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N.16 - Febbraio 2005
Questo mese parliamo di:



Stratus
Fear Of Magnetism
(Klein Records)


Electrocute
Troublesome Bubblegum
(Emperor Norton)


Fever Asym
A green flower with a big blue hole
(autoprodotto)


Performance
Love Life 7"
(Guilty Feet)

 

Links:

www.kleinrecords.com
www.electrocute.de
feverasym.altervista.org/music.html
www.weareperformance.co.uk

Recenti Electrozone:

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n.15 (01/2005)
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Toog: Lou Etendue
I am X: Kiss + Swallow

Soho Dolls: Prince Henry

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica.

C'è uno spazio tenero e poco esplorato nell'elettronica, trascurato a vantaggio di soluzioni più stilose e gelide: lo spazio per una emotività forte che scaturisce dall'urto di beats apparentemente inscalfibili e morbide soluzioni analogiche. Gli Stratus, al secolo Mat Anthony e Martin Jenkins, ammortizzano questo scontro con infinita attenzione, producendo con Fear Of Magnetism un mirabile lavoro di sintesi fra le pulsioni di consumo più interessanti della musica elettronica di fine millennio, nel quale la spaziosità e le compromissioni pop dell'elettronica europea si coniugano a sonorità addolcite di stampo ambient, glitch, downtempo. Se ne ottiene un ibrido incantevole, un album di canzoni mutanti e morbide che esplorano tutto lo spettro emotivo consentito a drones, campioni e tastiere senza mai scadere nell'autocompiacimento.
Si comincia - forse con poca immaginazione ma con stile indiscutibile - con le citazioni Moonsafariane di "Barocco", bel capannello melodico gonfiato a dovere da tastiere gassose, ma le dodici canzoni che seguono esplorano uno spettro ben più ampio di soluzioni sonore, imprevedibili e talentuose: tessuti downtempo che in altri tempi avrebbero fatto la fortuna di qualche trip-hopper, beats che si ritraggono ad abbracciare la melodia, armonie distillate dalla pura bellezza di note distorte. Gli Stratus mostrano di avere piena padronanza dei linguaggi elettronici e di sapersi impossessare con efficacia anche delle più avanzate regole pop, senza peraltro farne un uso smodato. Album nel complesso irrinunciabile, ma se dovessimo selezionare i momenti migliori sceglieremmo "Curio", che esordisce citando l'apertura di "Strawberry Fields Forever" e su di essa costruisce un crescendo di soave precisione meccanica, la bellissima tristezza di "Rainy Day", che pare far scaturire la sua sottile melodia dal rumore delle gocce di pioggia su una pozzanghera, e soprattutto la conclusiva "The Fear", esercizio elettro/acustico di infinita leggerezza e autentico trionfo degli Stratus, ricostruzione chirurgica del loro difficile percorso tra microelettronica e musica pop, come un pezzo dei Books ricomposto al microscopio partendo dai suoi mille frammenti eppure semplice e bella come ogni canzone acustica che avete mai ascoltato.
A conti fatti l'influenza più evidente su "Fear Of Magnetism" è quella dei Plaid, tanto che questo disco può a buon diritto venir considerato il fratello minore di "Double Figure" (gli aromi jazzy di "Downstream", "Sine Psalm"). E questo nel mio linguaggio contorto è un gran bel complimento. [S]

