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Gli Spearmint nascono nel 1995, ispirati da un ardente amore per il pop, ed esordisono subito con un 7" autoprodotto che presenta un campione (non autorizzato) da una canzone dei Beatles. Da allora hanno pubblicato nove singoli e due album con la label tedesca Apricot. La loro miscela di Northern Soul e pura allegria pop si ispira a Blondie, Beatles, Field Mice e Prefab Sprout oltre che (parole loro) a Laverne & Shirley e William Shatner. La line-up comprende Shirley Lee (chitarra e voce) Simon Calnan (tastiere e voce), Ronan Larvor (batteria), Andy Lewis (basso) e James Parsons (chitarra)

 

 

 
 

Discografia:

A week away (Apricot, 1999)
A different Lifetime (Apricot, 2001)
My missing days (Apricot, 2003)
A Leopard and Other Stories (Apricot, 2004)
PAris in a Bottle (Apricot, 2006)

Sito Ufficiale:
www.spearmint.net

 
 

 

 
 

Paris in a bottle
(Apricot, 2006)

 
 

Ascolto il nuovo Spearmint e mi chiedo come mai di "Paris in a bottle" si trovino così poche recensioni in rete nonostante sia uscito ormai da sei mesi. Perché la band autrice di un inno generazionale per pop hipsters come "Sweeping the nation" sia di colpo diventata materia per pochi appassionati pur non avendo mai tradito i propri presupposti artistici.

Shirley Lee non è mai stato tipo da adeguarsi alle mode, non ha mai seguito la strada giusta per le charts e di conseguenza non è diventato una popstar, anche se immagino che non avrebbe desiderato altro nella vita. Ma no, a lui interessavano di più le sue canzoni, gli interessava l'ideale romantico e la sua espressione attraverso la musica pop, esplorare il medium e il messaggio. Ed ha continuato a fare questo sino a che l'hype si è sgonfiata e l'unica etichetta disposta a pubblicarlo è rimasta la fedele Apricot Records.

"Paris in a Bottle" è forse la manifestazione più ambiziosa ed oltranzista di un simile approccio. E d'altra parte aprire un album con un pezzo come "First time Music", che da principio pare un mix tra easytronica francese e la sorniona capacità melodica degli Spearmint ma poi si dilunga in sette minuti sette di spoken word su un leggero tessuto di ritmo e papapas equivale ad una dichiarazione di appartenenza: significa allontanare i non introdotti, farli sentire degli estranei.
Più ancora che nei lavori precedenti, in "Paris in a Bottle" ha prevalso la voglia di raccontare. E' una storia come al solito affascinante e nostalgica, che illustra le passioni e gli ideali dei vent'anni e li contrappone alla vita adulta e al suo bagaglio di occasioni mancate. E gli Spearmint hanno bisogno di quei sette minuti iniziali per introdurre i personaggi e i loro sogni, per mostrare cosa significa essere ragazzi e vedere infinite strade davanti a se', scambiarsi i sogni e promettersi di custodirli a vicenda, proprio come in un film, come un romanzo di Coe. In quei primi sette minuti e mezzo sta tutta la poetica di Shirley Lee.

E non è che l'inizio: da quell'incontro fortuito con due ragazze a Parigi si sviluppa il lavoro, che imbottiglia e riproduce quell'esperienza mettendola a confronto con le esperienze di vita. Tra Parigi e Londra le vite di quattro ragazzi procedono senza più incrociarsi, perdendo progressivamente di vista persone ed ideali ma senza abbandonare del tutto la speranza di riuscire.
E' un disco pieno di innamoramenti - dolci e tormentati e ossessivi - e delle inevitabili delusioni, e non segue un percorso lineare perché la vita non è mai così. Va seguito come un romanzo, appassionandosi alla storia dei personaggi, da Graham che vuole sposare una killer e cucinare per lei a Monique che sogna di trasferirsi a Londra e diventare una femme fatale; e dischiuderà i suoi piccoli segreti uno ad uno, tra appuntamenti mancati ("Wednesday night"), relazioni che finiscono tra lunghe disquisizioni cerebrali ("The space") e altre che terminano con una sorta di serena e scanzonata accettazione (il pop-country di "What's wrong with breaking up anyway?").

Il pegno a una simile cura narrativa è tuttavia imprevedibilmente pesante: musicalmente PIAB è un disco difficile e indeciso: il northern soul della band è ormai definitivamente poppizzato, qui più rumoroso e sparso del solito, irregolare come se la band avesse smarrito le istruzioni su come scrivere una pop song dall'inizio alla fine. Dei tre singoli, "My Girlfriend is a killer" e "Psycho Magnet" sono un po' più ruffiani del lecito, e "The Competition" è appesantito da improbabili tentazioni da disco anni 70. Soltanto l'acustica di "Wednesday night" rimembra i bei vecchi tempi, compresa la repentina accelerazione che la attraversa, una fisarmonica che accentua memorie francesi e offre il fianco ad un sottile dolore da abbandono. Ma è una luce nel buio: i due pezzi catalizzatori dell'album ("First time music" e "Paris in a Bottle") sono essenzialmente parlati - uno in francese! – e totalizzano 14 minuti in tutto. Non esattamente un invito valido per tutti.

