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Etichetta inglese cosmopolita e interessata alla realtà periferiche all'impero britannico, la Stereo Test Kit ha un occhio di riguardo per la scena svedese (pubblica in in UK i dischi di Club 8 e Audrey) e nel 2005 inaugura la collana "Records Make Great Pets", la cui intenzione è quella di esplorare la musica indipendente di altri paesi. Si comincia, ovviamente, dalla Svezia.

 

 

 

 
 

Sito ufficiale:

www.stereotestkit.com

 
 

 

 

 
 

Records Make Great Pets Vol.1/ Sweden
(Stereo Test Kit, 2005)

 
 

Lasciatevi catturare dall'oscurità morbidosa del titolo (ci sono dischi e animaletti, sin qui tutto bene), che intanto spieghiamo.
Il primo volume di una collana dedicata alla musica indipendente - e non indiepop tout court - extrainglese è in un certo senso obbligato: ovunque peschi, in Svezia perchi bene. Ma Records Make Great Pets ha anche meriti suoi; assembla i nomi con sapienza, riassume e amplia le nostre conoscenze recenti eleggendo la zona musicale a noi più cara - dagli echi Sarah e C86 all'alt.country.svezia - a suo interesse primario, e soprattutto mostra di conoscere la delicatezza dell'argomento. Per questo non ha l'ambizione folle di dare una visione d'insieme della scena in esame, ma neppure quella più limitata di delinearne in qualche modo i confini: è un patchwork semovente, scanzonato e disordinato come la musica indipendente di Svezia, non inscatolabile in formulette o quant'altro. E allo stesso tempo è un'ideale controparte adulta delle raccolte (ma potremmo dire del catalogo) Labrador, il suono di una scena che non ha bisogno di conferme dall'anagrafe per sentirsi viva e per esplorare.
Con il pretesto di riassumere, Stereo Test Kit riesce ad offrire qualche impagabile scoperta (si veda oltre), e affianca nuove e vecchie conoscenze, proclamando piccole ma definitive consacrazioni (El Perro Del Mar) e lanciando nuove, luminosissime stelle nel firmamento (Audrey, Sambassadeur).
Dovrebbe a questo punto seguire una caotica processione di nomi, ma non stavolta. Meglio organizzarsi, dire in fretta di ciò che trattiamo abitualmente (El Perro Del Mar, Heikki, Sambassadeur, Laurel Music, Club 8, Chasing Dorotea, Speedmarket Avenue) qui limitato al già edito - e già incensato - su queste pagine e soffermarsi sulle due, tre implacabili gemme del disco, quelle che valgono davvero il prezzo di copertina.

Le Audrey sono un quartetto tutto femminile di Henån. Tecnicamente le si dovrebbe incasellare nel post-rock, ma all'atto pratico non si riesce. Sono "post" come i Broken Social Scene o le Electrelane, giocano con ricordi e apparizioni, trascinando una melodia pigra che va e viene come un gatto che gioca con il suo gomitolo. La cantante è un incrocio genetico tra Bjork ed Anne Clark, ed è immensamente brava: consegna i pezzi con tono nasale e irresistibile su un tessuto scarno di note (alla Low), come slowcore carnificato sino a ridiventare pop, una chitarra in loop e una sezione ritmica carnosissima. Musica che si costruisce mentre evolve, con un fascino così sottile da esser quasi doloroso. "Triumphal Arch" è un pezzo elementare ma magnetico, scava una buca nel buio e vi si annida. E nel finale intermittente rimane ad echeggiare, beffarda e bellissima.

I Caroline Soul da Lund incarnano i cliché della proverbiale popband svedese, ma sono molto di più. Hanno un sito internet sul quale pubblicano ogni pezzo, sono introversi e contorti sino al parossismo, e la loro musica è un concentrato di nostalgia sul quale prendono forma armonie di semplice e prodigiosa bellezza che asciugano tutta la prevedibilità del gioco: con due singoli alle spalle sono già una delle band più particolari di Svezia. "People I Know (don't want me)" è il loro pezzo più popolare, ma comincia solo a spiegare quanto sia eccezionale questa band. Sta su una serie di riff candidi e micidiali, eppure non si accontenta: aggiunge cori, un refrain di soave struggimento e una linea melodica di quelle che non ti levi dalla testa. Levigata sino a diventare impossibilmente magra e perfetta, e allo stesso tempo così indefinitamente triste. Se volete saperne di più, di corsa alle recensioni dei singoli.

We Are Soldiers We Have Guns sono una di quelle band che abbiamo già trattato, apprezzato, respirato. Qui presentano l'inedito "Tourists in our hometown", appena più concreto dei pezzi che conosciamo, forse perché prova a mettere ordine negli elementi che costruiscono il fascino della band: un vago tessuto di chitarra sul quale cammina la voce della fata Malin, simile a certe suggestioni folk in odore progressivo ma tenuta in scacco dalla vocazione melodica della voce che in qualche modo ne annulla la ripetitività sino a tramutarla in forza. Come tutti i pezzi della band è questione di suggestioni, di nascondino fra la luce, ammantata da una serenità che non ammette intrusioni e che la trasforma in poesia. Rimangono uno dei gruppi più affascinanti dell'anno.

C'è ovviamente molto altro, dal pop swingato dei Melpo Mene a quello folkeggiante di Bjorn Kleinhenz, ma non toglierò a nessuno il gusto della scoperta. Tanto avete capito che a questo disco di pet sounds non si può rinunciare.

Salvatore