Eric Pasquereau è nativo di Nantes (Francia)
e suona la chitarra acustica con il moniker “The patriotic
sunday”. Il suo folk/pop si ispira a Nick Drake, Leonard
Cohen e tutta la scuola cantautoriale degli anni ‘60-’70.
Incide dischi per l’etichetta Effervescence, creata
da un colletivo di artisti di Nantes Friend.
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Perché la vita
dovrebbe essere tanto complicata?
Disporre di un gran talento la semplificherebbe di gran lunga. Eviterebbe
le lunghe fasi di preparazione e il lavoro certosino per una canzone,
eviterebbe il dubbio critico e si darebbe in una pura, incontaminata
grandezza, senza neppure farsi omogenea al giudizio. Non necessitererebbe
neppure di una buona copertina: basterebbe scattare una foto alla
bellezza nuda, malinconica e fumante una sigaretta che ve l'ha ispirata.
E invece, vi sono lungaggini, perifrasi di troppo - e il sospetto
che non ci sia abbastanza notte e troppo flash negli occhi
vitrei dell'ispirazione.
Si rischia di ingaggiare un duello di coscienza con questo disco,
se si decide di annoverarlo preliminarmente nel novero dei capolavori
sfiorati o delle grandi promesse, perché questo disco disca,
e disca molto.
Si riescono ad intuire grandi numeri, e si iniziano a confrontare
con i risultati. Essi, di per loro, son buoni, oltre ogni speranza
che si spera per chi esordisce senza avviso.
Suadenti bossanove indie, lucide stornellate folksy cantautorate,
batterie con spazzole, chitarre acustiche, qualche violino.
E quel minimo di ispirazione che altrimenti avrebbe squassato la
torpida abitudine a non aspettarsi niente dalla vita che da un po'
mi prende, nei pressi dei distretti/dischetti indipendenti.
Però diciamocelo, una boccata di aria fresca, che avvolge
il vizio della presunzione.
"Hymn to the city flowers", per dire, tre brillanti schegge
di pezzo scotchate insieme, belle armonie respirate, quasi bocca
a bocca - un delizioso fraseggiare acustico.. parte bene Eric Pasquereau,
più longevo in creazione dei due fighetti norvegesi, meno
diretto, più schivo ma apparentemente spigliato.
Come un Badly Drawn Boy senza melodie smaglianti ma d'un'affabulanza
elegante e smerigliosa, più colloquialità e meno know
how. Bella voce, semplici schitarrellate e melodie leggiadre,
pluricantate e coese (talvolta: "The day was a waste"
ad esempio), tziganate e a pioggerella ("Violeta") e infine
consolatorie e notturne ("Happy endings").
Cosa c'è, sulla strada della bellezza: tocco, voce, arrangiamenti
non invasivi, accattivanti e talvolta fiore di malinconia.
Cosa manca ancora: la canzone, la concentrazione, la lunga durata
d'album.
Io però sono lieto, ho un amico in più e l'incoraggio
anche se ogni tanto gli orologi della durata si sovrappongono alle
dolci note.
Fatevi promettere qualcosa anche voi dalla Domenica Patriottica.
Fosse anche un Lunedì decente.
Alessandro
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