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La dolcissima voce di Tim Yehezkely e gli strumenti di Jon Wilkins e Christopher Moll formano i Postmarks, terzetto rivelazione di pop notturno e nostalgico dalla soleggiata Miami. Nascono per iniziativa di Moll, poco tempo dopo lo scioglimento della sua band See Venus, ed entrano nella scuderia di Andy Chase (già negli Ivy e produttore di Tahiti 80) che li accoglie in Filtered Records, L'album d'esordio esce nel gennaio 2007 insieme ad un EP di remix, dopo che l'eleganza del brano "Goodbye" li ha portati all'attenzione un po' di tutti.

 

 

 
 

Discografia:

The Postmarks (Unfiltered Records, 2007 )

Sito Ufficiale:
www.thepostmarks.com

 
 

 

 
 

The Postmarks
(Unfiltered Records, 2007 )

 
 

Dici Miami e pensi a surfisti, spiaggie e ritmi cubani. Ma i Postmarks hanno scelto l'angolo più nascosto della città, l'ora in cui le ombre si allungano: e la fuga nel passato, lo sport preferito dagli autori di musica pop, ha i suoi nuovi campioni.

"Goodbye" è quel tipo di canzone che fa la fortuna di una pop band. Vive di suggestioni retro, pop francese e Burt Bacharach; possiede leggiadria, eleganza ed una cura propria delle produzioni d'altri tempi, tanto negli arrangiamenti quanto nell'esecuzione. Non è un caso che abbia il compito di accogliere il primo ascolto dell'album, né che i Postmarks l'abbiano offerta da tempo in download: è lecito desiderare che siano le sue note ad introdurre la band, con il timbro soave di Tim Yehezkely che compensa il suo sguardo enigmatico dalla copertina.
L'album è però un affare molto più ombroso, che mantiene a sorpresa una compostezza dignitosa, quasi aristocratica. D'altra parte i Postmarks sono una band di classe nella loro interpretazione clinica dei suoni passati. Scrivono musica malinconica, ma con la simmetria degli Stereolab ("Weather the Weather"), l'autocontrollo degli Air, il gusto per le citazioni colte dei Superimposers, aggiunto a quel perduto gusto per la melodia zuccherina (più ruffiana che naif) proprio dei grandi autori pop. Da qui alla coolness delle colonne sonore sixties il passo è breve: il perfetto ibrido tra pop e cinematica è "Summer Never Seem To Last" che assume una posa meccanica e calcolatamente cool, scolpita dal suo incedere ritmico su calde note analogiche, e si scioglie in un refrain favoloso.
E così, ache se il tema portante del disco rimane la nostalgia, le canzoni da mezza sera dei Postmarks assumono una posa a metà tra il candore del sixties pop e la musica da cocktail. Non sono la solita band di sprovveduti twee; la spontaneità è subordinata alla resa dei brani ed alla loro attenta costruzione: suoni analogici, fiati ed archi usati con sapiente parsimonia, una voce che nell'ispirarsi al french pop si avvicina a quella di Claudine Longet ("Leaves"), che delle voci francofone era la più affascinante ma anche la meno sincera.
Questa sorta di calcolata freddezza non sminuisce il risultato raggiunto dall'album, che dopo i gioielli retro in apertura si apre a citazioni più o meno evidenti agli anni 80 inglesi: ecco scottish pop apocrifo ("Winter Spring Summer Fall" e "So Long") e il senso di mistero delle produzioni 4AD ("Looks like rain"), sempre arrotondato da un perfetto senso della melodia e da un tessuto prevalentemente notturno fatto di corni, vibrafono, tentazioni bossa.
Una bellissima sorpresa.

Salvatore