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I Windmills sono Tony Pankhurst, Roy Thirlwall, Dan Pankhurst e Rob Clarke, tutti di Southend-On-Sea, nel sud dell'Inghilterra. La line-up originale risale alla metà degli anni 80, in piena esplosione C86 quando tuttavia la band non ricevette la giusta attenzione. Si sciolsero pochi anni dopo per riformarsi nel 1999, accolti a braccia aperte dalla Matinée Recordings. Il primo album, "Edge of August" è del 2000.

 

 

 
 

Discografia:

Edge of August (Matinée, 2000)
Sunlight (Matinée, 2001)
Now is Then (Matinée, 2003)

Sito ufficiale:
www.the-windmills.com

 
 

 

 
 

Now is Then
(Matinée, 2003)

 
 

Forse qualcuno dubita ancora della capacità della piccola Matinèe di installarsi nello stesso angolo di paradiso della Sarah Records, di soddisfare il gusto musicale, estetico, la voglia di romanticismo degli appassionati di indiepop. A quei pochi andrebbe fatta ascoltare "Beach Girls" dei Windmills, possibilmente una domenica pomeriggio libera da partite di calcio e con il cielo plumbeo; eccola la quintessenza del british pop, serafica, riservata e sorniona.

Reduce dall'esperienza - ben più estroversa - dei Melodie Group, Roy Thirlwall torna al suo primo gruppo e al suo primo amore: il C86. I suoi Windmills non sono "carini", floreali, naif; sono semplicemente veri, l'articolo originale o la nobile discendenza di quel pop donato da Albione al mondo e poi disconosciuto come un figlio illegittimo e costretto all'espatrio. Oggi capita di sentirlo ovunque, spesso così trasfigurato da non poterlo riconoscere, e per questo si rimane incantati ad osservare le forme di "Now is then"; è inimmaginabile che gli ingredienti siano ancora così freschi dopo tanto tempo, eppure eccoli tutti: quella malinconia senza nome, le chitarrine tristi, melodie dolceamare, il sapore delle domeniche di pioggia, la condizione transitoria della felicità. I Windmills hanno, senza che ve ne sia il bisogno, quella mestizia decadente e un po' tenera di chi non ha molto da chiedere al mondo, un'anima calda e irrequieta e un fortissimo senso di appartenenza.
La loro "Beach Girls" (ci torniamo) ha i papapa che cantavano i Sea Urchins e non i Beach Boys. Le loro nenie hanno un nonsochè di torrenziale, sono un flusso ininterrotto di malinconie autunnali che non c'è modo (non per quelli come noi, almeno) d'ignorare. E poi capita che la title track sia una clamorosa dissonanza pop alla Sonic Youth, ma - se capite quello che dico - passa in un baleno lasciandosi dietro solo una indefinita sensazione di benessere. Arrivati all'intro di "Walking around the world", un tuffo al cuore ci segnala che quegli accordi arrivano dalla zona più gelosamente custodita dei ricordi, "Across the playing fields" sta da qualche parte tra i Byrds, i Beatles di "Let it be" e la Shadow Factory targata Sarah, ha chitarre Harrisoniane e spazi ampi, un tiro decadente e senza fine; come gli Oasis, verrebbe da dire, se non fosse che tra i Windmills e il "pop" inglese di Oasis e Coldplay c'è un abisso di passione ed emozioni che non vogliamo nemmeno misurare. E per esprimerle non alzano mai la voce, della manopola del volume potrebbero fare a meno, tanto non serve. Fuori piove e non c'è niente da festeggiare.

Ah, l'indiepop inglese: esiste ancora? Si è mai ripreso dalla scorpacciata degli anni 80? Forse no, ma lo stesso vale per noi. E tornare nel 1986, se mi lasciate parafrasare un verso di "Across the playing fields", it would be fantastic (ad libitum).

Salvatore