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Non dev'essere facile essere
"il gruppo pop più eccitante di Detroit", ovvero la città
garage per eccellenza. I Pas/Cal ci provano lo stesso. Casimer
Pascal (voce), Gene Corduroy (chitarra), LTD Nathan Burgundy
(basso) e Richiard Panic (tastiere) scelgono fantasiosi nomi
d'arte, si atteggiano a dandies e dicono di ispirarsi a Left
Banke e al David Bowie pre-Ziggy proponendo una sorta di pop
orchestrale ornato di tastiere, cori e fiati. In realtà sono
tutti fans di Brian Wilson e si sente. Primo EP per Le Grand
Magistery a fine 2002, un album è atteso nel 2003.
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Avevamo lasciato
Casimer Pascal e i suoi compari alle prese con uno smodato desiderio
di imitazione verso Left Banke e Beach Boys e con un album in gestazione,
e invece nove mesi dopo eccoli spuntare con un nuovo ed inaspettato
EP.
Se il cambiamento di programma è stato dettato dalla volontà di procedere a piccoli passi, beh sappiate che ha funzionato: "Oh honey, we're ridicolous" mostra infatti una netta maturazione del quintetto di Detroit in tutti i sensi consentiti, lima i difetti dell'esordio e anzi finisce con l'esagerare in senso opposto. All'aumento della sostanza sonora si accompagna una ancor più netta crescita della fiducia nei propri mezzi, e il tutto consente di trasferire i Pas/Cal dalla casella delle "promesse" a quella dei "giovani di talento" in cinque semplici mosse.
Se prima di adesso i riferimenti ai padri putativi si esaurivano nella cartella stampa, questo nuovo EP mostra che la metabolizzazione ha infine prodotto i suoi frutti. Un pezzo come "Poor Maude" non capita per caso: si snoda elegante su un ricco arrangiamento d'archi e soffici violini, con un testo riuscitissimo e di candida tenerezza (si parla di una ultracentenaria in serena attesa dell'ultimo respiro) ed è un pezzo di fronte al quale non è consentita indifferenza: l'equilibrio melodico, le armonie vocali, l'uso degli archi e i sottotesti di chitarra lo pongono in una categoria superiore, e direttamente di fronte a Left Banke e Kaleidoscope Uk.
"Poor Maude" è lo specchio dei nuovi Pas/Cal: ne espone tutti i pregi da rapida maturazione, ma anche una eccessiva sicumera, che li porta a voler esagerare coi virtuosismi e ad appesantire un pezzo potenzialmente perfetto facendolo durare un paio di minuti di troppo.
Peccati veniali che spariscono nel contesto di un disco equilibrato e gentile, sorta di versione speculare di "The Handbag Memoirs", nel quale i Pas/Cal fanno tutto quanto di buono ci si augurava da loro: senza rinnegare la naturale facilità del suono né i vecchi punti di riferimento ("What happened to the sands" è il pezzo gemello di "The Bronze Beached boys") hanno maturato una proposta sonora che vi convincerà o meno in ragione del vostro livello di gradimento 60s ma che di certo ha perso quell'eccessiva futilità che infestava il primo disco. Persino lo strumentale "'Bem, Please Come Home'" è validissimo, con una tentazione di space-pop tenuta doverosamente a freno. E anche se la conclusiva "What do the American Girls have on Jennifer JoJo?" galleggia in perenne indecisione tra il lentone d'atmosfera e la ballata 60s, basta un roboante assolo di chitarra di Gene Corduroy a riscattarlo dalle secche.
Due soli EP e i Pas/Cal sono già ad un passo dagli applausi a scena aperta. Se riescono a tenere a bada certe tentazioni da supermen possono diventare grandi. E magari scrivere la loro personale "Heroes and Villains", come ambiscono a fare da tempo.
Salvatore
Gli ingombranti paragoni a
cui sono stati sottoposti (Left Banke, Belle & Sebastian, Beach
Boys, Donovan, King of Luxembourg) avrebbero intimidito chiunque,
ma i detroitiani Pas/Cal indossano le proprie influenze con orgoglio:
perché altrimenti avrebbero intitolato "The Bronze Beached Boys"
il primo e miglior pezzo del loro EP?
"The Handbag Memoirs", il loro disco d'esordio, ha tutti i pregi
e i difetti annessi a un debutto: è appena acerbo e molto esuberante,
e scarta con indifferenza da melodie solari ad altre più riflessive,
come a mettere in mostra il campionario della band. Che è così riassumibile:
cantato rigorosamente in falsetto, cori onnipresenti, tastiere e
chitarre in primo piano ma con arrangiamenti che non dimenticano
qualche sussulto orchestrale, e quella moderna fedeltà agli anni
60 che in tempi recenti è stato il marchio di fabbrica dell'Elephant
6. Ciò che riesce loro meglio è infatti quel pop baciato dal sole
che ti aspetteresti da una band della California: "The Bronze Beached
Boys (Come on let's go)" scova un ritornello azzeccatissimo e gli
costruisce intorno una melodia da spiaggia condita da battimani
e tastiere analogiche, e "I wanna take you out in your holyday sweater",
seppure un po' più debole, arricchisce di fiati e di cori beachboysiani
la tipica canzone d'amore educato dei sixties (ché oggi alle ragazze
si dicono altre cose).
Impressionano meno gli episodi più riflessivi, dallo strumentale
per tastiere "Marion/Mariam" alla conclusiva "This Ain't for Everyone",
che parte come una ballata dei Turin Brakes (e dunque non benissimo)
per perdersi poi in un'orgia elettrica un po' confusa.
I Pas/Cal sono dei Beach Boys da cameretta , per niente abbronzati,
ancora indecisi se restare fedeli ai loro poster di Brian Wilson
o unirsi al modernismo della ciurma indiepop: cresceranno, a patto
che qualcuno spieghi loro (o al press agent della loro label) che
non è sufficiente qualche arrangiamento di fiati per assomigliare
ai Left Banke.
Per ora, "the Handbag Memoirs" sembra più un bel portfolio da esposizione
(copertina compresa, con cameriera con tette al vento) che un lavoro
compiuto, ma dopotutto è a questo che servono gli EP. Rimandati
al prossimo album.
Salvatore
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