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N.29 - aprile 2006
Questo mese parliamo di:



Caroline
Murmurs
(Temporary Residence)



Victor Young
s/t
(autoprodotto)


Celluloide
Bodypop EP
(Boredom)


Melodium
There Is Something In The Universe
(Disasters By Choice)


Casiotone For The Painfully Alone
Etiquette
(Tomlab)

 

Links:

Caroline@Temporary Residencet
myspace.com/youngvictor
www.celluloide.online.fr
www.boredomproduct.online.fr
melodiumbox.free.fr
www.cftpa.org

Recenti Electrozone:

n.25 (12/2005)
Blume: In tedesco vuol dire fiore
Kobenhavn Store: Coffee makes me nervous
Au Revoir Simone: Verses of Comfort, Assurance and Salvation
Piana: Ephemeral

Jay Jay Johanson: Rush

Cat5: Play This Loud/Sexy

n.26 (1/2006)
Electric Presidents: Electric Presidents
Performance: Surrender
Annie: DJ Kicks

Gutevolk: Twinkle

n.27 (2/2006)
Depth Affect: Arche-Lymb
Auto-Auto: Totem
B.Fleischmann: The Humbucking Coil

Motenai et My Name Is Nobody: That sign was made for you and me

n.28 (3/2006)
The Knife: Silent Shout
Nathan Fake: Drowning in a Sea of Love
Wechsel Garland: Easy

Morfar: The Skywriter EP

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica.

Tra Okinawa, Giappone e la neo residenza californiana, ecco filtrare un altro ineffabile abbaglio cinetico.
Un'incantata e incantevole nuova protagonista di nome Caroline (e di cognome Lufkin) ascende a divampare luminose candele, promesse pop minimal digitali, nel Cd d'esordio Murmurs.
Dunque, mormorii melodici, "flou", i suoi, dolcissimi e ineffabili, tale è il non peso che si percepisce via strumenti, acustici e numerosissimi di cui dispone la protagonista ('pianos, harps, bells, guitars, strings and hand drums' riferisce la pagina dedicata all'artista), abilmente camuffati in toni bassi quasi pulviscolo e senza ausili sovrastrutturali.
La musica quasi dissolve, retrocede a cellula in funzione dell'anima candida dell'artista, di una voce che sfalda e ricompone intorno ad ossessioni in soffice desolazione, mai narcisa o increspata. Quasi una Bjork bambina (ma il sito 'brainwashed.com' cita sapientemente Minnie Riperton), con un proprio risoluto misticismo 'twee', luminoso e incontaminato ("Everylittlething", "I'll Leave My Heart Behind"), che descrive e allude, parlandoci immersa nel fiume solare della propria fantasia iperbolica.
Oltre a "Where's My Love" già singolo nel 2005 in copie limitate Temporary Residence, che solo un nonnulla in più concede a un'inalveata bendisposizione, si segnalano per avvenenza illesa il luccicante spleen nel lento incedere blue di "Bicycle", lo strepitoso brano che inaugura l'album; poi a seguire gli impulsi e i percorsi di "Drove Me to the Wall", "pink & black", "All I Need". [F]

Il contagio del DFA-sound è giunto anche in Italia, periferia dell'impero e ricettacolo di mode tardive che confondono l'alba col tramonto. Dopo i genovesi Blown Paper Bags, il Veneto sfoggia Victor Young, trio imperniato sul ritmo e sui synth che affianca alle casse tipiche della label di James Murphy anche la firma su cambiali a nome del meglio dei dancefloor 'off' statunitensi degli anni Duemila. Erano in pochi a chiamare questa cosa p-funk, adesso sono la maggioranza. Piedi ben piantati nella contemporaneità quindi per il giovane Victor, cinque tracce vitaminiche sull'ondanomala di !!! ("Il tetris di Michele", ottimale come apertura di set) e Rapture ("Spaccafibra"). Ma lo status quo non si esaurisce così: "Vanessa P.I." è più meditata e post-analogica, come una nipote dei Tortoise affezionata ai nonni ma troppo più giovane; "Disco Tangeri" spande umori maghreb quotandosi nell'underground transglobale, e "Melodie protest of time" si rivela presto come la strada più sperimentale, fusion(e) di spazi aperti, nozze coi fichi secchi e freejazz. Il genere ormai ha detto tanto, il pregio della band è quello di vedere oltre, verso un futuro che dovrebbe riservare una maggiore componibilità fra spezie e derive di forma, ipnotismi e guap(p)erie: quanto basterà per poter evitare la tag di 'carino' che al momento pare irrinunciabile.[E]

