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Kristi Stassinopoulou è forse la più visibile fra gli artisti del cosiddetto movimento etnotrance, e una delle pochissime provenienti culturalmente dall'area europea. Edotta in inni bizantini e forme musicali tradizionali della Grecia, approfondisce le sonorità della musica araba, spagnola, italiana e balcanica. Poi s'innamora della psichedelia dei Jefferson Airplane....

 

 

 
 

Discografia:

Echotropia (Tinder, 2001)
The Secrets of The Rocks (Tinder, 2003)

Sito ufficiale:
tinderrecords.com/artists/kristi.html

 
 

 

 
 

The Secrets of the Rocks
(Tinder, 2003)

 
 

Molto interessante la proposta musicale di Kristi Stassinopoulou, e non facile il rapporto con questo disco, per chi scrive.
"Interessante" è forse un termine avaro, che non racconta troppo dell'oggetto della sua qualificazione. Si indica, come suggeriva Edgar Wind in un suo famoso saggio sull'arte e sull'anarchia, che, sì, forse, v'è qualcosa da esser detto, ma che nel tempo che ci prendiamo per poterlo esprimere compiutamente potrebbe persino intervenire l'oblìo.
E non sarebbe strano, per chi s'è imbarcato in un compito tanto assiduo come recensire musica pop, che non può fare a meno di essere tanta.
Etnotrance sembra una definizione calzante, per quanto, ora che la leggo altrove, mi s'insinua il dubbio che la Stassinopoulou potrebbe non avere compagni. Greca di nascita, e inebriata da sonorità mediterranee, l'anima della nostra nondimeno ha squarci abbastanza vasti della lezione psichedelica. I Jefferson Airplane si dice essere il suo gruppo preferito. Bella.

In effetti questa musica, che ascoltata in un uno di quei meravigliosi giorni di sole invadente che abbiamo noi Greci delle colonie, o anche quelli della madrepatria, è l'equivalente di un sensualissimo afflato di misticismo (il mystico, il segreto), di sudore e di meraviglia. Le ombre sono scomparse e il sole è a picco nella totalità di queste canzoni. A volte (Amorgos passage, melodia tradizionale), ecco, è come se Lisa Gerrard dismettesse i suoi oscuri abiti d'arcana sacerdotessa e s'inoltrasse con voluttà nel dominio degli earthly pleasures.
Sole e mare - e ovviamente rocce - sono gli elementi spirituali di quest'opera, che scorre via con l'incanto degli elementi natuali. Occorrono più di un paio di ascolti per penetrarlo: dapprima si crederà di avere a che fare con la fatua mescolanza di ingredienti eterogenei, e si avrà troppo presente lo sleale uso che i media solitamente fanno di questi suoni (mettiamo per dire quello di soundtrack per gli special sulle isole greche, o d'un indifferenziato nonsolomoda).

Certo dunque, The secrets of the Rocks, non vuole la vosta anima, né le vostre perlustrazioni interiori o luci soprannaturali, ma è tutto devoto ai sensi, alle suggestioni forse un po' compromesse con la loro organizzabilità turistica, ma, perbacco, riesce perfettamente nel suo intento, e alla lunga avvince, con le sue moine elettroniche, le molli raffinatezze ed il richiamo alla più archetipica delle nostre vite passate. Immaginate qualcosa che stia al centro fra: muzak, pop, psichedelia, massive attack e, appunto, dead can dance.
Ora però guardo fuori dalla finestra, e i lievissimi, insoliti fiocchi di neve che hanno dettato questa recensione, iniziano a squagliarsi.

Alessandro