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Andate e moltiplicatevi, è la regola del pop svedese. E così Peter Gunnarson (Suburban Kids With Biblical Names) e Lina Cullemark (The Big Picture) da Stoccolma ed Haninge mettono in piedi il progetto Springfactory spacciandosi per costruttori di molle e dopo una manciata di singoli arrivano sino in Nebraska, dove l'intraprendente Series Two è felice di accoglierli.
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Giovani eppure già troppo smaliziati per accontentarsi di finire nel calderone twee, abbastanza intelligenti da nascondere all'orecchio una lunga lista di influenze, gli svedesi Springfactory sono una delle poche ed autentiche sorprese che il 2007 ha riservato al mondo indiepop. Peter e Lina, che militano a tempo pieno in due bands di belle speranze con concrete possibilità di carriera oltreconfine, hanno trovato un'unione che produce risultati decisamente fuori dalla norma e superiori alla semplice somma delle parti.
Quello degli Springfactory è pop anomalo e dalla duplice natura: prima nervoso e spezzettato, interrotto tanto negli accordi di chitarra quanto nei patterns ritmici, poi in grado di imporre armonie senza strappi, affusolate, persino eleganti. Alla ricetta dei SKWBN, Springfactory aggiungono uno strato intermittente di morbida elettronica vicina al versante più loungey/commerciale di band (ex) post-rock come Stereolab e Pram e una gentile vacuità tutta svedese che nasconde la volontà di non prendere mai fiato e una personalità che i più distratti scambieranno per incoscienza. Ne risulta un album anche rapido e incisivo, tra corse a perdifiato e brevi pause di contemplazione che finiscono per soccombere all'insistenza della componente ritmica. Repentino come una molla, volitivo e giovane come il miglior pop scandinavo.
In mezzo alla gioia tutta primaverile del lavoro si intuisce appena l'esistenza di direttrici, di un sottile progetto che cerca a fatica di costruire sulle proprie influenze: il vivace pop acustico di "Get Out Of Bed" è classico indiepop che si rifiuta di concedersi al refrain, i cori svedesi di "No More" mettono in bella mostra la presenza vocale della Cullemark e gli americanismi di "Little Trouble Kids" citano a meraviglia uno dei più capaci e misconosciuti pop-gruppi USA, le Belly di Tanya Donnelly.
Quando invece la componente elettronica è prevalente il miniLp (in realtà una raccolta dei due singoli autoprodotti che lo hanno preceduto) offre i suoi contenuti più levigati: un piccolo e sferoidale gioiello come "Peggy Pear" che veste i Go!Team di soffice electropop, o le timide evoluzioni post di "Stingy Friday Afternoon" sono i pezzi deliziosi ed incompleti che mostrano l'altra faccia della band, quella che ancora non ha il coraggio di capitalizzare le proprie felici intuizioni e rimane ancorata alle proprie saldissime certezze pop. E' questo dilemma che confina Spingfactory al rango di prelibatezza a consumo rapido, con l'aggravante di dedicarsi alla più frivola e dimenticabile delle stagioni. Ma ormai lo sapete: a noi va benissimo anche così.
Salvatore
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