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Saturday Looks Good To Me è il rifugio di Fred Thomas, veterano della scena pop di Ypsilanti, Michigan e già membro di Lovesick e His Name Is Alive. Attorniato da uno stuolo di ospiti ed amici (tra i più conosciuti Erika Hoffman dei Godzuki, Chad Gillchrist degli Outrageous Cherry, Tara Jane O'Neill e Jessica Bailiff), con una formazione variabile da una a dodici persone, Thomas produce musica in puro spirito anni 50/60, campionando Phil Spector ed altri eroi del passato ed imitando le loro tecniche di produzione.

 

 

 
 

Discografia:

All Our Summer Songs (Polyvynil, 2003)
Every Night (Polyvynil, 2004)
Sound on sound (Redder Records, 2006)

Sito Ufficiale:
www.slgtm.com

 
 

 

 
 

Sound on sound
(Redder Records, 2006)

 
 

E'come tornare nella propria cameretta di bambino, nella vecchia casa in cui si viveva con i genitori; ed iniziare ad aprire i cassetti, a tirare fuori dalle scatole di cartone vecchi oggetti a cui non pensavamo più; ri-trovare vecchi dischi e cassette, sepolti dalla polvere, tra fogli di giornale. E'come ri-ascoltare i vecchi 45 giri che tanto ci piacevano da bambini; riprendere in mano quelle canzoni che ora ci vergogniamo persino di nominare. Mettere quest'album nel mangiadischi è come ripensare a quelle feste delle medie (o elementari) in cui il casino non aveva il suono elettronico della house e le luci psichedeliche delle discoteche; ma era bensì, a prescindere da tutto, un casino armonioso - se capite quello che voglio dire. Un casino il cui suono ora erano le grida di altri bambini, ora il -crack- di un oggetto rotto, ora il pianto, ora uno schiaffo dietro il collo, ora l'odore della pizza portata dai nostri genitori, ora mille altre cose. Al pari di quella feste, Sound On Sound è una collezione di casino organizzato - se mi passate la definizione; è una raccolta di b-sides e cimeli che raccontanto la fin-qui breve esistenza dei Saturday Looks Good To Me di fred Thomas; è un caleidoscopio di luci e colori, sulle orme delle 69 Love Songs dei Magnetic Fields o del recente Showtunes di Stephin Merritt; sono trenta-canzoni-trenta che ci introducono nell'universo sonoro della band del Minnesota: ci sono le crisalidi di All Your Summer Songs e Every Night ("untitled", "Lift Me Up", "Until The World Stops Spinning" e "The Girl Distracted"), le sperimentazioni dei Beach Boys ("Pet Store"), il pop Motown di "Light Bulb Heart" e "Girl Of Mine", la cover dei Ramones ("Listen To My Heart"), le strenne di "Blue Christmas" e "Christmas Blues", il lento mozzafiato di "One Hundred People", il country di "Own", fino ai Nirvana di "Disaster" e "Last Year".
Sound On Sound ricorda, a volte, il suono lo-fi (molto lo-fi...) di una cassetta su cui abbiamo più volte registrato. Ma è una cassetta che smuove dal bancone del bar anche i sedentari più incalliti e fa ballare perfino quelli con i reumatismi; una cassetta che, a tratti, ci ricorda gli amori estivi - quella ragazza straniera, svedese forse - o le serate passate con gli amici. Alla fine non ci resta che scegliere se invecchiare o rimanere ancora ragazzi: io, per conto mio, ho già scelto.

PaMeLlO


 
 

Every Night
(Polyvinyl, 2004)

 
 

"I don't know what's come over me / since you stole my heart"

C'è qualcosa di semplice e affascinante nei Saturday Looks Good To Me, come un misterioso, rimarchevole malinteso, tramandato d'album in album.
Con loro e attraverso loro, colori diversi, forme candide. Tutto volge e trasmuta in sincero sbigottimento, come una sorta di virginale, primigenia essenza. Qualcosa che s'impadronisce di noi in punta di piedi, fatalmente.

La particolarità atmosferica e disincantata delle melodie, o piuttosto il modo in cui esse sono sequenziate assieme, come allestiscono una storia in progress.

Ad esempio queste: "Since You Stole My Heart", "Until the World Stops Spinning", "Keep Walking", "All Over Town". Sembra di cader dalle nuvole al cospetto di una tale rigenerata e inaudita freschezza.
L'approccio dei Saturday alla materia è già noto a molti mestieranti. L'apparire da principio, questi ragazzi del Michigan, un po' similari melodicamente ai recenti Belle and Sebastian. Come se i Sebastian fossero ospiti di qualche comunità hippie oltre oceano, con Phil Spector capotribù.