Io quelli che non sopportano le Electrocute proprio non li capisco. A meno che non siano di quelli che si chiudono nelle loro cuffie ad incupirsi esclusivamente con Low o Hood, nel qual caso beh, una giustificazione c'è. Avevamo parlato bene delle due tedeschine (che non sono più le stesse di allora, dato che Mia Dime è stata sostituita dalla berlinese Holly Doll) al tempo del primo cutey-issimo EP per Emperor Norton e non possiamo che rinnovare le lodi per questo Troublesome Bubblegum, il cui contenuto è esplicitato sin dal titolo ma che a scanso di equivoci riteniamo necessario rimarcare. Se cercate musica stracciacoglioni, industriale, se vi piacciono solo plin plon, indietronica e electroglitch, insomma tutta quella roba così seria e/o elegante, siete capitati sul disco sbagliato. Le Electrocute sono il lato più disimpegnato dell'elettropop. Non hanno etica, non hanno sottintesi sessuali (ok, qualcuno), arrivo a dire che non hanno una preoccupazione al mondo. E "Troublesome Bubblegum" è la fotografia di questo stato di cose, incontrando felicemente la canzonetta sul terreno elettronico. E allora sorvoliamo sulle influenze new-wave e pop (le solite, dai Kraftwerk ai B-52's) e balliamo al ritmo di "Shagball", irresistibile discomadness sci-fi come i Ladytron sorpresi a sorridere, ideale controparte luminosa di quell'altro amore di pezzo che è stato "French Movies" di Magnus, di "Fun is A Floppy Bitch" che riporta in vita tutti i gruppi posticci di pop vocale femminile degli anni 80/90 (dalle Voice of the Beehive alle Shampoo) con tanto di plasticosissimo assolo di chitarra, dell'elettro-punk da cartoon di "Nobody Likes Us" (non è vero) sciacquata dalle tastiere dei B52s. Garage, pop, la favolosa semplicità dei tre accordi, in una parola, bubblegum pop.
Certo, alla lunga tutto tende all'appiattimento, tanto più che le due ragazze insistono su una sorta di garage-punk al sapore di chewing-gum ("Jet Set Boy", "Kleinder Dicker Junge", "Car Bomb Derby") che ha avuto sin troppi campioni di dubbio gusto, ma per fortuna l'impronta dell'elettronica di puro divertimento non viene mai meno, anche quando i bpm rallentano cospicuamente su tessuti irreali (gli anni 50 con accompagnamento di test tones Casio di "Goodbye Johnny") o ostentatamente cool ("Cops copulating", "Blow it", la stilosa consegna vocale a mò di cantilena stanca di "Dogs'n'Dolls"). Insomma, come le Chicks on Speed svuotate da proclami indipendentisti e preoccupate solo di ballare, con la produzione di Mickey Petralia (Ladytron) a lustrare il tutto in chiave moderna.
Se almeno una volta siete stati sotto lo scacco delle Shampoo desiderando che le loro canzoni fossero all'altezza dei loro occhiali da sole, se una parte inconfessata di voi rimpiange almeno un po' le Paola e Chiara di "Colpo di fulmine" (ops, questo non avrei dovuto dirlo), vi assicuro che amerete le Electrocute. In caso contrario fatevi un favore: ignoratele.[S]

Credo sia la prima volta che trovo allegate a un disco (A green flower with a big blue hole) le istruzioni per ascoltarlo. "spegnere la luce o chiudere la finestra, sdraiarsi sul letto, mettersi le cuffie (ma perché? Ndr), schiacciare play, chiudere gli occhi". Bene. Le casse diluiscono quei glitch ormai tanto familiari da poterli chiamare glicci. Musica atmosferica più che "d'atmosfera", si increspa quel poco che basta a far percepire che c'è una variazione nel loop. Col passare dei minuti, sempre sdraiati, ci si comincia a chiedere quale sia la fonte di tale arsenale sonoro, se davvero i 'laptop, registrazioni ambientali, minidisc, synth, mani, ascolto, mente' sbandierati dalle note, o non piuttosto la pentola a pressione, il boiler, la pioggia, una radio lasciata accesa a volume quasi zero, il rubinetto. Il rubinetto! Il rubinetto aperto! Il fuoco acceso! Ma prima di riassumere la posizione eretta, già quei rumori cambiano provenienza, venendo interiorizzati dall'inconscio, che li rimanda all'esterno. E cessa la paura di vivere in una casa parlante, scorrendo nei minuti le otto tracce ("Walking alone tenderless" la migliore del lotto) del compendio di musica elettro-domestica stilato dal salentino Federico Baglivi, in arte Fever Asym.[E]

Già in Uk se ne parla un gran bene, grazie anche alla sempre efficace line-up 2+2 (due ragazzi, entrambi Joe, e due sorelle punkettes), quindi tenete a mente il nome dei Performance, quartetto di Manchester iscritto all'infinito revival techno-pop anni 80 e giunto al secondo singolo per Guilty Feet. Oltre agli irrinunciabili ingredienti del genere (synth, beat ossessivi, qualche riff ad effetto), Love Life ha il NeoRomantico valore aggiunto della voce di Joe Stretch, il cui sapore agrodolce ricorda molto quella di Phil Oakley, ed è un congegno di diabolica precisione. Il ritmo scandito dai sequencers, la precisa meccanica dei beats e l'astuzia di quel riff di chitarra ne avrebbero fatto un perfetto hit da classifica nel 1979, grazie anche ad un'attitudine che rifiuta di abbracciare gli eccessi dell'electroclash e si consegna a quel miscuglio di gelo ed emotività che è patrimonio del pop elettronico inglese dai tempi dei Visage. Ed essere così palesemente fuori tempo massimo non sembra poter scoraggiare i Performance: nel retro "Blasè" i quattro si dedicano addirittura all'esplorazione delle derive anglo/europee del suono Human League risultando ancor più fuori moda ed altrettanto adorabili. In attesa di ulteriori ed interessanti sviluppi, "Love Life" è l'ultimo tassello per concludere degnamente quel nastrone elettropop che state preparando da troppo tempo.[S]