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 Pete Dale vive a Newcastle, dove gestisce la piccola etichetta indipendente Slampt e partecipa ad almeno un paio di validissimi progetti musicali, dall'agit-punk dei Red Monkeys al guitarpop dei Milky Wimpshake. Il suo primo album solista è del 2006, registrato insieme all'amico Phil Tyler e con l'aiuto di Jaff e Barry Hyde dei Futureheads. |
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Ascolto il disco di Pete Dale e non so se sia superiore il senso di deja vu o di sollievo.
"Betrayed by folk" è un album di canzoni di protesta, e scava nel solco di quella "Here's To The State Of Mr. Poodle" che se ne stava un po' in disparte sull'ultimo album dei Milky Wimpshake a menar mazzate su Tony Blair. Beh, ora sappiamo da dove veniva, e conosciamo anche i veri motivi di agitazione di Mr Dale, che non sono certo i fremiti provocati dalla ragazza della porta accanto.
Ma dicevo: deja vu innanzitutto, perché Dale e i suoi Beta Males fanno cose già appartenute al passato, a Woody Guthrie, Phil Ochs (innanzitutto) e Billy Bragg.
E sollievo, perché non è troppo tardi per accorgersi che di quelle cose non parlava più nessuno, nessuno da troppo tempo.
"Mixing pop and politics, he asks me what the use is" cantava Bragg, e la domanda ha tristemente perso di attualità, come se il privato e la politica dovessero procedere senza mai intersecarsi. Ma nessun rifugio è sufficiente contro la stupidità, una cosa che Dale sa molto bene. Per questo "Betrayed By Folk" è un disco incazzato con le guerre e la polizia, con il New Labour e i punk da sedia a dondolo, ed è un album che fa politica, evento di portata inaudita nel 2006.
Purtroppo i 40 anni di distanza da Phil Ochs e i 20 da Billy Bragg si avvertono, in peggio. La critica di Dale è limitata dalla trivialità dei suoi stessi temi: la legge inglese sui documenti d'identità ("I.D.on't"), la carica eversiva della scelta pacifista in un'epoca deideologizzata ("I am a terrorist"), l'accesa e impietosa critica ai musicisti senzatesta del Live8, ("Saint Bob?!"), i camion che trasportano testate nucleari lungo le strade statali nel nord dell'Inghilterra ("Talking Newcastle Nuclear Nightmare"). Ma piaccia o meno, sono queste tutte le notizie che val la pena cantare oggi: rinfacciare a Blair il dimenticato pacifismo del suo partito, denunciare la limitazione delle libertà individuali che ci affligge dall'11 settembre in poi, spiegare che le conseguenze dell'uragano Katrina hanno colpito solo i poveri e i malati.
No, il Bragg di "It says here" non era lontano da questo Pete Dale. La differenza, temo, sta tutta nella quantità di orecchie disposte ad ascoltare e in un contesto sociale profondamente mutato ed inaridito.
Dalla peculiare/anacronistica composizione di questo album discendono molte cose: è un disco da capire più che da ascoltare, e se offre informazioni vuole ricevere in cambio una appropriata dose di indignazione. E la rivoluzione non sarà dietro l'angolo, ma Dale prova lo stesso a dichiarare la nocività del lavoro in "Money (That's What I Hate)", sulla scorta di quanto fece Bragg nella sua "St. Monday", con l'intelligenza e lo spirito critico che gli attuali protest singers come Chris T-T danno troppo per scontati.
Musicalmente le capacità melodiche di Dale non vanno certo sprecate, ma quando si arriva a "Menwith Hill" - un riarrangiamento di "Cruella De Ville" da La Carica dei 101 riadattato a vaudeville su un campo di spionaggio americano - si comprende che stavolta la musica non è poi così importante. Né è l'unica rielaborazone di vecchi temi (ci sono anche il RnB "Money" ed "House of the rising sun" nella versione di Woody Guthrie) o rievocazione affettuosa degli stereotipi da singer/songwriter: si passa dal ruralismo USA ("Meat-Eating Hippies") al più tradizionale folk da strada ("I am a terrorist") al talkin'blues ("Talking Newcastle nuclear nightmare") alla ballata acustica ("Ballad of the New Orleans flood"). Gli incontentabili si consoleranno con il giochetto pop dei due accordi di "Two chord trick" e la malinconia di "When the morning comes", forse gli unici due pezzi adattabili al repertorio dei Wimpshakes, e con la cover di "One More Parade" di Ochs, significativamente il più musicale dei pezzi proposti da Dale.
Il culmine però è la title-track, gonfia di violini e lap steel, dove trova infine pace il folkster tradito e solitario. Rassegnato sì, ma rassegnato ad incazzarsi sino alla fine dei suoi giorni.
Salvatore
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