 |
 |
|

Protagonisti della "seconda
ondata" di band affiliate al collettivo Elephant 6 (insieme
ad Elf Power ed Essex Green), gli Of Montreal sono la creatura
di Kevin Barnes, che aveva già registrato canzoni sotto questo
nome prima di trasferirsi ad Athens e formare una vera band
con Derek Almstead (batteria) e Bryan Poole (basso). Dopo
un album ed un EP, Poole lascia la band per dedicarsi a tempo
pieno ali Elf Power e Barnes recluta tre nuovi membri: Jamey
Huggins (batteria), Dottie Alexander (tastiere) ed Andy Gonzales.
Con la nuova lineup gli Of Montreal pubblicano nel 1998 il
loro secondo album "The Bedside Drama: A Petite Tragedy",
al quel partecipa anche Julian Koster dei Neutral Milk Hotel.
Sempre in quell'anno la band ri-registra i pezzi del primo
album e li pubblica in un nuovo lavoro intitolato "Don't Ask
Me Why", mentre la Kindercore ristampa l'EP d'esordio. "The
Gay Parade" vede la luce nel 1999 confermando l'intenzione
della band di pubblicare almeno un Lp all'anno, tra raccolte
e lavori inediti. Canzoni intrise di melodia e di reminescenze
sixties, da qualche parte tra Ray Davies, Brian Wilson e gli
Archies, per una delle band più eclettiche della scena indie-pop.
|
|
 |
|
 |
| |
Discografia:
• Cherry Peel (Bar/None,
1997)
• The Bedside Drama: A Petite Tragedy
(Kindercore, 1998)
• The Gay Parade
(Bar/None, 1999)
• Horse And Elephant Eatery (Bar/None,
2000)
• Early 4-Track Recordings (Kindercore,
2001)
• Coquelicot Asleep in the Poppies
(Kindercore, 2001)
• Aldhil's Arboretum (Kindercore,
2002)
• If He Is Protecting Our
Nation Who Will Protect Big Oil, Our Children (Kindercore,
2003)
• Satanic Panic in the
Attic (Polyvinyl, 2004)
• The Sunlandic Twins
(Polyvinyl, 2005)
Sito Ufficiale:
www.elephant6.com/montreal.html
|
|
 |
|
 |
|
In musica
come nelle altre arti è spesso necessario mettere un po' di vita
tra un'opera e l'altra, lasciar sedimentare l'esperienza per poi
trasformarla in ispirazione. Un bisogno tanto più forte quanto maggiore
è la spinta innovativa di un autore.
Ad esempio "The Sunlandic Twins", secondo album degli Of Montreal
in poco meno di un anno, sarebbe stato il perfetto disc 2
di "Satanic Panic In The Attic", appendice e legenda di un lavoro
che riusciva a sovvertire buona parte dei preconcetti addensatisi
sulla band nel corso degli anni, a spingerne indefinitamente in
avanti i confini. E invece no: nonostante attinga alla medesima
ispirazione e sia ricco di ottimi spunti appare interlocutorio,
schiacciato tra l'ombra del suo predecessore e un futuro tuttora
in formazione.
E a questo proposito sarà forse il caso di fare il punto della situazione
sul progetto di Kevin Barnes, ormai affrancato dalla schiavitù Wilsoniana
e proiettato verso una personale interpretazione della popelettronica
a 360°: nato come ensemble indiepop tra i più schivi all'ombra dei
rami Elephant 6, gli Of Montreal hanno saputo modificare con costanza
la percezione di loro stessi, dapprima con sottili sperimentazioni
in una lunga serie di album a tema e infine raggiungendo una brillantissima
forma di dance-pop in felice equilibrio fra quote melodiche, funk
e grooves: Satanic Panic In The Attic, appunto.
Sunlandic spinge ulteriormente sulla stessa frontiera elettronica,
quasi a voler cancellare le barriere già indebolite dal disco precedente.
Ritmi latini, funk, semplici esplosioni di tecnopop conquistano
la ribalta di un album concentrato su un particolare di "Satanic"
e per questo più limitato in scopo, diviso tra la capitalizzazione
del patrimonio pop maturato e una prematura spinta verso un futuro
possibile.
La prima metà di Sunlandic conferma il momento di grazia di Barnes:
canzoni a più livelli, come scatole cinesi, si aprono verso ariosi
break melodici: i grooves e le fanfare di "I was never young" offrono
una latineggiante sezione centrale; la superlativa "Wraith Pinned
to the Mist and Other Games" è percorsa da fremiti di basso e disco
70 che incocciano in una luminosissima apertura melodica alla metà
del pezzo. I nuovi Of Montreal non rinnegano il passato, ma lo osservano
attraverso lenti colorate di ritmo: i cori Wilsoniani di "So Begins
Our Alabee" spezzettati da basi elettroniche si trasformano in un
veloce numero elettropop, e l'irresistibile percorso dei synth di
"The party's crashing us" (il più diretto richiamo a "Satanic")
porta per mano gli XTC ad un festival funk. Una colorata campionatura
che testimonia il valore della progettualità degli Of Montreal.
