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I Windmills sono Tony Pankhurst,
Roy Thirlwall, Dan Pankhurst e Rob Clarke, tutti di Southend-On-Sea,
nel sud dell'Inghilterra. La line-up originale risale alla
metà degli anni 80, in piena esplosione C86 quando tuttavia
la band non ricevette la giusta attenzione. Si sciolsero pochi
anni dopo per riformarsi nel 1999, accolti a braccia aperte
dalla Matinée Recordings. Il primo album, "Edge of August"
è del 2000.
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Forse qualcuno dubita ancora della
capacità della piccola Matinèe di installarsi nello stesso angolo
di paradiso della Sarah Records, di soddisfare il gusto musicale,
estetico, la voglia di romanticismo degli appassionati di indiepop.
A quei pochi andrebbe fatta ascoltare "Beach Girls" dei Windmills,
possibilmente una domenica pomeriggio libera da partite di calcio
e con il cielo plumbeo; eccola la quintessenza del british pop,
serafica, riservata e sorniona.
Reduce dall'esperienza - ben più estroversa - dei Melodie Group,
Roy Thirlwall torna al suo primo gruppo e al suo primo amore: il
C86. I suoi Windmills non sono "carini", floreali, naif; sono semplicemente
veri, l'articolo originale o la nobile discendenza di quel pop donato
da Albione al mondo e poi disconosciuto come un figlio illegittimo
e costretto all'espatrio. Oggi capita di sentirlo ovunque, spesso
così trasfigurato da non poterlo riconoscere, e per questo si rimane
incantati ad osservare le forme di "Now is then"; è inimmaginabile
che gli ingredienti siano ancora così freschi dopo tanto tempo,
eppure eccoli tutti: quella malinconia senza nome, le chitarrine
tristi, melodie dolceamare, il sapore delle domeniche di pioggia,
la condizione transitoria della felicità. I Windmills hanno, senza
che ve ne sia il bisogno, quella mestizia decadente e un po' tenera
di chi non ha molto da chiedere al mondo, un'anima calda e irrequieta
e un fortissimo senso di appartenenza.
La loro "Beach Girls" (ci torniamo) ha i papapa che cantavano
i Sea Urchins e non i Beach Boys. Le loro nenie hanno un nonsochè
di torrenziale, sono un flusso ininterrotto di malinconie autunnali
che non c'è modo (non per quelli come noi, almeno) d'ignorare. E
poi capita che la title track sia una clamorosa dissonanza pop alla
Sonic Youth, ma - se capite quello che dico - passa in un baleno
lasciandosi dietro solo una indefinita sensazione di benessere.
Arrivati all'intro di "Walking around the world", un tuffo al cuore
ci segnala che quegli accordi arrivano dalla zona più gelosamente
custodita dei ricordi, "Across the playing fields" sta da qualche
parte tra i Byrds, i Beatles di "Let it be" e la Shadow Factory
targata Sarah, ha chitarre Harrisoniane e spazi ampi, un tiro decadente
e senza fine; come gli Oasis, verrebbe da dire, se non fosse che
tra i Windmills e il "pop" inglese di Oasis e Coldplay c'è un abisso
di passione ed emozioni che non vogliamo nemmeno misurare. E per
esprimerle non alzano mai la voce, della manopola del volume potrebbero
fare a meno, tanto non serve. Fuori piove e non c'è niente da festeggiare.
Ah, l'indiepop inglese: esiste ancora? Si è mai ripreso dalla scorpacciata
degli anni 80? Forse no, ma lo stesso vale per noi. E tornare nel
1986, se mi lasciate parafrasare un verso di "Across the playing
fields", it would be fantastic (ad libitum).
Salvatore
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