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I fratelli Camille ed Alexander McGregor sono i Ponies in The Surf. Originari del Massachussets e residenti a Boston, propongono pop/folk acustico e minimale striato da venature psych e dilatato in ossequio alla lezione di Reed/Cale. Dopo l'EP autoprodotto "A Demonstration", pubblicano nel 2005 per Asaurus l'album d'esordio "Ponies on Fire". |
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Camille ed Alexander hanno un segreto. Un segreto tra fratelli, un patto siglato nell'infanzia e che da allora produce storie il cui significato è noto soltanto a loro. E i segreti sono potenti, tanto da rendere questo primo album - seguito dell'EP interamente acustico "A Demonstration" (che come dimostrazione era abbastanza impressionante) - un oggetto affascinante e misterioso oltre ogni previsione.
Non che Camille ed Alexander siano omertosi: al contrario, dispiegano l'amore per i sixties e per il folk, per gli eighties e le correnti di riverbero 4AD, per bossa e psichedelia; è però il senso di intimità che sprigionano i tredici pezzi di questo album a caratterizzarlo in maniera decisiva, a invitare gli intrusi a non avvicinarsi lasciandoli ad origliare fuori dalla porta, per evitare che scoprano segreti che non dovrebbero conoscere.
Pop acustico, chitarre eteree, qualche tastiera e percussioni elettroniche, le voci dei due fratelli che si alternano al microfono, quella di Camille avvolta da echi che trasformano la più semplice delle filastrocche ("Slow Down Sugar") in un sogno di Alice. Sin qui tutto bene. Ma poi subentra l'imprevedibile, una somma di minuscole influenze che si accavallano e lasciano fiorire tessiture psych nel più improbabile dei prati marzaioli per poi cancellare tutto con una perfetta folk-song a due voci ("New Century Program"), gospel for dummies ("Sing My Lord" di Joseph Wise), il candore del pop acustico ("Casey").
Non il classico disco carino e prevedibile dall'inizio alla fine: se non vi lasciate ingannare dalla gentilezza delle chitarre e dell'occasionale linea melodica scoprirete che "Ponies on Fire" è un vulcano in lenta eruzione, capace di alternare sottile acidità psichedelica e graziose forme indiepop, la suggestione delle favole per bambini a ipnotismi di marca Velvetiana, sfuggendo alle gabbie di genere ed approdando ad una sequenza di superba fattura come "Part One/Little Boy Lost", che in una perfetta congiuntura di musica e segreti restituisce vivido l'oggetto del titolo: mistero, smarrimento, odore umido di nebbia e i sassolini che conducono verso casa grattati via dai Walls and Bridges di Lennoniana memoria.
E grideremmo al miracolo, davvero, se non sapessimo che una simile sintonia tra fratelli è persino scontata. Forse che fa qualche differenza?
Il capolavoro di febbraio.
Salvatore
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