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Uomo ovunque dell’elettropop europeo e metà di un trono non ancora appannato, il norvegese Erlend ha fatto anche del suo aspetto un’icona, e dello stile dimesso un punto di forza così naif da cantare sopra i passaggi fra una piastra e l’altra di un suo dj set, o di far imitare i propri siparietti durante i live…

 

 

 
 

Discografia:

Dreams (Sleeping Star, 2006)

Sito Ufficiale:
www.whitestboyalive.com

 
 

 

 
 

Dreams
(Bubbles/Sleeping Star, 2006)

 
 

"El Nerd" Oye è come il mondo di Jimmy Fontana, altro bruttarello occhialuto: non si è fermato mai un momento. Kings Of Convenience, i dj kicks, la voce prestata ai Royksopp, il disco solista con le tendenthiose collaborazioni electro.
Adesso l'idolo dei suoi simili di tutta Europa, dimentichi della ferrea legge morandiana dell' "uno su mille ce la fa" (e uno solo, poveri cocchi), torna con un featuring che suona come "il ragazzo vivente più pallido": lui insomma, stranamente carismatico, che inaugura le edizioni di Sleeping Star, nata a Roma da una costola di Lain/Fazi e che mantiene il piglio esclusivo e distintivo della casa madre.

Tutte le specifiche per dirne bene insomma, un autore che si è amato fin dal primo momento grazie anche alla voce inconfondibile che trasporta nelle attività parallele, un packaging in stile minimale, le aspettative di una label che farà parlare di sé. Cosa manca? Le canzoni.

E mancano, mancano. A volte ne compare solo un'idea abortita, altre manco quella. Che dire del piatto anonimato di "Golden cage" e "Done with you", o della varietà di ispirazioni tosto troncate, come il ràlenti anglogiamaicano quasi Police di "Above you" oppure "Inflation", annunciata dal giro plagioso di "Happy together" (che, sia detto per inciso, è una delle canzoni più belle di sempre) ma incapace di mantenere le promesse e le premesse, al punto da preferirsi largamente il mashtard-pop-up all'arancia allestito dal prode Maxcar, ballato anche nella fredda Danimarca? Solo proclamarne la vacuità, al pari dell'iniziale "Burning" che ripesca i Cure più edulcorati e pop, o i tentativi di aggiungere una chitarra più razzente in "Fireworks": niente che si faccia ricordare.

Pezzi, tutti, che partono tardi e poi si avvitano su una cyclette: "Borders" ne è l'esempio, ma anche la leggermente acida"Figures", che sventola un tot e poi si inchioda, e "Don't give up" che nello strizzare l'occhiolino al mainstream FM prende a prestito certe espressioni leccate degli 80, tipo Black di "Wonderful life" o i Double di "The captain of her heart" –solo che là i brani c'erano, eccome, al punto da essere diventati evergreen e suonare ancora.
Quando poi il cd va a terminare con "All ears", per larghi tratti insopportabilmente acappella, ci si avvede che è solo il suggello a un'opera di una pochezza disarmante, roba che se un debuttante di qualsiasi paese si cimentasse in un lavoro del genere verrebbe giustamente crocifisso in sala mensa.

Se Oye aveva un modo per dirci che, almeno per adesso e per se stesso, non ce n'è più, tale incolore prova di sopita creatività è certo il più efficace. E se questi sono i suoi ‘sogni', il nostro e pio è di vederlo tornare re di una qualsiasi generale convenienza.

Enrico