Sarah, e la delusione mi fu risparmiata).
L'ultima cosa che riesco a vedere è che la Sarah in
quanto idea non può chiudere. Non può chiudere
neppure quanto è già stato "aperto",
quei dischetti imitabilissimamente inimitabili; non possono
riassorbirsi le vive fontane d'ispirazione che zampillarono
all'improvviso nel cuore degli anni anni ottanta d'Albione
e che le donarono coscienza estetica e politica, ispirando
allo stesso tempo un ricchissimo sottobosco d'etichette ugualmente
stoiche e convinte della bontà necessaria del proprio
ingrato anonimato.
Di fronte all'incombenza di parlare della Sarah Records, di
fronte all'incubo kafkiano di dover associare ad ognuna delle
sue pubblicazioni una parola sufficientemente riconoscibile
ed in special modo delimitante (in modo tale che un disco
sia affermato come intrinsecamente differente dall'altro)
ho preferito la via dell'amputazione sensata.
Sette dischi.
L'isola non è deserta, ma va bene lo stesso.
Sea
Urchins "Stardust"
Avessi iniziato questa selezione con gli Another Sunny Day,
avrei potuto barare sul criterio meramente alfabetico. Invece
no, la psicogeografia della mia anima non ammette deroghe
alla sua più pressante incombenza: diffondersi su questo
disco non-disco; ribadire a se stessa la propria stupefatta
delizia dinanzi all'armonia di questo puzzle di singoli memorabili;
innalzare il ricordo della Sarah anche solo se la sua vita
fosse coincisa con la pubblicazione di Stardust.
E i Sea Urchins non sapevano neppure suonare.
Esattamente come mille personaggi che prima di loro avevano
cambiato la storia dei sessanta, e quelli della fine dei settanta.
Loro non ci pensavano neppure.
Scrivere canzoni, canzoncine,
o meglio piccole melodie, venate di britannicità, caramellate
di depressioni più grandi. Non premeditato: istintivo,
raccolto - di quelle canzoncine che dà più piacere
scrivere e suonare in uno
scantinato che su un palco. Le chitarre danno piccoli tocchi,
arpeggi stentorei, quando non accordi, la voce è tendenzialmente
lamentosa.
In altri termini: le chitarre carezzano, gli arpeggi coadiuvano
notti insonni, la voce singhiozza ma non arriva a piangere.
Nel mio concetto, nel mio cuore, i Sea urchins rappresentano
l'antitesi vivente al *dozzinale*: non hanno pretese di sublimità,
e incidono solo singoli, a singhiozzo, quasi per fare un favore
a un amico, come di fatto fu, e perché la via di un
ragazzo sensibile è costellata di amarezza, delusioni,
baratri costanti che dà sollievo tirar fuori per farsi
riconoscere in mezzo ad un marasma di pudori.
Sul cd che è distintivo possiedere figurano 11 pezzi,
parte di loro provenienti dai tre singoli su Sarah (Pristine
Christine, Solace, A Morning Odyssey). Nessuno di loro è
stato abbandonato dalla Grazia, tutti e undici possiedono
il dono della più dolorosa sincerità - a costo
dell'autoparodia.
Sono piccoli noccioli di tristezza rivestiti da uggia, avvolti
da bruma pomeridiano/britannica. La pioggia è onnipresente.
Il tocco è magico. Uno dei miei dischi da 9 senza remore
e con sospetto che si tratti d'altro, e che un voto non gli
rimanga. Un disco come questo non dovrebbe figurare nelle
classifiche, né nelle riviste di musica. E' un tesoro
adagiato su un fondale che è meglio non esplorare,
che è meglio non portare a galla. Proviene da una profondità
d'abisso, ma canta della superficie. Proviene dal cielo ma,
per timidezza, nasconde la testa sottoterra.
Ora dovrei scegliere qualche pezzo da portare meglio alla
tua attenzione: ma è una finta, un metodo, un escamotage.
Io inizio a vibrare dal primo secondo, e lo faccio da più
di dieci anni. Non mi hanno mai abbandonato né smentito.
