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Gli StudioDavoli nascono nel 2001 a Lecce (con il nome di ValvoleDavoli) con l'intento di coniugare sonorità vintage (60s pop - lounge condite con un pizzico di psichedelia) all'elettronica contemporanea. Il risultato è una gradevole forma di indiepop che strizza l'occhio agli Stereolab senza allontanarsi troppo dalla tradizione easy italiana. Dopo l'usuale gavetta, si accasano nel 2003 alla RecordKicks che pubblica il loro primo album, "Megalopolis". A Marzo 2004, la line up è questa: Matilde De Rubertis (voce, chitarra), Gianluca De Rubertis (synth, organo, voce), Giancarlo Belgiorno (basso, chitarra) e Riccardo Schirinzi (batteria).

 

 

 
 

Discografia:

Megalopolis (RecordKicks, 2004)
Decibels for Dummies (RecordKicks, 2006)

Sito Ufficiale:
www.studiodavoli.net

 
 

 

 
 

Decibels for Dummies
(RecordKicks, 2006)

 
 

Come sei cresciuta! Lo dicono gli amici, sempre, ogni volta che vedono la mia bambina. Lo dico anche io, ai bambini dei miei amici. "Come sei cresciuto" è il leit-motiv dall'infanzia sino ai vent'anni.
Lontano dagli occhi cose e persone esistono in ibernazione, immutate e possibilmente immature: è così che si finisce a regalare una Barbie a una bambina che già usa l'ombretto.
Da "Megalopolis" in poi, gli Studiodavoli (mi) sono rimasti nascosti. E anche se sino ad una settimana fa non me ne rendevo conto, li ho immaginati chiusi a chiave in qualche studio polare, intenti a replicare nota per nota il primo album, per tutto questo tempo.
E' così, in "Decibels For Dummies" io sono il dummy, che va cercando il seguito di Abatjour e Superpartner con i giocattoli in mano mentre gli Studiodavoli sono al bar che ordinano cocktails senza bisogno di carta d'identità.

E quindi, se avete amato Megalopolis (non è difficile) avvicinatevi con cautela a questo secondo album Studiodavoli. Non ritrovandone le forme acerbe, la insostenibile leggerezza, l'immediatezza così spontaneamente raggiunta, potreste a buon diritto sentirvi traditi. Voi pensate: pop, vellutato, psichedelico, lounge e Stereolab. Pensate a canzoni in lingua francese e ai Pink Floyd, ma non avete idea di cosa vi aspetta.
No, "Decibels" è un album che spiega e impegna, e per entrambe le cose c'è bisogno di tempo, di concentrazione. Allungato su un raffinato downtempo, ospita chitarre, dilata le strutture pop, e se non è ancora pronto a lasciare l'orbita attorno alla Terra, sperimenta con il suono in assenza di gravità.
Non può vantare la compattezza di "Megalopolis": è meno omogeneo, più ambizioso e, per necessità, dispersivo. Pur essendo un nuovo excursus nell'immaginario musicale StudioDavoli, non è una raccolta di canzoni pop come il disco che lo ha preceduto: allinea sonetti psichedelici Revolveriani ("It Could Last Forever", "Sexsuite") e mantra analog-tronici ("Crystal Love") che sacrificano la ricerca di semplicità ed immediatezza a favore di nuove tentazioni soniche, e non è cosa da poco: ad occhio e croce, i suoi solchi concentrano il doppio degli strumenti di Megalopolis.
All'inizio la sorpresa si camuffa da delusione, e il capro espiatorio è inevitabilmente "Kiss", cocktail lounge anni 60 e più indietro ancora. Bella, fatale, pigra e allungata sulle prime ombre della sera: un singolo perfetto, ma non ci riconoscerete gli Studiodavoli. All'altro estremo sta invece l'esplosiva "Optical Love", la migliore approssimazione degli SD dal vivo, pillola d'energia con le tastiere a trasfigurarla in un sogno hippie. E ancora siamo persi.

