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Gli StudioDavoli nascono
nel 2001 a Lecce (con il nome di ValvoleDavoli) con l'intento
di coniugare sonorità vintage (60s pop - lounge condite
con un pizzico di psichedelia) all'elettronica contemporanea.
Il risultato è una gradevole forma di indiepop che
strizza l'occhio agli Stereolab senza allontanarsi troppo
dalla tradizione easy italiana. Dopo l'usuale gavetta, si
accasano nel 2003 alla RecordKicks che pubblica il loro primo
album, "Megalopolis". A Marzo 2004, la line up è
questa: Matilde De Rubertis (voce, chitarra), Gianluca De
Rubertis (synth, organo, voce), Giancarlo Belgiorno (basso,
chitarra) e Riccardo Schirinzi (batteria).
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Come sei
cresciuta! Lo dicono gli amici, sempre, ogni volta che vedono
la mia bambina. Lo dico anche io, ai bambini dei miei amici. "Come
sei cresciuto" è il leit-motiv dall'infanzia sino ai vent'anni.
Lontano dagli occhi cose e persone esistono in ibernazione, immutate
e possibilmente immature: è così che si finisce a regalare una Barbie
a una bambina che già usa l'ombretto.
Da "Megalopolis" in poi, gli Studiodavoli (mi) sono rimasti nascosti.
E anche se sino ad una settimana fa non me ne rendevo conto, li
ho immaginati chiusi a chiave in qualche studio polare, intenti
a replicare nota per nota il primo album, per tutto questo tempo.
E' così, in "Decibels For Dummies" io sono il dummy, che
va cercando il seguito di Abatjour e Superpartner con i giocattoli
in mano mentre gli Studiodavoli sono al bar che ordinano cocktails
senza bisogno di carta d'identità.
E quindi, se avete amato Megalopolis (non è difficile) avvicinatevi
con cautela a questo secondo album Studiodavoli. Non ritrovandone
le forme acerbe, la insostenibile leggerezza, l'immediatezza così
spontaneamente raggiunta, potreste a buon diritto sentirvi traditi.
Voi pensate: pop, vellutato, psichedelico, lounge e Stereolab. Pensate
a canzoni in lingua francese e ai Pink Floyd, ma non avete idea
di cosa vi aspetta.
No, "Decibels" è un album che spiega e impegna, e per entrambe le
cose c'è bisogno di tempo, di concentrazione. Allungato su un raffinato
downtempo, ospita chitarre, dilata le strutture pop, e se non è
ancora pronto a lasciare l'orbita attorno alla Terra, sperimenta
con il suono in assenza di gravità.
Non può vantare la compattezza di "Megalopolis": è meno omogeneo,
più ambizioso e, per necessità, dispersivo. Pur essendo un nuovo
excursus nell'immaginario musicale StudioDavoli, non è una raccolta
di canzoni pop come il disco che lo ha preceduto: allinea sonetti
psichedelici Revolveriani ("It Could Last Forever", "Sexsuite")
e mantra analog-tronici ("Crystal Love") che sacrificano la ricerca
di semplicità ed immediatezza a favore di nuove tentazioni soniche,
e non è cosa da poco: ad occhio e croce, i suoi solchi concentrano
il doppio degli strumenti di Megalopolis.
All'inizio la sorpresa si camuffa da delusione, e il capro espiatorio
è inevitabilmente "Kiss", cocktail lounge anni 60 e più indietro
ancora. Bella, fatale, pigra e allungata sulle prime ombre della
sera: un singolo perfetto, ma non ci riconoscerete gli Studiodavoli.
All'altro estremo sta invece l'esplosiva "Optical Love", la migliore
approssimazione degli SD dal vivo, pillola d'energia con le tastiere
a trasfigurarla in un sogno hippie. E ancora siamo persi.
Più tardi la presenza del disco si fa via via più sensuale, ingombrante:
"I Prefer", il pezzo più raccolto e melodico dell'album costruito
su fingerpicking, schiocchi di dita e poche note di piano, le variazioni
di tono sulla ripetizione del refrain che concentrano melodia e
attenzione in un unico, fatale momento, la voce di Gianluca bella
ed impacciata come quella di Amedeo in un pezzo dei Blonde Redhead.
E poi le chitarre acide e il cantato manic di "City Dweller", la
sensualità eplicita di "Sticker", le diapositive di "Shorts and
Shirts" che arrivano al cuore del pop per iterazioni successive,
e infine il trionfo di Matilde, costretta a sforzi supplementari
dalla diversità dell'album: sentite la sua voce ribellarsi alla
metrica di "Senza Fine", sorta di bonus track misurata e distante.
Alla fine "Decibels" resta un album bello ma di transizione, indispensabile
trampolino verso i traguardi ai quali la band leccese appare naturalmente
destinata. E come sono cresciuti.
Salvatore
Ci si
diletta spesso con pop-elettronica, easy, lounge music. Sono termini
che hanno perso di significato, confusi nel calderone degli ascolti
quotidiani e del postmoderno che tutto ingoia. Gli StudioDavoli
vivono dentro quel calderone, e dalla loro prospettiva capiscono
le cose meglio di tutti noi. Con un immaginario fatto di supereroi
e Spazio 1999, cocktail music e pop di fine millennio, ben innestato
nel recente revival easy della penisola ma che per una volta è animato
dal desiderio di costruzione sulle ceneri sixties anziché da mero
sfruttamento di sonorità essenziali.
Di album piacevoli all'orecchio qui ne sentiamo tanti e tutti i
giorni, ma in "Megalopolis" oltre alla gentilezza obbligatoria per
il cimento pop c'è un gusto per l'esperimento che mostra tanta fiducia
nei propri mezzi e una immatura e goduriosa indecisione sulle direzioni
da intraprendere.
Ma se per le cose belle bisogna di norma aspettare, Megalopolis
è di per se' un disco finito e godibilissimo, nell'accezione più
ampia attribuibile alla pop music. Monotematici come siamo, e eccitati
dall'antipasto di "Superpartner",
la tentazione di parlare di "indiepop italiano" è stata forte sin
dall'inizio, ma son bastate le salatissime chitarre in coda a "Go
Baby" per convincerci a desistere, ché questa band fa persino di
più.
Ma allora, cosa sono gli StudioDavoli? Sono un viaggio nelle tendenze
del suono popelettronico e di tutte le sue possibili contaminazioni
in chiave presente, passata e futura. Tra le tante maschere appese
in studio il quartetto sceglie quella migliore per diventare di
volta in volta Stereolab in versone amatoriale ("Sunday"), elegantissimi
Laika da salotto buono ("Gate Must Be Negative Transmission", uno
dei più fulgidi esempi di pop minimale italiano), gli Air camuffati
da fricchettoni pop-psichedelici ("Breast's Garden) e per confezionare
piccoli futuribili capolavori di easy-elettronica ("Abatjour").
Tutto fila via tra sospiri di ammirazione per le proporzioni, l'equilibrio
delle forme musicali, la voce di Matilde De Rubertis e tanti bonbon
musicali che sono qui per rimanere.
Era parecchio tempo che aspettavamo un gruppo simile, talentuoso
e in controllo dei propri enormi mezzi. Gli StudioDavoli aprono
tante porte e per il momento non ne scelgono alcuna, lasciandoci
ad ammirare un lavoro consistente, denso (17 canzoni per quasi un'ora
di musica), ambizioso e giovane, e che annuncia già un domani meraviglioso.
Dimenticate i parrucchieri, le sfilate di moda e le pagine delle
webzine. Ho visto il futuro del pop italiano, e si chiama StudioDavoli.
Salvatore
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