E allora rimarremo in pochi a godere di quest' album inscindibile ed unico (in entrambi i sensi possibili), e a realizzare che l'arte di Shirley Lee è ormai così vicina a casa che a certe cose non si presta più attenzione. Le sue canzoni vanno ascoltate con il libretto davanti, come all'Opera.
Non a caso c'è un sito espressamente dedicato ai suoi testi (www.spearmint-lyrics.co.uk). Quante band possono dire altrettanto?

Salvatore


 
 

A Leopard and Other Stories
(Apricot, 2004)

 
 

Se dobbiamo credere a quanto dicono le note di copertina, questo nuovo ed inatteso album degli Spearmint è una notevole opera di lungimiranza. Lungi dall'essere solo un'altra raccolta di b-sides and leftovers, di quelle utili a far pulizia nei cassetti e a tappare le falle nella discografia dei fans, A Leopard and Other Stories sarebbe infatti un progetto nato un lustro fa, un contenitore preventivo di ogni lato B e di ogni pezzo destinato a raccolte e compilation varie. Sì, anche la cover dei Pavement sul tributo Homesleep.

In realtà non c'è nulla di complesso da comprendere: è semplicemente uscito un nuovo album degli Spearmint, notizia sufficiente a mandare in visibilio i prigionieri dell'arte di Lee e soci. Con l'ambigua consapevolezza legata alle raccolte di questo tipo: ogni pezzo già noto ti fa pensare a quel singolo ad edizione limitata che hai comprato dal negozietto in Svezia solo per avere quell'inedito che - toh! - ora ti guarda dal CD. E ogni pezzo ignoto ti manda in sollucchero e ti ripete che beh, in fondo ne valeva la pena.
E certo: con gli Spearmint ne vale sempre la pena.

In A Leopard si ritrovano tutte le virtù degli album più recenti del gruppo: il privilegio riservato ai tempi veloci, gli inserti parlati di Shirley, la ripetuta autopsia dei sentimenti; quanto basta per il perfetto identikit di una band che ha plasmato il proprio suono in una forma familiare senza per questo diventare banale o risaputa, proprio come i testi del suo leader. Ad esempio gli accordi di "The Beautiful Things" potrebbero parlare di psichedelia doorsiana, non ci fossero il tempo e la voce a riportare tutto a casa. E quando di una band si può dire che assomiglia solo a se stessa le si è fatto il miglior complimento.
Echi di quel pop nordico e cool una volta noto come Northern Soul sopravvivono in cattività, prigionieri di una band che dispensa ottime canzoni senza sforzo apparente. Qui apparecchiate ce ne sono quattrodici, alle quali mancano giusto un po' di qualità media e vette in quantità sufficiente. Certo non c'è quel fluire narrativo alla ricerca del crescendo che si sperimentava negli ultimi due lavori, si giunge alla fine più per inerzia che per curiosità, ma aspettarsi altro sarebbe stato ingiusto. Non che la premessa di A Leopard sia una sbruffonata: ascoltando "I Invented Someone" sul recente EP "Last Bus Home" e un'altra manciata di pezzi sparsi per la vasta discografia singola del gruppo si avvertiva la netta impressione di essere capitati in un cinema a film iniziato, ma è anche vero che questa raccolta fa troppo poco per raccontarne distintamente la trama.

Di alcuni dei pezzi qui presenti abbiamo già detto: le martellate di "Say Something Else" che vive tutta nell'attesa del suo cristallino refrain, quella "I invented someone" che è uno dei capolavori recenti degli Spearmint, uptempo in glorioso crescendo in cui è la progressione stessa a fare la canzone. Di altri diremo benissimo, come dell'ottima "The Whole Summer Long", ennesima tappa - a ritroso - dell'educazione sentimentale di Mr Lee, tutta accordi Harrisoniani e un refrain finale di dolorosa bellezza, per gli altri (la maggior parte) sospenderemo il giudizio ma non l'ammirazione per gli esperimenti della band: il conto alla rovescia su base di basso e tappeto di tastiere di "Vince's Holiday tape", il groove da puro dancefloor di "Nothing" mostrano una band che guarda continuamente in avanti nonostante il corposo bagaglio di ricordi. E' vero che dopo un inizio serrato il disco tende a sfaldarsi, e che l'obbligatorio lento "We Dyed the bathroom green", scintillìo di malinconie declinate al passato, è giusto un abbozzo, ben meno rifinito del necessario, ma non basta per far storcere la bocca.

