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"Lupe e Mark Cantano
le canzoni che fanno girare il loro mondo. Brevi, dolciamare".
Mai autodescrizione fu più calzante di quella che appare
sul sito dei Pipas, duo anglo-spagnolo di tenerissimo pop
intimista. Dopo le grazie di un delizioso Ep (Chunnel Autumnal),
il loro primo album "A Cat Escaped" è uno scrigno delle meraviglie
che li ha definitivamente condotti nell'olimpo dell'indie-pop,
grazie anche ad una espansione del loro linguaggio musicale
che ora incorpora uno spruzzo leggero di elettronica (tastiere
e drum machine) al loro pop lineare e cristallino. "What Nobody
Does" è la perfetta canzone pop per il 2002, anni 80 sia sul
versante melodico che su quello sintetico. E se volete i brividi,
ascoltate "Amsterdam", dal primo EP. La stella più luminosa
in circolazione.
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Ogni album dei Pipas appartiene alla comunità twee: è un disco da coccolare come si conviene e comunque vada, perché a quei due non si può che riservare tutto l'affetto possibile. Ma fuori da questo giro, e dalle frange di quello collaterale delle webzine indipendenti, nessuno si accorge dei Pipas. Non leggerete verosimilmente altre recensioni di "Sorry Love" oltre a questa, e arriverete forse ad ordinarlo da qualche mailorder specializzato.
Quanto illustrato dalla premessa è oggi anche il maggior (e in verità unico) problema di Mark & Lupe, che felici di bearsi nell'abbraccio della scena indiepop hanno pericolosamente abbassato il livello del proprio controllo qualità. Dalle vette di "A Cat Escaped" in poi è stata una lenta discesa, con dischi contenti di ribadire in forme via via più stanche l'idea di pop acustico/elettronico del duo londospagnolo, sempre graziate dall'occasionale gioiellino ma altrettanto evidentemente prive di ambizioni superiori.
"Sorry Love" (senza virgola) non fa eccezione. L'iniziale "Basements" sdogana Limahl con la sua ostinata somiglianza al refrain di "Neverending story", e spiace non poter dire di meglio del pezzo forte del disco. A lui attaccati stanno nove pezzi di fattura incerta, poco pensati ed ancor meno suonati, che danno l'idea di un lavoro provvisorio. Una lunga jam session che ha i suoi pregi (gli scarti imprevisti di "Riff raff", e la crepuscolarità di "Boxes", il pezzo più classicamente pipasiano del lotto e in quanto tale prezioso ricordo) ma resta in difetto.
Resta il fascino esotico di Lupe - che nella danzereccia titletrack unisce inglese e spagnolo con risultati alterni - e della sua voce piena e mesta, ma è un fascino diluito dalla lunga permanenza in terra inglese: a volte la sua voce si fa a malapena audibile, ma i Pipas sbagliano a convincersi che basti questo a fare una canzone. Una filastrocca puerile come "No Puedes Pensar" non dovrebbe apparire su un album finito.
Si apprezza il lavoro di Mark nel backdrop elettronico di "Windswept Room", ma è un'eco lontana di quello che lui stesso riusciva a fare con la stessa batteria elettronica in "What Nobody Does"; e la magia di "Amsterdam" (sul primo ep pipasiano) l'abbiamo apprezzata tutti, e riudirla accelerata in "You crash" non sorprenderà più. I tentativi di coniugare diversamente il verbo ipop non mancano (l'enigmatica "yrrkdbk", quasi un tenerissimo funky/rap con rimandi a Jamiroquai, addirittura) ma oltre al gusto discutibile non sono mai compiuti, come se i Pipas se ne fossero stancati troppo presto.
Spiace, perché pur nella convinzione che "Sorry Love" frequenterà abbastanza a lungo il mio stereo da valere i soldi del suo acquisto, il talento melodico del duo si è dimostrato capace di ben altri risultati, ed anziché acquietarsi nell'abbraccio dei soliti noti sarebbe 'ideale per guadagnare nuovi adepti alla causa, come dimostrano i tanti ancora prigionieri di "A cat escaped".
I Pipas sono troppo giovani per vivere già di ricordi.
Salvatore
Ci sono dischi che vengono
a trovarti a casa. Suonano alla porta mentre guardi pigro l'ennesima
puntata di Friends, si mettono comodi sullo stereo in salotto, cominciano
a suonare qualche accordo di chitarra e ti avvisano che si fermeranno
per il te'. E con loro si sta così bene che non vorresti che se
ne andassero più.
I Pipas sono dei rubacuori, e il loro rituale di corteggiamento
è sempre lo stesso: gli accordi familiari di Mark, la voce di velluto
di Lupe, melodie da cameretta che volteggiano all'infinito senza
mai posarsi e ti perseguitano sino al mattino dopo. Il colpo di
fulmine segue inevitabile. "A Cat Escaped" fu simile folgorazione,
cominciata dalle elettronicherie di "What nobody does" e mai conclusa.
Ora a rincarare la dose arriva questo mini album per Annika che
sposta impercettibilmente il baricentro del suono riportandolo dalle
parti (acustiche) di Chunnel Autumnal senza che si avverta alcuno
shock: "Golden Square" è un disco intimo e prudente, senza altra
ambizione che quella di intrattenervi piacevolmente davanti a quella
tazza di te'.
