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Gli Slipslide sono Graeme Elston, Brychan Todd, Dave Masterman e Matthew Hawes, tutti da Londra. I primi tre sono anche membri degli Astronaut e Elston (fratello di Marc dei Bulldozer Crash/Liberty Ship) ha suonato sin dall'inizio dei nineties in svariati gruppi indiepop quali Love Parade, Eva Luna, Pure. Il loro pop classico, che guarda alla scozia di Orange Juice ed Aztec Camera così come ai Byrds, ha trovato posto alla Matinée, per la quale sono usciti due singoli e infine l'album "The World Can Wait"

 

 

 
 

Discografia:

The World Can Wait (Matinée, 2003)

Sito ufficiale:
www.slipslide-online.com

 
 

 

 
 

The World Can Wait
(Matinée, 2003)

 
 

Vi sarà certamente noto che esistono dischi a rilascio lento. Dischi che lasciano indifferenti dopo il primo ascolto ma che per motivi ignoti spingono a perseverare, promettendo misteriosi miglioramenti. Gli Slipslide sono un gruppo a rilascio lento. Forti del credito di due EP ormai anzianotti, di un passato glorioso (Love Parade, Eva Luna, Pure) e garantiti da parentele importanti (il leader Graeme Elston è il fratello di Marc dei Liberty Ship), arrivano sul lettore e non fanno grandissima impressione. Immaginate i REM di "Rockville" in versione indiepop ed avrete un'idea dell'accoglienza riservata dal già singolo "Sleeptalk": jingle jangle, Byrds, Del Amitri, una punta di acido inedita in casa Matinée. E il resto del disco appare irreparabilmente omogeneo, una canzone dietro l'altra.
Aspettare è la parola chiave: aspettare che le chitarre modifichino di continuo la struttura dei pezzi, che dall'uniforme massa di suoni emergano melodie ariose e ricche di colore. A fare la differenza è il lavoro delle chitarre di Elston/Hawes, pronti a riscattare ogni pezzo, l'uno con la dodici corde che ricama accordi Sarah, l'altro che esplode jingle jangle con l'elettrica e semina riffs irresistibili.

Ed ecco il rilascio lento: gli Slipslide volano sulle note della bella "Baked Alaska", che parte con un tema folk e vocalizzi corali per trasformarsi in un tripudio di accordi 80s grondanti malinconia agrodolce. E da questo momento in avanti, "The world can wait" cambia pelle. "X Supplies the answer" è una bella specie di folk-rocker anni 60 zeppo di citazioni Byrdsiane (wasn't born to follow o giù di lì), che fa pensare tanto a McGuinn quanto ai Jefferson, "Palm house Crawling" è ballatone dalle sfumature bossate condotto da un basso un po' dandy; arriva persino l'elettronica in "Signs of Life", le cui aperture di tastiere sul refrain evocano i Dubstar, e la title track, forse la melodia più convincente del disco, è percorsa da curiose tastierine "spacey".
Sostanziale poi l'apporto del nuovo chitarrista Matthew Hawes, che porta in dote due ottimi pezzi, appena più tenebrosi del resto ma in chiara sintonia con il repertorio degli Slipslide: "Back to Work" in particolare è una fosca ballatona d'altri tempi (zona "Sixteen Tons"), con uno di quei riffs che rendono memorabili questo tipo di canzoni.
Un disco di indiepop "classico", forse non molto attuale ma nondimeno prezioso, forte e maturo. Gli Slipslide suonano con genuina allegria e ricordano un po' quei gruppi intruppati nel gruppone indiepop degli anni 80 e mai riemersi: gli Hurrah a volte, i Del Amitri coi quali condividono l'impeto chitarristico, e l'intensità di un suono che si stempera come niente fosse in belle canzoncine pop (Will you lead me?). E quelle non passano mai di moda.

Salvatore