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Nato e cresciuto a Bergen, Norvegia, Sondre Lerche è svezzato musicalmente dal suono dei dischi proveniente dalle camere da letto dei fratelli maggiori, ovvero A-ha, Beach Boys, Prefab Sprout (non male come triade, inedita e suggestiva). Molto presto inizia a comporre le sue canzoncine e molto presto si ritrova nelle zone alte delle sue classifiche. L'Ep "You Know so Well" vende bene e prelude al primo acclamato LP, "Faces Down".

 

 

 
 

Discografia:

Faces Down (Astralwerks, 2002)
Two Ways Monologue (Astralwerks, 2004)
Duper Sessions (Astralwerks, 2006)

Sito Ufficiale:
www.sondrelerche.com

 
 

 

 
 

Duper Sessions
(Astralwerks, 2006)

 
 

Sondre Lerche lo ha capito a ventitre anni. Con le cospicue doti della sua ispirazione sta cercando di fuggire a gambe levate dall'indiepop "che con un talento pari al suo puoi campare di rendita per sempre", in cui pure eccelle. Si è rotto, insomma; è un ragazzo dotato, sveglio, esplorativo e ormai riscuote worldwide un certo credito: è consapevole d'essere troppo giovane per iniziare a ripetersi o a mettere radici in cameretta come il 90% della musica che viene recensita su questo mag con passività axiologica.
Grazie a Dio il ragazzo però cresce con gradualità: non ha imparato a suonare il sassofono, non si droga e non cita Coltrane, piuttosto gioca a fare il nuovo Cole Porter, a coverizzare i Prefab Sprout e a interpretare Costello (mica Talulah ed Heavenly, perdio, bravo). Ci fa capire insomma che ha una certa smania di distinzione, che stavolta ha puntato un po' più in alto e che non ci dovrebbero essere problemi, vero prof?
No, non dovrebbero essercene. il compito è eccellente, la grammatica perfetta, la sintassi gloriosa ma. ma manca un po' di quiddità. Intendo e chioso: quel quid che distingue un esercizio di (pur fine) maniera dallo svolgimento necessario dell'ispirazione naturale.
Questo è un disco moscio, raffinatamente moscio, smortizzo come le cose da grandi che i ragazzi non dovrebbero ancora dover comprendere. Qualcuno s'alzerebbe dicendo: tutto il jazz cantato è torpido! No, non è vero ma in ogni caso Sondre era uno che correva forte come il Cucciolo della Rawlings, era quasi irraggiungibile.
Prendi "(I wanna) call it love", un pezzo moderatamente come ai vecchi tempi, sì, con qualche arco in più e con un po' di scioltezza in meno. Ispirazione scemata? Dovere di crescere?
Il disco scorre che è un piacere e di certo si giova grandemente dell'essere ascoltato in mezzo a tutta la paccottiglia che Salvatore imbottisce di pipistrelli e caramelle: anche la forma è importante.
Ma se poi lo paragonate ai suoi nuovi Numi Tutelari, se lo voleste omaggiare di maccaloonità, lui s'infosserebbe. Questo disco avrebbe forse avuto bisogno di qualche anno in più, o forse ancora - lo dico a me e lo rammento a voi - non serve ora essere troppo severi perché è una tappa di consapevole formazione del giovine talento.
No, no, sono sempre soldi. Promosso, ma con 7.
Ci si aspettava di più, alunno Lerche.
Dopo tutto questo discorrere di felicità non vorrai mica diventarmi un avvocato del cazzo?

Alessandro


 

 
 

Two Ways Monologue
(Astralwerks, 2004)

 
 

Non c'è un caso migliore di questo per osare prendere una bella deroga dall'incombenza di sceverare solo roba independent. In un mondo migliore non accetteremmo tali compartimentazioni e così, andiamo dritti al nocciolo: "Two ways monologue" è un disco che innamora di sé, è inciso per una major (capita) ed è il disco giusto da immaginare fra le colonne di indiepop.it., al pari del suo parimenti rimarchevole predecessore. E' anche uno di quei dischi su cui occorre scommettere, che deve mostrarvi subito la propria preziosa filigrana, ben celata da possenti strati di perizia strumentale.
L'impatto iniziale è distinto; non un suono fuori posto, uno zoccolo duro di belle chitarre percosse e scortate da una sezione ritmica basso/batteria impeccabile. Fra le intercapedini della struttura aggettano ad arte arrangiamenti più forbiti, sempre misurati, diretti, non incisivi nel senso di sfacciati - ma precisi, ponderati, che rilasciano lentamente la propria fascinazione. Come una malattia, come l'innamoramento, ogni giorno una progressione impercettibile di riconoscimento e riconoscenza, finché una bella mattina ci si trova morti, o innamorati.
Come l'harpsichord di "Days that are Over", così love story francese, gravida di imprevisti nefasti ma quotidiani; stai iniziando a vivere e a partorire la strategia giusta per farlo che invece, con nonchalance, ecco arrivare i titoli di coda [una bella ragazza passa avvolta nella sua sciarpa bianca leggera, diretta all'università]. E che? "Wet Ground" non ha l'odore della pioggia sull'asfalto, mentre evapora in silenzio, fra i passi indifferenti della gente? E ci sono i Beatles più melodisti, Brian Wilson e la maggior parte degli ospiti di copertina di Sgt. Pepper (che quando un disco è evocativo, come l'amore, evoca tutto e tutti).
E a proposito del meglio che c'è: non c'è Elliott Smith nelle pieghe di "Counter Spark", il suo falsetto compìto a assorto? Ma Sondre è soprattutto un giovincello geniale, convinto dei propri mezzi e progredente nella direzione dell'assoluta eccellenza: da solo "Two Ways Monologue" potrebbe essere un musical di quelli che non se ne fanno più e che, adolescenti, c'invaghivano (proditoriamente) delle convenzioni sociali. I suoi pezzi potrebbero cantarli pure Frank Sinatra o Gene Kelly, ché hanno il grado di leggerezza giusto per farti partorire paramondi d'immaginazione e non stancarti mai, materiati d'una lievità universale e controllata.
Egli è una specie di prodigio ventunenne di cui, ancor prima che l'ispirazione, a sorprendere è la maturità che concede a questo sforzo sofomorico (traduco sophomore effort di AMGiana memoria, ché magari trovo qualcuno che mi fa l'etimologia) il dono di non stancare mai e rivelare altresì, ogni volta che passa, un anfratto di pura gioia melodica.
Così, come gli uomini-libro di Bradbury, un giorno saremo "Track you Down" e i suoi ballonzoli percussivi, un giorno il pop gioviale e inflorescente di "On the Tower", un giorno ancora le dolcezze simongarfunkeliane di "Stupid Memory".
Ma che importa poi chi siamo, che facciamo?
Basterebbe afferrare una visione sufficientemente romanzata dell'Eterno Oblìo coprirla di sogni e canticchiarla, con tutti i falsetti del Caso, come fosse una canzoncina pop.

Alessandro