Più tardi la presenza del disco si fa via via più sensuale, ingombrante: "I Prefer", il pezzo più raccolto e melodico dell'album costruito su fingerpicking, schiocchi di dita e poche note di piano, le variazioni di tono sulla ripetizione del refrain che concentrano melodia e attenzione in un unico, fatale momento, la voce di Gianluca bella ed impacciata come quella di Amedeo in un pezzo dei Blonde Redhead. E poi le chitarre acide e il cantato manic di "City Dweller", la sensualità eplicita di "Sticker", le diapositive di "Shorts and Shirts" che arrivano al cuore del pop per iterazioni successive, e infine il trionfo di Matilde, costretta a sforzi supplementari dalla diversità dell'album: sentite la sua voce ribellarsi alla metrica di "Senza Fine", sorta di bonus track misurata e distante.
Alla fine "Decibels" resta un album bello ma di transizione, indispensabile trampolino verso i traguardi ai quali la band leccese appare naturalmente destinata. E come sono cresciuti.

Salvatore


 

 
 

Megalopolis
(RecordKicks, 2004)

 
 

Ci si diletta spesso con pop-elettronica, easy, lounge music. Sono termini che hanno perso di significato, confusi nel calderone degli ascolti quotidiani e del postmoderno che tutto ingoia. Gli StudioDavoli vivono dentro quel calderone, e dalla loro prospettiva capiscono le cose meglio di tutti noi. Con un immaginario fatto di supereroi e Spazio 1999, cocktail music e pop di fine millennio, ben innestato nel recente revival easy della penisola ma che per una volta è animato dal desiderio di costruzione sulle ceneri sixties anziché da mero sfruttamento di sonorità essenziali.
Di album piacevoli all'orecchio qui ne sentiamo tanti e tutti i giorni, ma in "Megalopolis" oltre alla gentilezza obbligatoria per il cimento pop c'è un gusto per l'esperimento che mostra tanta fiducia nei propri mezzi e una immatura e goduriosa indecisione sulle direzioni da intraprendere.
Ma se per le cose belle bisogna di norma aspettare, Megalopolis è di per se' un disco finito e godibilissimo, nell'accezione più ampia attribuibile alla pop music. Monotematici come siamo, e eccitati dall'antipasto di "Superpartner", la tentazione di parlare di "indiepop italiano" è stata forte sin dall'inizio, ma son bastate le salatissime chitarre in coda a "Go Baby" per convincerci a desistere, ché questa band fa persino di più.
Ma allora, cosa sono gli StudioDavoli? Sono un viaggio nelle tendenze del suono popelettronico e di tutte le sue possibili contaminazioni in chiave presente, passata e futura. Tra le tante maschere appese in studio il quartetto sceglie quella migliore per diventare di volta in volta Stereolab in versone amatoriale ("Sunday"), elegantissimi Laika da salotto buono ("Gate Must Be Negative Transmission", uno dei più fulgidi esempi di pop minimale italiano), gli Air camuffati da fricchettoni pop-psichedelici ("Breast's Garden) e per confezionare piccoli futuribili capolavori di easy-elettronica ("Abatjour"). Tutto fila via tra sospiri di ammirazione per le proporzioni, l'equilibrio delle forme musicali, la voce di Matilde De Rubertis e tanti bonbon musicali che sono qui per rimanere.

Era parecchio tempo che aspettavamo un gruppo simile, talentuoso e in controllo dei propri enormi mezzi. Gli StudioDavoli aprono tante porte e per il momento non ne scelgono alcuna, lasciandoci ad ammirare un lavoro consistente, denso (17 canzoni per quasi un'ora di musica), ambizioso e giovane, e che annuncia già un domani meraviglioso. Dimenticate i parrucchieri, le sfilate di moda e le pagine delle webzine. Ho visto il futuro del pop italiano, e si chiama StudioDavoli.

Salvatore