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Anconetani, indiepoppers
quotati e quotanti (cit.), sono ormai una delle più
solide realtà della scena nostrana. Dagli inizi pavementiani
agli svolgimenti mercury-reviani, gli Yuppie Flu sono ormai
solo se stessi.
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Disco di mantenimento?
Disco di Yuppie ri-flusso.
Disco d'ispirazione? No, piuttosto disco di rinforzo.
Provo ad espormi e lo faccio a cagione d'essere stato uno dei più
cedevoli al flu-ire della malia di "Days before the day".
Questo è il day after, il risveglio non tragico,
ma un risveglio ch'è normalizzazione, ch'è un fare
i conti con il momento più alto di una vita che prima o poi
(ed è drammaticamente sempre ora) vorrebbe mantenere
l'incanto d'un attimo irripetibile. Questa è l'aggressione
del sole, la chimica ineluttabilità dell'avvento del quotidiano
dopo la meraviglia alchemica dell'incanto.
Qualcosa nel terzo lp degli Yuppie Flu, un elemento onirico, un
ingrediente segreto, transustanziava la materia musicale, trasformava
la sgraziata acutezza adenoidale di Matteo Agostinelli in guida
ipnotica verso un'esperienza d'ascolto a tratti panica.
Una certa esperienza delle cose della vita insegna che al momento
della rarefazione segue con ferrea logica quello della condensazione:
ci sono luci troppo ruvide, puntate a guisa di riflettori, sulla
nuova prova della band anconetana.
The dream is over.
E occorre tornare al giorno, fare la conta di ciò che rimane.
Sì, in parte sembra anche giusto, perché con tutta
probabilità i nostri centri neurali avrebbero respinto altre
dosi di droga, e rifiutato un sogno che cercasse di venire a patti
con il sinistro lucore dell'extra-tempo. Cambiare si doveva, e gli
Yuppie Flu hanno nel loro dna lo spostamento di baricentro; dagli
inizi pavementiani alla penultima mercury-rêverie non hanno
mai ripetuto la stessa partita.
Oggi gli assorbimenti ispirativi sembrano essere stati amalgamati
ad un grado di personalità che consente di confondere i debiti.
Questo disco degli Yuppie, sembrerà uno sgarbo, è
il disco della maturità; il disco che risulta dall'inerzia
dell'esercizio dell'identità della band, il disco ch'è
rimasto attaccato al fondo della borsa da viaggio all'indomani di
tutti gli spostamenti creativi.
A chi piaccia, a chi non se la senta di rimproverare all'artista
i trionfi passati piuttosto che il mestiere attuale, tracci il suo
personale percorso attraverso "Toast Masters", non ne
uscirà scontento.
Chi, prigioniero delle spire d'un'aspirazione alla perenne ispirazione,
esecratore d'ogni routine, vorrà reclamare il diritto
all'eccezionalità dell'arte, qui potrà prodursi in
prese di coscienza multiple e gingillarsi con il principio di realtà
colto da ogni angolazione.
Gli Yuppie Flu hanno imparato l'arte della scrittura disinvolta,
della facilità compositiva, ma non sono dei geni, semmai
dei buoni artigiani. E il problema non è questo, dacché
di geni è povero questo tempo nostro, il problema è
che gli Yuppie Flu hanno messo su bottega, e hanno costi aggiuntivi.
Hanno aumentato la produttività e ampliato il parco estimatori,
a cui questo lavoro piacerà incondizionatamente.
A me? Dopo svariati ascolti, solo brevi spunti da raschiare dalle
pareti, e tutti insieme diluiti per ogni pezzo. Un disco, si dice,
tanto diretto. Così diretto (s'aggiunge) da sembrare poco
riflessivo.
Non sgradito né sgradevole, ma scorrevole e dispensabile.
Come una giornata di lavoro con la musica, come una giornata di
riflessione per una recensione, come la pacifica rassegnazione che
segue al primo vero litigio d'una storia che avevi previsto lunga
e importante.
E in questi casi, la prossima tappa sarà quella del matrimonio
o quella della separazione.
Alessandro
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