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I Silent Boys sono una band indiepop che, zitta zitta, suona e registra musica da vent'anni.Il fondatore e leader Wallace Dietz è avidissimo fan di indiepop che cita le influenze di Chameleons, Cure, Joy Division, Felt, Durutti Column, McCarthy, Echo & the Bunnymen, Adorable, Go-Betweens, Sad Lovers and Giants, the Miracle Legion, the Replacements, Ride. Insomma, si sente che ha studiato.
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Sono
sempre loro i Silent Boys, quelli che il prode Alessandro qui sotto
metteva in competizione (addirittura) con Beethoven?
Sì che lo sono: ad oggi, per esempio, è impossibile trovare traccia
di questo nuovo "Wishing Well Eyes" sul sito della band, che ancora
pubblicizza l'album di due anni or sono (ma dico, cos'altro deve
fare il sito di una band se non presentare il nuovo album?). E se
avete lasciato la Nona a metà, è probabile che vi sentirete ancora
in colpa (a prescindere dai Silent Boys, sia chiaro).
Ma i sintomi più importanti, quelli sono cambiati per il meglio:
a rivelarlo senza sottintesi è la traccia sette, titolata "Crazy
Rhythms" come il primo e indimenticato album dei Feelies, che provvede
a scapicollarsi morbida lungo distese di chitarre in un modo che
sarebbe piaciuto a Mercer e Millions e scioglierà il cuore di chi
si era innamorato di quella improbabile band.
E così come è difficile ancora oggi spiegare la grandezza dei Feelies
(nerdy, nervous and noisy dice allmusic, e non è abbastanza),
il secondo album dei più modesti Silent Boys pone la band nello
stesso limbo misterioso ed affascinante. Gli echi Felt del passato
sono tutt'altro che scomparsi, ma sostanziati e spodestati da un
impenetrabile lavoro di accordi, nei solchi irregolari della title-track,
negli accordi intrecciati dalla splendida "November Woods" che congiurano
un country immaginato e trasfigurato, come i Byrds in viaggio negli
anni 80 neopsichedelici.
Certo la band asseconda il proprio background indiepop cercando
con ostinazione una melodicità non in totale accordo con la musica,
che tende invece ad una peculiare angolarità (ritmi folli,
appunto): emergono pezzi sfiancanti o scarsamente a fuoco, nei quali
gli arabeschi di accordi predominano sulla canzone in se', ma conta
poco, di fronte alla solidità di chitarre capaci di avvolgere tutto
il lavoro in un enorme e caloroso abbraccio. E se serve una dimostrazione
pratica esibirò le stimmate lasciate da "Never Fall In Love Again"
sui miei padiglioni auricolari, ai quali la ripropongo con allarmante
frequenza.
D'altra parte "Wishing Well Eyes" dispensa personalità a piccole
ma inesorabili dosi; è un disco per iniziati costruito con attenzione
ed amore, offre la calda confidenza del già noto e sorprende con
un'inventiva che credevamo sepolta, acquistando ulteriore valore
con tempo e frequentazione.
Mi chiedo se i novizi ne trarranno altrettanto godimento.
Dovrebbero.
Salvatore
(01/06)
Dopo peregrinazioni telematiche varie sono riuscito a scoprire (da un sito in fitto giapponese, pietosamente alternato a qualche simbolo occidentale) che i Silent Boys (che nomino) sarebbero americani. Il cd promo mi è tristemente giunto inzuppato d'acqua e il booklet è tutto scolorito. Hanno un sito, sì, ma è naive al punto da farti giustamente chiedere cosa diavolo possa significare essere americani, inglesi, spagnoli o svedesi se decidi nella vita di incidere dischi di indiepop. Schemi mentali, forse, che necessitano di ossequio quotidiano, e che concedono sonni più tranquilli. Anche poggiare i padiglioni auricolari sulle casse che emanano "Beauty Tips" è operazione sufficientemente rassicurante, perché inizi a sentirvi subito i Felt. E' la prima cosa a balzare all'attenzione; la voce di Wallace Dietz non accompagna la musica con la cutezza (non l'acutezza, ma la cutezza che viene - verrebbe - da cute, ciò che soffre di "carineria") di una band Matinée (per dire), e piuttosto che cedere al facile richiamo della melodia sbarazzina ti cambia due/tre volte chiave in un pezzo o indulge nell'afonia più serrata, giusto per gradire. I Felt erano buoni musicisti, e l'attenzione rimaneva sempre desta. I Silent Boys invece sono proprio indiepoppers, ovverosia amatori (stanno da vent'anni in sella - riporta il sito - ma non hanno inciso praticamente niente - che minchia avranno fatto?) - e questo è il loro primo disco, per giunta realizzato in uno studio di registrazione proprio, senza l'ossessione dei costi (ma allora cosa diavolo avete fatto negli studi costosi? Dirlo no, eh? Vabbè).
"Beauty Tips" è un disco abbastanza (quasi troppo?) omogeneo, che ha pezzi uniformemente buoni, senza strafare. E' pop, di non immediata presa, molto Sarah e tendenzialmente introverso. Ha garbo, mestiere, e quel sottile filo di straniamento, dovuto alla voce e alle sue umorali svagatezze, che non vi permette di digerire in fretta il malloppo o far finta che non avete mangiato, prima di una passeggiata sull'erba o una partitella a calcetto con gli amici.
Avvertenza: a seconda degli umori può anche risultare un po'mappazza o un po' leggerino (ciò si contraddice, è vero, ma esiste pure una falsa leggerezza, perturbante e molto insidiosa che richiede l'abitudine come complice). Altre volte sembra solo se stesso, e cioè pregevole e abbastanza personale. Cioè, avvertite che v'è una solida trama musicale, e una voce bulldozer che la solca in superficie, surfando neghittosa. Poi, vi assuefate al caldo torrido sulla spiaggia, rimandando all'ascolto attento la distinzione dei dettagli. Ma tornando verso casa vi sorge il dubbio che avete lasciato a metà pure Beethoven, e ne avete letto pure recensioni molto migliori.
Comunque sia, promossi i Silent Boys, che combattono strenui, nella distanza, la dura sfida fascino vs. noia ("Neil Young" ad esempio, o "Shades of Blue" alla lunga si lasciano addomesticare e secernono piacere).
L'esito però è sempre contingente (e quindi cangiante), perlomeno per i primi tempi.
Poi ai posteri l'ardua scelta fra i Silent Boys e il Ludovico Van.
Alessandro
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