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Gli Slipslide sono Graeme
Elston, Brychan Todd, Dave Masterman e Matthew Hawes, tutti
da Londra. I primi tre sono anche membri degli Astronaut e
Elston (fratello di Marc dei Bulldozer Crash/Liberty Ship)
ha suonato sin dall'inizio dei nineties in svariati gruppi
indiepop quali Love Parade, Eva Luna, Pure. Il loro pop classico,
che guarda alla scozia di Orange Juice ed Aztec Camera così
come ai Byrds, ha trovato posto alla Matinée, per la quale
sono usciti due singoli e infine l'album "The World Can Wait"
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Vi sarà certamente noto che
esistono dischi a rilascio lento. Dischi che lasciano indifferenti
dopo il primo ascolto ma che per motivi ignoti spingono a perseverare,
promettendo misteriosi miglioramenti. Gli Slipslide sono un gruppo
a rilascio lento. Forti del credito di due EP ormai anzianotti,
di un passato glorioso (Love Parade, Eva Luna, Pure) e garantiti
da parentele importanti (il leader Graeme Elston è il fratello di
Marc dei Liberty Ship), arrivano sul lettore e non fanno grandissima
impressione. Immaginate i REM di "Rockville" in versione indiepop
ed avrete un'idea dell'accoglienza riservata dal già singolo "Sleeptalk":
jingle jangle, Byrds, Del Amitri, una punta di acido inedita in
casa Matinée. E il resto del disco appare irreparabilmente omogeneo,
una canzone dietro l'altra.
Aspettare è la parola chiave: aspettare che le chitarre modifichino
di continuo la struttura dei pezzi, che dall'uniforme massa di suoni
emergano melodie ariose e ricche di colore. A fare la differenza
è il lavoro delle chitarre di Elston/Hawes, pronti a riscattare
ogni pezzo, l'uno con la dodici corde che ricama accordi Sarah,
l'altro che esplode jingle jangle con l'elettrica e semina riffs
irresistibili.
Ed ecco il rilascio lento: gli Slipslide volano sulle note della
bella "Baked Alaska", che parte con un tema folk e vocalizzi corali
per trasformarsi in un tripudio di accordi 80s grondanti malinconia
agrodolce. E da questo momento in avanti, "The world can wait" cambia
pelle. "X Supplies the answer" è una bella specie di folk-rocker
anni 60 zeppo di citazioni Byrdsiane (wasn't born to follow o giù
di lì), che fa pensare tanto a McGuinn quanto ai Jefferson, "Palm
house Crawling" è ballatone dalle sfumature bossate condotto da
un basso un po' dandy; arriva persino l'elettronica in "Signs of
Life", le cui aperture di tastiere sul refrain evocano i Dubstar,
e la title track, forse la melodia più convincente del disco, è
percorsa da curiose tastierine "spacey".
Sostanziale poi l'apporto del nuovo chitarrista Matthew Hawes, che
porta in dote due ottimi pezzi, appena più tenebrosi del resto ma
in chiara sintonia con il repertorio degli Slipslide: "Back to Work"
in particolare è una fosca ballatona d'altri tempi (zona "Sixteen
Tons"), con uno di quei riffs che rendono memorabili questo tipo
di canzoni.
Un disco di indiepop "classico", forse non molto attuale ma nondimeno
prezioso, forte e maturo. Gli Slipslide suonano con genuina allegria
e ricordano un po' quei gruppi intruppati nel gruppone indiepop
degli anni 80 e mai riemersi: gli Hurrah a volte, i Del Amitri coi
quali condividono l'impeto chitarristico, e l'intensità di un suono
che si stempera come niente fosse in belle canzoncine pop (Will
you lead me?). E quelle non passano mai di moda.
Salvatore
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