"eh, beh, si, it's only electro.synth.pop". C'è sempre quel che di buono e di malvagio in un disco che suona come "Speak and Spell" dei Depeche Mode ma con 25 anni tondi tondi di ritardo e con molta meno verve innovativa. C'è il bello del revival, del suadente richiamo di quel timbro giovanino Gahaniano -seppur femmineo- e il malvagio del plagio, della mancanza di nuove direzioni, idee, svolte, carpiate visioni innanzi. Ma andiamo per ordine.questo Bodypop EP dei Celluloide (trio marsigliese licenziato dalla Boredom Rec.) anticipa il full-lenght previsto per fine anno 2006..arriva con la velocità di una cassa in 4 con charleston in levare. Arriva e passa come fosse una pasqua qualunque.
Le liriche stupidine-synthose-electro-euro-disco passano ma non restano, la voce ahimè naufraga in un mare di trovate stra-risentite. A poco serve la maestria electro-riffosa dei 2 baldi accompagnatori mascoli che fanno dell'arpeggio un leitmotiv generazionale per post discoteche primaverili. Tutto comincia con "People like me". Produzione precisina, patinata e pettinata a puntino. Il ritornello non prende, giusto qualche movimento di bacino (ma se ascolti in macchina manco quello) che non fa altro che richiamarti fasti electrosi ben più suadenti e riusciti. La forma continua ad evolversi nell'immobilità totale: 5 brani 5: uno più uguale dell'altro. Inutile snocciolare titoli, quando la formula ripete se stessa sia a livello di ambiziosa (?) proposta che di attitudine danzereccia. Mi dispiace bocciare ma non credo si tratti molto di più che di un bell'esercizio di stile. I 3 francesini hanno frequentato i corsi di Martin Gore, hanno preso appunti e pure alzato la mano a lezione facendo domande pertinenti: ma non hanno saputo aggiungere altro (come per esempio han saputo recentemente fare i The Knife) al ciarpame fliccherante dei tutelari nomi guida. Insomma, niente di che. Ma se proprio non ne fate a meno, accaparrateveli. Dormirete lo stesso la notte. Troppo ignavo?[M]

Da circa dieci anni e attraverso album come "La Tete Qui Flotte" d'un anno fa e "Quiet noise area" (2001), cd d'esordio e primo per i per i nostrani Disasters by Choice, il trentenne francese Melodium ovvero Laurent Girard, ingegnere musicista di Parthenay, Bretagna, va rigenerando la propria esplorazione-evoluzione ambientale digitale, arrangiata con vivace e sensibile gusto melodico.
There Is Something In The Universe, nuovamente per Disasters by Choice, ci sembra tra i più riusciti collage di sensazioni bioelettronico-armoniche di Melodium. Musiche plasmate e favorite da una filosofia autoriale distinta, attraverso prassi di concepimento artistico solitario. Uno spiccato minimalismo elaborativo quasi da 'segregato fuori', alimentando le proprie percezioni in ambienti esterni ed interni esclusivamente domestici, attinenti a sè.
L'opera di Melodium è solito stimolante, vivacemente animata, traboccante e proteiforme. Scaglie, linee e tessuti di suono sgorgano (come acqua..) in naturalezza quasi ovvia attraverso replicate e rinnovate simbiosi di elementi, coesistenze intonate col circostante 'piccolo mondo antico' (che pare a volte esplodere in paradossali micro big bang glitch).
L'ambiente familiare all'artista lo custodisce e lo protegge, lo rincuora e lo sostiene come un genitore affettuoso ("melodium never plays live", ammonisce di contro il sito autres directions).
È opportuno dunque valutare Melodium in virtù della propria particolare creazione, un soliloquio tanto timido e inerme quanto abbagliante e vivido, piuttosto che attuare paragoni un pò posticci (per cui egli risulterebbe un misto di "Plaid, Max Richter & Broadcast" sempre secondo autresdirections). A volte Girard appaia assai felicemente invenzioni strumentali analogiche e digitali: beats, melodica, tastiere assieme a piano, chitarre acustiche e mormorii vocali, scaturendo picchi di suggestione memorabili in quanto evocativi e stranianti.[F]

Owen Ashworth/Casiotone for the Painfully Alone non suscita mezze misure: o lo si ama sfrontatamente oppure non lo si può reggere. Chiarito come scontato che qua si parteggia per il suo ombelico di poca cosa e ancor minore spocchia, segnalare la sua uscita più recente significa per lo meno ampliare le considerazione che eravamo usi fare. Casiotone non è più dolorosamente solo, a farli compagnia ci sono altri (solipsisti immagino) che imbracciano archi, flauti, batterie, altri synth e un vero pianoforte. Ci sta una donzella, quella Jenn Herbinson che dritta dai banchi del merchandise porta sulla luna una "Scattered pearls" da infarto ottanta, con l'uomo a nascondersi dietro i suoi aggeggi per lasciare spazio a una musa irriconoscibile. E in linea generale a dominare l'album è un'atmosfera di relax quasi-parolaccia-positivo, in cui svaporano i sentimenti di arresa che sempre hanno albergato nei solchi dell'orso: se da una parte "Holly hobby" cala ancora la lacrima dell'empatia (e dire che ormai le feste sono passate col loro portato di sentimenti a buon mercato) grazie all'apporto so twee di Katy Davidson -la beneamata Dear Nora- e in "New Year's kiss" l'imbronciato casiologo fa l'Arab Strap ante litteram e post-sbronza triste, dall'altra "Young shields" suona uptempo come un remix di Tamborello, ammettendo che ci possa essere un immediato futuro anche migliore; ed essendo il singolo, vale per due.
Alla resa dei conti la verve sotto spirito di Ashworth fa capolino soprattutto in "I love creedence", con la tastierina programmata per un loop infinito e il cantato che segue altre piste, coincidenti solo per caso. Ché Owen può anche indossare la maschera dell'ultimo Bright Eyes ("Bobby Malone moves home", "Cold white Christmas"), ma l'istrione proprio non è il suo humus. Forse lo diventerà da vecchio, sta di fatto che Etiquette è un disco di passaggio, che contiene radici e avventure in egual misura, non ha paura di cedere porzioni di sovranità e si esprime attraverso una gamma di sensazioni allargata e contrastante; crismi che caratterizzano solo i grandi autori, se ci fosse ancora bisogno di una conferma, anche quando editano i dischi del 'quasi'. [E]