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Non è certo possibile riassumere la storia della Rough Trade in queste poche righe. Basti sapere che l'etichetta fondata da Geoff Travis nel 1978 appoggiandosi ad uno dei più popolari negozi londinesi di dischi (sito a Notting Hill) è stata la prima vera etichetta indipendente, ed ha ospitato negli anni artisti del calibro di Smiths, Scritti Politti, Jonathan Richman, Aztec Camera, Fall e moltissimi altri. Dopo aver superato un collasso finanziario all'inizio degli anni 90, la RoughTrade è tornata alla ribalta nel 2000, cogliendo un successo inaspettato e planetario con il disco d'esordio degli Strokes.

 

 

 

 
 

Sito ufficiale:

www.roughtraderecords.com

 
 

 

 

 
 

Rough Trade Shops - Indiepop 1
(Rough Trade, 2004)

 
 

Il difficile adesso è non esagerare.
Perché ovviamente questo album, che alla resa dei conti si è dimostrato persino migliore di quanto le anteprime lasciassero prevedere, diventa un'occasione irripetibile di abbandonarsi ai ricordi. Come quella volta in terza superiore, quando Angelo mi prestò la sua cassetta di Psychocandy. Il giorno dopo sono andato in un negozio di Como, con la fotografia del disco presa da una pagina del Mucchio. Ma il negoziante ha guardato la foto, poi la mia faccia da sedicenne e ha ripetuto ad alta voce "Candy Candy", senza espressione, come se quel disco non fosse mai esistito. Io sono uscito senza chiedere altro, maledicendomi in silenzio.

I 16 anni corrispondono al 1985, e come vedete ci siamo dentro in pieno. Ai 16 anni, la musica ti veniva incontro e ti portava alla deriva; era un distintivo segreto che non potevi mostrare a nessuno. Era un mondo lontanissimo che in qualche modo ti raggiungeva da sopra le onde di radio deejay vasco rossi linus e jovanotti (c'era tutto già allora, rendetevi conto) e ti alienava qualunque parvenza di normalità. Mentre gli amici si scambiavano cassette di Spandau Ballett e Hall&Oates e poster di Patsy Kensit, tu avevi una cotta per una che si chiamava Tracey Tracey o per una intera band di finte punks da Birmingham dall'improbabile nome di We've Got A Fuzzbox and We're Gonna Use It. E sognavi sulla tua copia di Melody Maker che doveva durarti un mese e parlava dei Talulah Gosh e di questa ragazza di nome Eithne che sul palco non faceva altro che succhiare un leccalecca.

E' passato tanto tempo, ma noi siamo rimasti qui ad aspettare. Abbiamo assecondato i cambiamenti, vedendo la nostra musica traslocare, andarsene da Londra e Bristol con il bavero del cappotto alzato e poi incappare in corsi e ricorsi che la portavano sempre al punto di partenza. Abbiamo mitizzato un triennio, 1984-86, che a nessuno sano di mente sarebbe mai venuto in mente di celebrare, ma un motivo ce l'avevamo.

Nel caso qualcuno se lo stia chiedendo (a questo punto della recensione è inevitabile, temo), "Indiepop 1", compilato da un solerte commesso di Rough Trade (se fossi stato al posto di John Cuzack in Alta Fedeltà l'avrei certamente messo nella mia top5 dei migliori lavori di tutti i tempi), è davvero un bel disco. Recupera in maniera apparentemente casuale musica da tre lustri riuscendo a sprecare pochissimo e a spiegare molto; è una celebrazione dell'indiepop inglese degli anni 80 che ne rivendica la fierezza e l'indipendenza rimettendo in bella vista i valori fondanti del C86.
Che come ogni genere adolescenziale faceva leva sul disagio, ma da una prospettiva inedita. Non spingeva sul ribellismo punk, anche se attingeva alla stessa operosità diy e a ben vedere allo stesso bagaglio di negazioni; le sue erano però negazioni private e rinchiuse in uno steccato di legno antico. No ai dodici pollici, no alle ragazze in copertina, no alla pretesa di essere felici, no ai valori mascolini del rock, no al sesso.

No al sesso?