Così quintessenzialmente inglesi da portarne il verbo pop in giro per il mondo nonostante l'indifferenza ricevuta in patria, gli Spearmint non riuscirebbero a fare un brutto album nemmeno mettendosi d'impegno. Il loro pragmatismo dei sentimenti ha raggiunto una confidenza assoluta, verso se stessi e verso il loro pubblico. E' per questo che ogni strofa ci trova con il fiato sospeso, anche quelle comprese a metà. E alla fine ci si dimentica che "A Leopard..." dovrebbe essere, secondo tutti gli standard, un album di scarti.

Salvatore


 
 

My missing days
(Apricot, 2003)

 
 

My Missing Days: la versione breve (in 80 parole).

Storia d'amore al contrario, raccontata per istantanee, "My Missing Days" è l'ennesimo capolavoro firmato Shirley Lee, e consegna definitivamente gli Spearmint all'Olimpo del pop. Nell'esplorare le emozioni umane con la solita intelligenza, Lee celebra l'amore e senza volerlo (?) lo rende, di nuovo, desiderabile. I suoi tempi sono scanditi da almeno tre meraviglie: "Left Alone Among the Living", "Enough for me" e "I didn't buy you flowers" incorniciano una serie di diapositive di pop morbido e tenero, allegro, malinconico, perfetto.


My Missing days: la versione lunga (lunghissima).

Capitolo I, o dell'entrare al cinema a film già iniziato.

Non ricordo più perché, ma da piccolo entravo sempre tardi al cinema. Il film era già a metà, così lo guardavo finire, rimanevo in sala mentre si accendevano le luci e guardavo anche l'inizio dello spettacolo successivo, per uscire più o meno alla metà.
Non era brutto come sembra. Mi piaceva lo sforzo aggiuntivo, per sospendere la comprensione della trama sugli spazi vuoti che inevitabilmente si formavano, e per collegare le due metà mano a mano che questi andavano riempiendposi. Forse è per questo motivo che oggi non riesco a capire un film senza averlo visto due volte. Certo, poi sono arrivati i DVD con la selezione delle scene, e infine Memento a cambiare rapidamente tutto.
Ho pensato che anche Shirley Lee deve aver fatto le stesse cose.

Capitolo II, dove le storie finiscono.

C'è qualcosa di agrodolce nella fine di una relazione. L'aftertaste dei baci ancora sulla punta della lingua, l'improvvisa perdita della confidenza degli amanti, il dolceamaro bagaglio dei ricordi. "L'amore finisce quando due cuori si separano? O continua a vivere e battere lo stesso? " si chiedevano qualche anno fa le Breeders di "Do you love me now?". Non è una domanda da poco.
Shirley Lee, uno che di relazioni se ne intende, ci regala un ingresso speciale all'ultimo album degli Spearmint, più o meno a dieci minuti dalla fine del film, più o meno a due anni dalla fine della storia. A quel punto - lo sappiamo tutti - c'è spazio giusto per i rimpianti e per il loro contorno. E poi a poco a poco si torna indietro: si svuotano gli scatoloni, si decide cosa fare della propria vita, si dichiara amore assoluto e...

Capitolo III, o tre buoni motivi per diventare donna.

1. Poter scegliere vestiti di tutti i colori anziché i soliti nero/beige/verde/grigio.
2. Entrare nello spogliatoio femminile in piscina
3. Shirley Lee potrebbe scrivere una canzone d'amore per me.

Confido che le prime due motivazioni siano chiare a tutti, ma la terza? Beh, voi potreste resistere ad una frase del tipo "quando sto con te è come se ascoltassi pop scozzese"? Io no. E' una tale dichiarazione d'amore a sconvolgermi. Per Shirley Lee l'indiepop è uno stile di vita, ed oltre a ciò è uno dei pochi autori in grado di scrivere una love song tenendosi a distanza dai luoghi comuni e dalle banalità. Per questo, dopo la lunga romance di "A Different Lifetime" Lo aspettavo con ansia, My Missing Days, ed ora che è qui posso finalmente dire che è persino migliore di come la mia immaginazione lo aveva dipinto.

