|

Le Some Girls nascono nel
2001, dopo che Juliana Hatfield è reduce dalla reunion
dei Blake Babies. Insieme a lei Frida Love Smith (anch'essa
ex Blake Babies) alla batteria ed Heidi Gluck (già
nei Pieces) al basso. Il nome del gruppo è preso da
un famigerato pezzo dei Rolling Stones, mentre la musica non
si distanzia troppo da quella che la Hatfield ha proposto nei
suoi lavori solisti. Dopo una serie di concerti negli States
l'esordio discografico giunge nel 2003 con "Feel It", probabilmente destinato a rimanere il loro unico album dato che Juliana ha in seguito ripreso la sua carriera solista.
|
|
|
Non è un teorema dimostrabile,
ma è probabile che un'adolescenza da nerd sia il giusto prologo
ad una adulta indiepopmania. E mi concederete dunque l'alta importanza
delle icone indiepop per il giovane imbranato medio. L'indiepopper
donna può forse essere attratta da un George Clooney qualunque?
Meglio Evan Dando. E l'uomo non si innamora dei poster di Nicole
Kidman ma di figure più adatte all'uopo: Mary Timony, Mary Lou Lord,
nei casi più temerari persino Corin Tucker. A meno di non aver già
conosciuto Juliana Hatfield.
Beh, taglio corto: poche persone al mondo aspettavano questo disco
quanto me. Some Girls è il nuovo progetto della fatina buona dell'indie-pop
(-rock?), la stessa che turba i miei sogni da una decina d'anni.
Aggiungeteci la curiosità di verificare se la reunion dei Blake
Babies, tornati due anni or sono con un dischetto non eccezionale
ma ai miei occhi preziosissimo, fosse servita da bagno rigenerante,
facendo dimenticare gli ultimi incerti lavori solisti.
Ebbene, come sempre un nuovo album di Juliana è un brutto affare;
ragione e sentimento fanno a pugni, lo sconcerto iniziale si affaccia
in orario come un treno svizzero ma al solito, affondando negli
ascolti, emerge la personalità d'artista, un ingrediente che lei
non dimentica mai, e il giudizio complessivo cambia un po' alla
volta. Perché Juli, così restia a parlare di se', non riesce a fare
a meno di mettere in musica alcune pagine del suo diario, a riempirlo
di polaroid di Juliana. E' questo che ci ha fatto resistere così
a lungo al suo fianco, la consapevolezza che per quanto male andassero
le cose, di artisti sinceri come lei non ce ne sono tanti.
Questo, e i suoi occhi.
Certo, spiace un po' (non tanto: un po', perché non è mica una sorpresa)
che Feel It ricalchi gli ultimi lavori solisti di Juliana: è il
solito disco a metà, che dice e non dice. Un disco del quale nessuno
si innamorerà perdutamente e che scolorirà troppo con il passar
dei mesi, ma è questo il travaglio che ci tocca.
Il ritorno ad una full band irrobustisce il suono, ma non
quanto ci saremmo aspettati: nessuna particolare asprezza, solo
un ritorno a quel college pop/rock che andava tanto... quando? cinque,
dieci anni fa? E che a Juliana è rimasto sempre appiccicato addosso,
mica come Liz Phair che a quarant'anni esplora le gioie di MTV.
Meno rotondo dell'ultimo Blake Babies (John Strohm dove sei?) e
felicemente nevrotico, Feel it è - proprio come dice la title-track
- volatile: "I can feel it just for a minute and then it's gone".
Ascoltatelo a volume ben alto e con un discreto grado di attenzione,
o si perderà tra i rumori di fondo.
Gli manca (e questo è grave) un singolo convincente, non momenti
di innocua bellezza e fragilità, a dispetto di scelte ritmiche quasi
sempre votate alla velocità: è il caso del pop and roll di "Just
Like The First Time" ed "Almost True", addensate su riffs rapidi
e bei refrain. E poi si autodedica una canzone ("The prettiest girl",
che altro?), coglie una perla indie-pop come "Launch Pad" e si diverte
con il country in "I don't know" e addirittura con il blues (no,
dico: l'immaginate quella vocina cantare il blues"?) in "Matted
Milk", una cover di Robert Johnson.
E' tutto qua, e non è poi male. Ovvio, si poteva evitare qualche
episodio molesto, magari eliminando dal programma la squallida "Necesito"
(testo: "turn it on, necesito la music/ turn it on, necesito
lalala". Ma insomma, almeno le lingue), ma non sarebbe cambiato
granché. Feel It sarebbe stato comunque un lavoro semiriuscito,
da mettere con tutte le altre metà riuscite degli album di Juliana
- compresa la raccolta pubblicata un anno fa, rendetevi conto -
e un giorno recuperarli tutti insieme per fare una compilation -
quella sì- definitiva.
Detto questo, voi maschietti un bel poster delle Some Girls in camera
non dovreste farvelo mancare.
Salvatore
|