I Sea Urchins non sapevano suonare
...gli
Orchids, invece sì, e la loro antologia Epicurean,
è fantastica. Ovviamente scelgo lei, a rappresentare
l'ensemble degli schivi glasgowiani; vi risparmio così
la lista della spesa obbligatoria dei numerosi singoli ed
ep. Inutile a dirsi, senza grandi singoli non vengono fuori
grandi antologie; e la Sarah aveva abbondanza dei primi e
delle seconde.
Ci sono altri motivi per la scelta, il più evidente
dei quali sembra essere quello di includere pezzi assolutamente
strepitosi. Tiny words, ad esempio.
Allora nasce il problema interpretativo: può una band
avere scritto e registrato questo pezzo ed essere rimasta
appannaggio sapienziale di una fetta numericamente risibile
dell'umanità? Egoisticamente, non me ne curo: perché
mi è giunto. Filosoficamente, non se ne curano neppure
loro che intitolano l'assemblaggio alla memoria del grande
filosofo greco che, come riportato in terza di copertina "insegnava
che il bene più alto è la felicità temporale,
che può essere attinta tramite l'esercizio delle virtù".
Vado per illazioni, certo. Io al posto loro mi sarei dannato
l'anima, perché anche solo scorrere in rapida successione
i primi 20 secondi d'ogni pezzo ci dona la sensazione di una
vena compositiva felicissima e dei mezzi per esprimerla appieno,
ancha laddove i pezzi si fanno più controversi e/o
circonvoluti ed ergo meno comunicativi.
Un pop davvero cristallino, arrangiato con un'eleganza fuori
dal comune che richiama alla mente in qualche episodio i "cugini"
della El (It's only obvious, Peaches). Ma anche quando l'elemento
arrangiativo non è preminente, e quindi forse in senso
più pieno il suono è defininibile nient'altro
che Sarah, gli Orchids brillano di luce più luminosa,
come nei classici Something for the longing e Blue light.
Se poi vi serve una ulteriore prova della loro versatilità,
ecco, Yawn è definitiva, con un basso dark in evidenza,
un arpeggio di chitarra stentoreo di semi-distorsione e piccoli
tocchi diffusi di acidità sonnambula. Servono altri
motivi?
No, servono altre antologie, e ve n'è un'altra, ugualmente
memorabile. Quella del gruppo "di punta" della Sarah
Records, il gruppo che per un attimo ha fatto confinare la
Sarah con una specie più rinforzata di "notorietà
underground", e che comunque ha contribuito in maniera
determinante a tenere sù il progetto globale dell'etichetta,
sia criticamente, sia economicamente.
I
Field mice, la perenne next big thing britannica, il
gruppo dai singoli memorabili, i Beatles di Bristol (Beatles
nella misura in cui lo possono essere i New Order, eh). Gli
autori dei 5 minuti di tralucente bellezza acustica di So
Said Kay, che rimane il loro pezzo più noto, nonostante
Coastal - l'antologia a cui stiamo riferendoci - allinei
14 gemme mozzafiato.
So che non è dir molto.
Ma provate a lasciarvi investire dalla struggente ballata
per basso e pianoforte The last letter (here is the letter/
the last letter/ the last ever), dalla scampanellante
Sensitive, dalla toccante meraviglia jingle-jangle di If you
need someone, o - limitandomi al novero delle favorite per
non elencarle tutte - dal sublime descrittivismo malinconico
di Quicksilver.
Fortunatamente non vi capiterà quello che è
successo a me con i Sea Urchins: volerne sempre di più
e rimanere frustati nell'anelito appropriativo (e dico questo
nonostante la bontà del progetto Delta).
Grazie a Dio i Field Mice hanno una discografia più
cospicua e ripagante.
"Il
nostro nuovo cd è intitolato The sound of the Hit
Parade ed è ispirato dall'andare in vacanza, guardare
film in bianco e nero e possedere vecchi libri di gente morta".
Così gli autori stessi, gli Hit Parade, nelle righe
leggibili - cosa piuttosto rara nelle molto spartane edizioni
in cd dell'etichetta - all'interno della copertina.