Ma ciò che erge i Saturday dalla medietas imperante è l'attendibilità.
La sistematica mancanza di risolutezza connatura strumenti, voci, progetto, è comune. Ma non comune è il modo in cui il gruppo sa volgerla a proprio favore, come privilegio, e non come nocumento o disgrazia. Interpretate con coinvolgimento e col giusto distacco, le tracce non appaiono mai già scopertamente adulatrici, chiuse in sè. Sono sempre incomplete, quel che di sostanziale e unico da colmare, deve munirlo chi ascolta.

Ancora due esempi: "We Can't Work It Out", "Lift Me Up". Coinvolgenti gli intrecci vocali dei due protagonisti, Fred ed Erika, su "The Girl's Distracted".

"Since You Stole My Heart" è anacronismo con licenza d'uccidere, litania stupendamente early sixties, certo tra le più attraenti canzoni di quest'anno. Roba per cui Spector avrebbe dato un orecchio.
Nel complesso l'album che conferma Saturday Looks Good to Me tra le migliori pop band in circolazione. Altamente piacevole, e consigliabile.

Fabio


 
 

All Our Summer Songs
(Polyvinyl, 2003)

 
 

Date una lunga occhiata alla copertina di questo disco per capire quasi tutto dei Saturday Looks Good to Me (da qui in poi SLGTM, siano benedetti gli acronimi), singolare aggregato in forma di band attorno alla figura di Fred Thomas (His name is alive) con base ad Ypsilanti, cittadina del Minnesota che immagino piena di matematici. Quelle persone intente a rimirare anonimi 45 giri (come la giovane Asha dei Cornershop) sono la perfetta fotografia di una band anacronistica e analogica, che viaggia nel tempo alla ricerca del soft pop a cavallo degli anni 50 e 60 tutto armonie candite e zucchero filato, e quando arriva decide di stabilircisi per sempre. Ypsilanti, Minnesota, 1963.
Fa una certa impressione ascoltare un gruppo che suona come se 40 anni di musica non fossero mai passati, ma i SLGTM sono proprio questo: un gruppo guidato da Marty McFly e tornato al passato per insegnare a Goffin/King le loro stesse canzoni.

Ignorate la cosa a vostro rischio e pericolo: liquidateli dopo i primi due pezzi come un gruppo di ingote sciacquette a metà strada tra ambizioni sixties e la dura realtà di un pop annacquato, ma rimarrete travolti da qualcosa di incomprensibile già alla terza traccia, "Underwater Heartbeat", semplicissima follia accesa da moog che nemmeno i Drifters degli anni d'oro e da un senso dello swing che qui da noi abita ormai solo i vecchi film con Romina Power del martedì pomeriggio.
Essì, tocca entrare nell'irragionevole ordine di idee che questi ragazzi si comportano come se in sala mixaggio ci fosse Phil Spector (che invece lo sappiamo tutti dov'è adesso, vero?), con un'aderenza ai sixties rispecchiata da un vastissimo campionario di suoni che più vintage non si può: persino il suono delle chitarre è attutito da una patina di polvere. Merito di Fred Thomas, che giura di avere ascoltato solo dischi d'epoca negli ultimi due anni, e che è andato in giro per gli States con un registratore a 4 piste per catturare i contributi di Tara Jane O'Neill, Jessica Bailiff e tanti altri e lavorarci poi in studio come un produttore d'altri tempi.

Chiamatelo "omaggio", se volete. Oppure "scherzo". In fondo è probabile che se un disco del genere fosse uscito negli anni 60 nessuno se lo sarebbe filato, né allora né oggi. Questo dovrebbe portarci a tristi riflessioni sullo stato della musica (o ancora peggio sul nostro stato di accaniti ricercatori-amanti di dischetti senza futuro), ma le tristi riflessioni non sono cosa per noi, specialmente non di fronte a questo disco. Se Amy Linton ha già fatto qualcosa di simile coi suoi Aislers Set, mai si è messa i pantaloni a fioroni come Thomas e i suoi amici. Il carillon che introduce "Caught", lo xilofono di "No Goods for secrets", lo scatenato power-pop di "Alcohol" (che mette a posto una volta per tutte i New Pornographers, se lo chiedete a me) sono istantanee a tinte seppia di un ensemble adorabile, che a volte sbraca un po', ma senza mai lasciarsi deviare dalla strada maestra: "Ultimate Stars" è una meraviglia nonostante sia cantata da una ragazza palesemente brilla. E ditemi se "the sun doesn't want to shine" non è il più geniale Ben E King apocrifo degli ultimi lustri, corredato dal più bell'arrangiamento d'archi che Berry Gordy non ha mai scritto.

Dico la verità: non tutto mi convince allo stesso modo nel lavoro di Thomas. Ho selezionato le mie sette Summer Songs e programmo il lettore CD per suonare solo quelle da giorni. Ma cosa importa, se bastano a rimettermi in pace col mondo?
Sino alla prossima replica di Happy Days.

Salvatore