Concisi come al solito, i Pipas pressano 9 canzoni in poco più di
18 minuti ed oltre a rivisitare il passato recente arricchiscono
il proprio repertorio colorandolo con i pastelli a cera: i pezzi
più impegnativi, "Golden Square" e "Hiding in the park", hanno un
contegno quasi serioso, ma ad una attenta esplorazione rivelano
particolari preziosi; scarti e variazioni melodiche, qualche accordo
a sorpresa, sino a che chitarra e voce si incontrano e procedono
teneramente abbracciati, e non c'è band che li superi in questo.
E poi ci sono i pastelli nuovi, il sottofondo grandaddyano di "Don't
Walk" che pare preludio a un refrain formidabile e invece dopo 70
secondi è già finito, la dolcificata "Hard Times" che fa ancora
meglio (meno di un minuto) e lascia solo una fugace visione del
sorriso di Lupe: colori che si spengono presto, come se i due non
volessero dar l'idea di fare gli sbruffoni.
A corredo del tutto, il soluto campionario di umori: "South" e i
suoi tristi arpeggi da pioggia che ci accompagneranno nelle giornate
invernali, l'irresistibile invito al ballo di "Book Launch", con
Lupe che asseconda il battito irregolare di una grancassa tanto
lo-fi, e il gioiellino "No Suspires Màs" che sobbalza su costrutti
di drum machine ed un inciso contornato da fiorellini.
Resta la capacità dei Pipas di stupirci sempre, anche quando ci
danno esattamente ciò che ci aspettavamo da loro. Anche quando la
sostanza musicale si fa ancora più impalpabile che in passato. Ma
che importa? Come dice Mark, "if you like doughnuts, you'll love
this record"; il te' con le ciambelle non è ancora finito, e Golden
Square non sembra volersene andare dallo stereo. Non saremo noi
a cacciarlo.
Salvatore
Come descrivere la meraviglia,
lo stupore e la buona sorte? Per il sottoscritto "A Cat Escaped"
è stato un fulmine a ciel sereno, e al tempo stesso l'incontro
più fortunato che potesse capitare. Non conoscevo (non ancora)
le tenerissime note di "Chunnel Autumnal", e il loro sconosciuto
nome campeggiava tra i preferiti del mese sul sito Shelflife. Un
download dopo ero loro per sempre.
Quel download era "What Nobody Does", la perfetta immagine della
band: inizia come un'innocua canzoncina pop affine alle tante delicatezze
che provengono dalla scena twee, ma dopo una trentina di secondi
entrano drum machine e sintetizzatori a trasformare il tutto in
una luminescenza pop/elettronica che ricorda tanto gli anni 80,
se solo negli anni 80 si fossero scritte canzoni così belle.
E non è tutto, ché Lupe e Mark hanno tante frecce
al loro arco: la voce di lei, esile ma fortemente espressiva, abita
in una dimensione intima e raccolta, ed è il perfetto complemento
al naturale talento pop di Mark, capace di far brillare di genio
anche gli accordi più elementari.
Provare per credere: "The Conversation" ricorda nell'attacco i Brilliant
Corners e ne ricalca l'ingenua esuberanza pop, "Barbapapa" è una
deliziosa filastrocca per bambini cresciuti, e via con un gioiellino
dietro l'altro, tra malinconia e dolce escapismo, sino alla sognante
"Run Run Run", che su un sottofondo di ritmo plastificato libera
un'armonia paradisiaca. Se la concisione è un pregio, i Pipas ne
fanno gran sfoggio: 10 pezzi per 20 minuti di musica producono una
media di 120 secondi a canzone, e credetemi se vi dico che nessun
secondo è sprecato; anzi la brevità del disco lo rende adatto ad
infilarlo in qualsiasi momento della giornata ("ho 10 minuti che
mi avanzano, quasi quasi ascolto metà album dei Pipas"): provate
e sappiatemi dire. Non starò qui a ripetervi come la musica e il
candore dei Pipas rinverdiscano i fasti della Sarah records bla
bla bla. Sappiate solo che se quelle sonorità anni 80 (e i gruppi
odierni che ad esse si rifanno) hanno catturato il vostro cuore,
quello dei Pipas è un disco irrinunciabile. Per tutti gli altri,
potrebbe essere un valido punto di partenza: dopotutto son solo
venti minuti.
Salvatore
Il formato sarà anche
anacronistico (un 10" con una copertina che sembra fatta a
mano), ma la musica di Chunnel Autumnal è una di quelle cose
senza tempo, in grado di riconciliare con la semplicità della
musica pop. I Pipas hanno un talento straordinario nel rendere indimenticabili
semplici canzoni di tre accordi, e non saprei dire con esattezza
a cosa ciò sia dovuto. Alla voce di Lupe Nunez, più
piena e "vissuta" dei miagolii che siamo soliti associare
al tweepop, alla chitarra ed agli arrangiamenti di Mark Powell,
le cose più delicate e suadenti che la mia mente ricordi.
Non è importante razionalizzare di fronte ad un disco del
genere, 8 canzoni in meno di venti minuti che lasciano a bocca aperta
per la loro capacità di conquistare sottovoce. Come in "Tout
va Bien", con il falsetto di Mark appena più alto delle
note, o in una "Wells Street" che Lupe canta con una deliziosa
nota di disincanto nella voce. E se l'elettronica che adornerà
"A Cat Escaped" fa la sua graziosa comparsa sotto forma
di tastiere e drum machine in "Moss Oval", il gioiello
assoluto del disco è completamente acustico ed arriva giusto
all'inizio del secondo lato: si intitola "Amsterdam" ed
è una brevissima filastrocca quasi invisibile, cantata sottovoce
da Lupe su tre veloci accordi di chitarra. Ed è magia pura.
Salvatore |