Sean Forbes, compilatore primo di questa raccolta, mette le cose in chiaro parlando degli Heavenly in questi termini:

"Tutti volevano farsi Amelia. Sapeva esattamente l'effetto che otteneva indossando quei calzini alla caviglia sul palco. Un tipico concerto degli Heavenly era: 200 ragazzi con brufoli ormonali nei loro anorak, che succhiavano leccalecca e nei loro tagli a scodella speravano che Amelia cantasse una canzone d'amore per loro.".

Non c'era speranza, ovvio. Perché lei al massimo cantava "I asked you a hundred times would you be my best friend, for ever and ever", però ecco, il sesso lo si può anche negare ma gli ormoni trovano sempre la loro strada.

Questo inciso spiega lo spirito con il quale il pop d'Albione riemerse dalle brume post-punk meglio di cento canzoni, e quindi mi perdonerete se mi soffermo più sul booklet che sulla musica. D'altra parte le canzoni sono meravigliose, tutte e quarantasei, ma questo era chiaro sin dall'inizio. Ascoltatele, non potete sbagliare; anche se le possedeste già tutte ne varrebbe comunque la pena, fosse solo per quel sorriso che contorcerà gli angoli della bocca ascoltando un pezzo di desolata freddezza come "Safety Net" degli Shoppies. Ognuna ha validissime ragioni per farsi amare e per venire considerata la più grande pop song di tutti i tempi da qualcuno da qualche parte del mondo. Non è bellissimo?
Ma il booklet. Quelle quattro paginette battute a macchina da Matt Haynes (Sarah Records) che spiegano perché diavolo la Sarah non pubblicava 12" e perché tutte quelle foto di Bristol sulla copertina dei 7" e perché i critici non se ne sono mai accorti. E di come ogni mese scrivesse una lettera ad Alan McGee: "Alan, perché non c'è rimasta più una band decente alla Creation?" e McGee gli rispondeva di andare affanculo.
Sì, in 28 pagine c'è la storia di una scena piccola e orgogliosa, caratterizzata da un'ammirabile spocchia carbonara tutta inglese: la Creation faceva cagare, la cassettina C86 è stata la fine dell'indiepop, Morrissey era un razzista bavoso, i fans degli Smiths erano così out.
In fondo è giusto così: qui non si celebrano Smiths, McGee e cassettine allegate a riviste di successo, ma una scena fai da te; dischi fatti in casa, copertine incollate con l'UHU stick, flexi disc e fanzine distribuite a 50 penny la copia. E poi una canzone come "I know someone who knows someone who knows Alan McGee quite well" dei Pooh Sticks descrive bene la distanza di questi indiepoppers dai fasti indipendenti del patron Creation.

In questa raccolta è spiegato perché il C86 è stato (se lo è stato) un evento eccezionale, di natura politica anche contro le apparenze e le risultanze, perché le sue prese di posizione non erano capricci senza senso ma autentici proclami di indipendenza. Spiega come è stato possibile che esistesse un mondo di cutie kids che sostenevano la verginità come la più grande conquista della musica rock. E c'era bisogno di ricordarlo, perché questa intransigenza indie non è mai riuscita a varcare la Manica ed è rimasta prerogativa inglese. Qui da noi ne sarebbe arrivata qualche anno dopo la versione diluita ed egocentrica degli Smiths, prima vera manifestazione di identità collettiva dei fans della musica indipendente, liberazione dalle propaggini dark degli anni 80.

Delle canzoni già vi ho detto: così belle da giustificare qualsiasi iperbole, ognuna di loro. Non c'è modo di lamentarsi delle assenze, forse di qualche presenza sì ("Vegetarian Restaurant" degli Aberfeldy resta un buon pezzo ma soffre la vicinanza di tante meraviglie). Ma c'è da esser più che soddisfatti tanto del recupero di versioni imberbi di My Bloody Valentine (la splendida "All Fall Down", così lontana da quel che sarebbe seguito) e Primal Scream quanto della (ri)scoperta di Jesse Garon and The Desperados e delle struggenti storie d'amore spezzato dei Popguns. C'è davvero di che perdere la testa, quindi mi limito a segnalare il gran pezzo di Mary Lou Lord con Toby Vail (Bikini Kill) e Donna Dresch (Team Dresch) ad accompagnarla, giusto per ricordare la vicinanza in spirito con le riot grrls, accomunate dal rifiuto di conformare le donne alle regole del music business.
Il resto sono (ancora) ricordi, e la possibilità di scoprire alcune delle più belle pop songs partorite da mente umana, coronate da "Sweeping the Nation" degli Spearmint, con la sua dedica a tutte le band mai ascoltate. Ecco, un giorno l'indiepop potrà anche essere dimenticato, ma il genio di Shirley Lee, la sua capacità di trovare sempre le parole giuste per esprimere qualsiasi emozione, dovrà vivere per sempre.

