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Kristi Stassinopoulou è forse
la più visibile fra gli artisti del cosiddetto movimento etnotrance,
e una delle pochissime provenienti culturalmente dall'area
europea. Edotta in inni bizantini e forme musicali tradizionali
della Grecia, approfondisce le sonorità della musica araba,
spagnola, italiana e balcanica. Poi s'innamora della psichedelia
dei Jefferson Airplane....
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Molto interessante la proposta
musicale di Kristi Stassinopoulou, e non facile il rapporto con
questo disco, per chi scrive.
"Interessante" è forse un termine avaro, che non racconta troppo
dell'oggetto della sua qualificazione. Si indica, come suggeriva
Edgar Wind in un suo famoso saggio sull'arte e sull'anarchia, che,
sì, forse, v'è qualcosa da esser detto, ma che nel tempo che ci
prendiamo per poterlo esprimere compiutamente potrebbe persino intervenire
l'oblìo.
E non sarebbe strano, per chi s'è imbarcato in un compito tanto
assiduo come recensire musica pop, che non può fare a meno di essere
tanta.
Etnotrance sembra una definizione calzante, per quanto, ora
che la leggo altrove, mi s'insinua il dubbio che la Stassinopoulou
potrebbe non avere compagni. Greca di nascita, e inebriata da sonorità
mediterranee, l'anima della nostra nondimeno ha squarci abbastanza
vasti della lezione psichedelica. I Jefferson Airplane si dice essere
il suo gruppo preferito. Bella.
In effetti questa musica, che ascoltata in un uno di quei meravigliosi
giorni di sole invadente che abbiamo noi Greci delle colonie, o
anche quelli della madrepatria, è l'equivalente di un sensualissimo
afflato di misticismo (il mystico, il segreto), di
sudore e di meraviglia. Le ombre sono scomparse e il sole è a picco
nella totalità di queste canzoni. A volte (Amorgos passage, melodia
tradizionale), ecco, è come se Lisa Gerrard dismettesse i suoi oscuri
abiti d'arcana sacerdotessa e s'inoltrasse con voluttà nel dominio
degli earthly pleasures.
Sole e mare - e ovviamente rocce - sono gli elementi spirituali
di quest'opera, che scorre via con l'incanto degli elementi natuali.
Occorrono più di un paio di ascolti per penetrarlo: dapprima si
crederà di avere a che fare con la fatua mescolanza di ingredienti
eterogenei, e si avrà troppo presente lo sleale uso che i media
solitamente fanno di questi suoni (mettiamo per dire quello di soundtrack
per gli special sulle isole greche, o d'un indifferenziato nonsolomoda).
Certo dunque, The secrets of the Rocks, non vuole la vosta anima,
né le vostre perlustrazioni interiori o luci soprannaturali, ma
è tutto devoto ai sensi, alle suggestioni forse un po' compromesse
con la loro organizzabilità turistica, ma, perbacco, riesce perfettamente
nel suo intento, e alla lunga avvince, con le sue moine elettroniche,
le molli raffinatezze ed il richiamo alla più archetipica delle
nostre vite passate. Immaginate qualcosa che stia al centro fra:
muzak, pop, psichedelia, massive attack e, appunto, dead can dance.
Ora però guardo fuori dalla finestra, e i lievissimi, insoliti fiocchi
di neve che hanno dettato questa recensione, iniziano a squagliarsi.
Alessandro
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