Capitolo IV, dove finalmente si parla di musica

C'è qualcosa, nel modo in cui le parole di Mr. Lee si incastrano l'una dietro l'altra, che ha del prodigioso; scivolano senza attrito su note che non sono solo power-pop o Northern Soul ma una personale, Spearmintiana interpretazione del genere pop a tutto campo. Che accarezza Lloyd Cole con quel basso pieno e la chitarra elettrica che arpeggia un po' triste, che filtra i Buzzocks attraverso il britpop e li stempera nella assoluta dolcezza degli archi della title track, che piazza inediti spunti funky-pop con tanto di falsetto, che sta con le chitarre in bilico tra Supergrass e Strokes nel crescendo inarrestabile di "Time is now", e esplode nella magnificenza melodica di "Left Alone Among The Living" (che bel singolo anticonformista). Musica che potremmo descrivere solo con la parola "Spearmint", fatta di silenzi e gioia, di laconiche esplosioni melodiche. Avvincente l'aftertaste dolcemaro che avvolge "A Happy ending", le sue imperiose dichiarazioni su una morbida eccitazione di chitarre: è un momento di estasi assoluta, di quelli che vorresti catturare in una polaroid e invece non puoi far altro che sentire e risentire dalla sera alla mattina.

Non è esattamente un film alla rovescia, My Missing Days. E' piuttosto una serie di fotografie e di racconti mostrati agli amici come gli capitano in mano. C'è la foto di quella ragazza, che ancora rimpiange di aver conosciuto. Ci sono quelle storie nelle quali capita di stare insieme perché tutti i nostri amici dicono che siamo perfetti l'uno per l'altra. Ci sono tanti bigliettini rosa con una serie di dolcissime scuse da innamorati e con il titolo di "I didn't buy you flowers"; beati gli innamorati che le potranno sussurrare a qualcuno. No, non ti ho comprato i fiori perché ancora non ti conoscevo, perché non volevo che pensassi che avevo qualcosa da farmi perdonare, perché i soldi erano così pochi, perché era San valentino e. Istantanee in bianco e nero, di Lui e Lei innamorati e muti. C'è anche il sesso nascosto tra le pieghe di "Mike's Wall", un po' Prince (!) nel suo rifarsi liberamente al soul.
E certo, possiamo divertirci a costruire una storia su queste parole meravigliosamente vive, che scalciano e si agitano sotto i nostri occhi, che annichiliscono con l'infinita tenerezza della perfetta dichiarazione d'amore ("Enough for me") inserita in un tessuto Beatlesiano (pensate ad "If I Fell" e ai suoi scarti melodici), più intensi di un film, più vividi di un romanzo.
Oppure possiamo confrontare il tutto con "A Different Lifetime" e trovare persino il modo di storcere il naso (esigenti che siamo), ma è cosa passeggera: in "don't get me started", tra un burrascoso torrente di parole, Shirley minaccia di raccontare la storia della sua vita e avverte: "dopo, sarete grati della vostra". Beh, sì, con un album come My Missing Days sullo stereo posso anche esserlo.

Salvatore


 
 

A Different Lifetime
(Apricot, 2001)

 
 

Con sonorità in grado di richiamare, allo stesso grado, Prefab Sprout, Field Mice, Trembling Blue Stars, gli Spearmint si stanno progressivamente avvicinando alla soglia della perfezione, che tutti sanno essere meta tanto proibitiva e ambita, quanto più si opera in un campo inflazionato come, si sa, quello del pop.
Ma questo combo pare disporre di qualità che si intuiscono ancora solo parzialmente espresse, qualità non comuni, da qualche anno, nel panorama inglese, in evidente crisi di idee, declino di un'eccellenza qualitativa che su questo continente, in passato, non ebbe mai lesinato la propria presenza.

Estremamente gradevole risulta questo quarto album, pubblicato a meno d'un anno dal precedente, ep concept, Oklahoma, come del resto lo erano stati gli altri. Davvero un investimento per il futuro, per i tedeschi di Apricot Records, già ben fornita di piccoli talenti da ogni parte del mondo, alcuni dei quali già nominati su questi schermi, come Modesty Blaise, Den Baron, Lina, Eureka, Shining Hour.
E se del precedente Lp di due anni fa, ossia "A Week Away", preferivamo gli scatti improvvisi e tesi, l'affiorare di nevrosi non sopite, di cui era esemplare la title track (che resta il loro capolavoro), in "A Different Lifetime" gli Spearmint ci appaiono una band rapidamente cresciuta, spigliata, meglio organizzata e si ha l'impressione che la maturità sia già alla propria portata.
Nelle maglie di questo nuovo lavoro aleggiano, più di prima, sentori malinconici e sottili mestizie ad ispessire, ma sempre rivestiti di una leggerezza benedetta, e una scrittura che non lascia indifferenti e che non può che giovare, aggiungere, dimensione, all'insieme, oltre a confermare la stima che già da qualche tempo si provava per loro. Bisogna ancora tenere a freno qualche tentazione citazionista che stona (ce n'è una dei Pulp su cui addirittura ci si costruisce attorno una canzone), perché si può essere in grado, con i propri mezzi, di costruire un piccolo classico che resti realmente memorabile, realmente capace di svettare sopra dozzine di pubblicazioni del genere. Prima o poi.

Fabio