In ultimo, una citazione doverosa: anche se non ci sono i Fall, nove canzoni su dieci qui dentro sussurrano il nome di John Peel. Ci saranno di sicuro altre occasioni di ricordarlo, ma questa è quella che a noi interessa di più.

Salvatore


 
 

Stop Me If You Think You've Heard This One Before...
(Rough Trade, 2003)

 
 

E' sempre brutto parlare di "generazioni", ma per tante persone della mia (generazione), la parole "indie-rock" e "Rough Trade" sono indissolubilmente legate. Chi ha risvegliato la propria consapevolezza indie attorno alla metà degli anni 80 non può non ricordare che per sei mesi in cima alle classifiche indie UK - le uniche che valesse la pena di leggere - c'erano sempre gli stessi tre dischi: Meat is Murder (Smiths), Giant (Woodentops), Contenders (Easterhouse). Tre album targati RT, e tanti saluti alla concorrenza.

Per ragioni non chiare, ma probabilmente legate alla vendita del vecchio catalogo dell'etichetta (avrete certo notato il florilegio di raccolte postume degli Smiths targate EMI), le tre band sono assenti da questa raccolta celebrativa, che sulla scia dei (ben più prematuri) tributi Shelflife e Matinée propone una serie di cover celebri dal passato più o meno recente della label, giunta al 25simo anno di attività.
Giova dire che dal 1986 citato sopra ad oggi è passata molta acqua sotto ai ponti, la Rough Trade ha rischiato la chiusura, è stata costretta a vendere gran parte del proprio catalogo, è stata rilevata dalla Sanctuary e solo recentemente, con il ritorno al timone di Geoff Travis (che all'epoca c'era) ha ripreso il suo ruolo di primo piano nella scena rock UK, con i colpacci di Strokes e Belle and Sebastian a sancire definitivamente la ritrovata importanza.
Anche con le limitazioni di cui sopra il repertorio al quale una simile raccolta può attingere ha *davvero* fatto la storia pop-rock degli ultimi lustri, e per fortuna i nuovi arrivati lo interpretano con insospettate capacità di sintesi: ad esempio i Delays (sinora colpevolmente trascurati: rimedieremo) porgono una stupefacente versione a-là Cocteau Twins di "Ride it on" dei Mazzy Star, mentre l'articolo originale Liz Fraser li osserva da vicino cimentandosi nel frattempo nientemeno che con la gentile "At last I am free" di Robert Wyatt; i British Sea Power riescono a non rovinare la storica "Tugboat" dei Galaxie 500 e un Joel Gibb insolitamente sobrio conduce gli Hidden Cameras in una sognante riedizione di "Dunes" dei neozelandesi Clean. E giusto per chiarire l'importanza del marchio, Jeffrey Lewis rifà i Television Personalities di "Part Time Punks", che cita "quelli che vanno da Rough Trade a comprare Siouxsie and the Banshees" e poi se ne escono dal negozio col disco dei Lurkers.

Detto che quanto sopra basta a rendere più o meno indispensabile la raccolta, citiamo di passaggio due ulteriori gioiellini ("Fa-ce-la" dei Feelies e la mai dimenticata "We Could Send Letters" degli Aztec Camera, quest'ultima ulteriormente ingentilita dai Mystic Chords of Memory), e ci soffermiamo sulle due stars della raccolta: gli Strokes, ripresi dai Royal City ("Is this it") e dalla perfetta macchina da covers Detroit Cobras, che riscattano "Last Nite" dalla orribile versione di Vitamic C (chi?), e soprattutto gli Young Marble Giants del monumento "Colossal Youth", che Adam Green riprende con poco coraggio in una "Eating Noodlemix" sostanzialmente identica all'originale e ai quali Stuart Murdoch riserva la chicca della raccolta: "Final Day" trasformata in un pezzo da balera con programming, percussioni ed elettronica a palla, con l'unico punto di contatto costituito dalla desolazione urbana del cantato. Da amare o odiare, ma vi assicuro che sarà il primo pezzo che ascolterete.

Salvatore