Giunti alla Sarah (a cui dedicano il pezzo House of Sarah)
piuttosto tardi, e ivi autori di due 7pollici e questo sorprendente
lp gli Hit parade sono un commovente esempio di dedizione
ad un suono quanto più puramente popular, a cavallo
fra una tentazione più spiccatamente commerciale (commerciali
come avrebbero potuto esserlo i Beach Boys nei primi sessanta)
ed una meramente ideale, pronta a definire una volta per sempre
cosa una canzone pop dev'essere: struttura inderogabilmente
strofa/ritornello/strofa, cantato ammiccante, strumentazione
accattivante e talento naturale.
Il disco scorre come un unicum d'ispirazione, tanto da sembrare
una raccolta di singoli pur non essendolo e divenendo stimolo
irrefrenabile alla danza in un paio di episodi (Walk away
boy, As I lay dying) che avrebbero potuto - solo in virtù
della propria irresistibilità - fare un salto indietro
nelle classifiche eighties e insidiare le posizioni dei loro
maestri Wham e A-ha.
Un capolavoro trascurato.
E
per rimanere in tema di capolavori trascurati dalla propria
immediata contemporaneità, ma almeno in questo caso,
riscoperti postumamente, e solo grazie alla propria autoevidente
grandezza, non si può omettere la sublime fragilità
del mini-lp If wishes were horses degli inestimabili
Blueboy, autori presso la Sarah dell'ottimo lp "Unisex"
e di una carrettata di splendidi singoli, oggi preda privilegiata
di ogni tardivo collezionista Sarah.
8 indelebili canzoni che fluttuano in una melassa indistinta
di chitarre acustiche ora arpeggianti ora pizzicate à
la brazileira, timidi tocchi di elettriche ed archi, e due
voci (una maschile ed una femminile, entrambe sgraziatamente
poco duttili) che più che sussurrare di un Eden melodico
non sanno né possono fare.
Sono lente, sfavillanti cantilene, impreziosite da un gusto
pastorale che cade a metà strada fra gli Smiths più
acustici ed i maestri della bossanova.
Quanto basta insomma per definir questa esperienza d'ascolto,
unica.
Unico
almeno quanto l'altro grande ep di casa Sarah, quello di F.M.
Cornog aka East River Pipe.
Goodbye California è forse l'ascolto più
emotivamente coinvolgente dell'intero catalogo, per qualità
intrinseche (di cui infra) ed estrinseche, ovvero la tormentosa
storia biografica del nostro, vittima, dopo numerosi travagli
e un'adolescenza tormentata, del demone dell'alcolismo e di
quello ugualmente feroce dell'homelessness che - come nelle
favole - conosce quella che diventerà sua moglie, la
quale lo incoraggia ad incidere e gli finanzia un piccolo
studio di registrazione.
Dopo un primo disco (recentemente ristampato) che raccoglie
quel primo materiale, Cornog riesce a contattare la Sarah
e farsi pubblicare il meraviglioso "Goodbye California";
uno di quei dischi che non ha bisogno di inventare niente
per far breccia al cuore di chi ascolti.
E' il tono dimesso ma pieno di pathos (sì, è
un ossimoro), compassato ma urgente, e la grazia della canzoni,
tutte giocate sul rapido riferimento melodico, piuttosto che
sullo svisceramento dello stesso. Sono rapide impressioni
divenute canzoni, e camminano sulla fune che separa gli abissi
della gioia da quelli dell'orrore. Un must. Anche se fosse
solo per la prima track in scaletta, quella Firing Room che
da più di dieci anni è parte obbligatoria di
ogni mia mix-tape
spesso
affiancata a quella Temporal, o spesso anche a Suck me down,
che sono, insieme, posizionate non a caso al primo e secondo
posto della scaletta, il diadema di Untouched dei Secret
Shine, l'lp con cui concludo questo viaggio dentro ricordi
che hanno rifiutato preliminarmente di diventare tali.
Ricordano parecchio i My Bloody Valentine del periodo Ecstasy;
muri granitici d'armonizzazioni vocali unisoniche male/female,
chitarre in feedback spesso screziate da tremoli non invadenti
e un drumming selvatico. Il tutto troppo lo-fi per aspirare
ad una vasta affermazione.
Ma, non è questa la leva segreta del piacere privato?
Grandi pezzi in "disadorno ammanto", gioia di orecchie
più fini dell'ottusa patina di morchia di mercato,
ennesimo tassello di quel ricovero inesauribile di grandi
opere d'arte che fu ed è la Sarah Records.
Alessandro
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