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Keith.

In memoria di Keith Girdler,

Giovane, piuttosto carino. Con un tumore.

La musica non esiste, è come uno stato d'animo e non esiste a volerla ripescare da un cassetto chiuso a chiave. Le note sono come un bisogno di non essere dove si è. E siamo a respirare i gas di scarico dell'industria. Mettiamo anche quella musicale. Sono parole, concetti. Gas.

Come le copertine della Sarah, un sacco di palazzoni, fabbriche, luoghi freddi e dentro invece, quasi sempre..

I Blueboy erano il cuore, il cuore del parco, la radura. Spiagge. Bambini. Chitarre acustiche, violoncelli.

La voce di Keith, fragile sino all'irrealtà, irrealtà credibile. Perché, sapete, la realtà non sembra esserlo più. Le spiagge non sono più nostre, il mare non è più dei pesci, la musica non è più per il cuore.
E' per il cancro, la musica. Le foglie forse non hanno più pigiami di fuliggine, forse. Ma hanno il cancro nel cuore.

Era così bello sentire che quello squarcio di spiaggia s'aprisse davvero. Dentro la confezione. Dalle parti del suo cuore, dove il mio e il loro si fondette. E le onde del mare erano oneste quanto gli arpeggi. Il violoncello onesto quanto un canto di gabbiano.

Ricordo la musica dei Blueboy, anche se da qualche giorno non ascolto altro. Non è completamente qui, non è completamente lì, dove si può soltanto passare. Mi riporta indietro a quel volo di gabbiano; a planare, risalire, zigzagare fra castelli di sabbia a piccoli saltelli. Prima delle alghe e della pece.
Hanno messo i cartelli da un bel po' di anni ormai. Divieto di balneazione. Divieto di vita per i gabbiani. La musica che proveniva dalle radio s'è spenta. Il lido è abbandonato.

Lì sentii i Blueboy, sullo sfondo dei vetri e del mare. Di fronte al palco servivano le limonate. E i giovani genitori cercavano di non far chiassare troppo i bambini. Promettevano gelati. Noi qui si consumavano le granite.

Le chitarre elettriche non volevano altro che pochi accordi suonati gentilmente. Le orecchie si riempivano di donne e di Keith.

Io non lo so se noi siamo la bellezza che produciamo. Non so se metà del lavoro lo fa il caso, o chi ascolta. So che però ad un certo punto i letti prendono fuoco e il meteorite cade. "If wishes were horses" è talmente la mia vita che non mi accorgo quasi quando suona ininterrottamente da quindici anni. Se non avevo ancora vent'anni allora era perché i sogni erano gratis. Perché uno con la grazia di Keith poteva aver qualcosa da dirmi, pur senza avere niente da dire.
Il punto era quello: niente parole, dalle parti del cuore, solo grida. Sulle spiagge si corre, ci si schizza, si rivelano le timide erezioni per le giovani amiche in bikini e anche in pezzo unico. Sulle spiagge si grida di gioia, si fanno nomi che sono desideri.
Avrei voluto rimanere in una canzone dei Blueboy piuttosto che dover salvare il mondo.
Ogni parola vuole salvare il mondo. E lo uccide.
Si perde la musica e anche il battito, lo stiamo perdendo. La risacca si trascina infelice. E' un polmone connesso ad un monitor. E' scuro. Ha fumato troppo.

Non vorrei parlare neppure di "Unisex". Interrompeva il flusso. Era un bel disco, per quel che può valere un bel disco davanti al mare. Senza radio.

No, "If wishes were horses" è ancora adesso tornare al pensiero del primo amore, riviverlo per quello che si può. Neppure il pensiero della bara, del polmone ciancicato, del gabbiano liquefatto. Di quella ragazza volgare che oggi passa per desiderabile. Che parla, e dice, dice, dice.

Eravamo altro tipo. Ci piaceva nasconderci. Baciarci dietro le cabine.
Andarcene in vespa dove non conoscevamo. E poi tornare. In cameretta, e fare l'amore. Un'ora prima di vincere la timidezza che indugiava sui preliminari.
Il rossore sulle gote. L'azzurro e il bianco dei vestiti, come sulla copertina di quel 1992.

Caro Keith, non cambia niente per me, che sei morto. Solo un attimo di tristezza.
Come quasi se non avessi mai fondato i Blueboy. Ma poi passa. Anzi, è già passato.

 

Links:

Blueboy fan site: www.techmart.com/blueboy
Blueboy on tweenet: www.twee.net/bands/blueboy.html