E' nella seconda parte che il disco barcolla, assumendo connotati
più sperimentali e precipitosi: felicissime intuizioni portate allo
stremo (tre minuti ininterrotti di archi in "Death of a Shade of
Hue" sono un po' troppi), armonie in campione incollate con scarso
costrutto ("I Was a Landscape in Your Dream") o scialacquate in
salsa gotica (quella specie di coro da requiem che è "October Is
Eternal"). Numeri incompleti, più preoccupati di proseguire la parabola
creativa della band che di trarne pezzi significativi, ma dei cui
frutti godremo certamente in un futuro non troppo lontano. Perché
su tutto trionfa il talento straripante di Barnes, alla continua
ricerca di vie d'uscita, di accettabili valvole di sfogo. Un infaticabile
campione della scena indiepop.
Salvatore
Kevin
Barnes sempre più istrione incontenibile. Il suo contagioso stile
narrativo, intriso d'umorismo e sparsa genialità non fa prigionieri.
Chi non lo conosce si soffermi sul meraviglioso sito web allestito
dal suo gruppo Of Montreal: la vitalità, i colori accesi delle immagini,
le illustrazioni degli album così carica di luoghi e caratteri ebbri,
naif, tornano ad animarsi nella musica.
Questo stile e questo progetto, ormai inconfondibile, da mosche
bianche del pop, ripropone il pop dei padri col piglio dei figli
apprendisti devoti.
Come il bellissimo, eccessivo "Coquelicot" del 2001, "Satanic Panic
In the Attic" torna opera calderone, caleidoscopio inarrestabile
che riplasma con emozioni e esuberanza tutte le cose.
Si può giocare con i termini cari a Barnes e soci (giocare neanche
troppo per scherzo, ricordando nostalgie e dolori sparsi
in tanti ritratti musicali del gruppo): il "panico" cui riferisce
il titolo, è panico da folla che è panico da assenza di
folla.
Ovvero, dentro la pazza folla! Le gloriose, gioiose adunate
e marcie di mille voci fanno da campo d'azione, da scena ideale.
L'umanità dei personaggi di questo autore, trasformati dall'insieme
e da una luce nuova fuori dall'anonimato, riconducono a un desiderio
di sostanziale miglioramento dell'esistenza, di comunione, divulgazione,
dipinto con ardore genialoide e morbosa curiosità.
Difficile non intravedere i Beach Boys tra le magiche ondivaghe
atmosfere di "lysergic cliss". "Climb the ladder" più in là, è una
pregevolissima Wilson-didascalia.
A volte s'affaccia il Todd Rundgren che preferiamo, mago e superstar,
in "rapture rapes the muses", "chrissy kiss the corpse", o nel synt
di "spike the senses".
Mestizia e smarrimento pervadono un'efficace immagine della solitudine
di "City Bird" (city bird haven't you learned/ of the boundlessness
of your freedom/ The sky is your blue kingdom), interludio di
falsetti, arpeggi di chitarra acustica e ricami di flauto. L'uomo
è davvero un animale sociale.
Il capolavoro dell'album è forse la vicenda di "how Lester lost
his wife", ennesima sarabanda Gabrieliana (...but I wasn't prepared
to encounter the vision /Of she and It engaged in defiling of the
sacred/ In an instant her face became so plaintive /And I watched
as she transformed into the Black Amaranth... the Black Amaranth...).
Graditissimo ritorno di un autore ormai maiuscolo. Chapeau.
Fabio
E' ufficiale: qualcuno ha deciso
che il 2003 in ambito indiepop sarà l'anno del riciclaggio. Dopo
che Birdie, Dressy Bessy e persino Moldy Peaches hanno svuotato
gli armadi di inediti e B-Sides, è la volta degli Of Montreal,
decisi a far fruttare la scia di consensi seguita al recente "Aldhis
arboretum" (con l'aggravante di aver già pubblicato una retrospettiva
due anni or sono: Horse and Elephant Eatery).
Lo fanno però a modo loro, con un album grondante umorismo sin dall'esilarante
titolo (ovviamente dedicato a George W Bush) che riafferma il talento
del quintetto guidato da David Barnes nel rielaborare la materia
sixties. L'applicazione con cui la band si è applicata nello studio
del repertorio di Beatles e Zombies è commovente, e produce oggi
risultati - se non proprio originalissimi - di notevole interesse
per gli amanti di armonie anni 60. Un aspetto che la natura occasionale
delle registrazioni di questa raccolta finisce per evidenziare ancor
più del solito, tanto che dal punto di vista della coesione sonora
"If he is protecting." non risulta inferiore agli altri lavori targati
Of Montreal. Titoli stralunati e spesso lunghissimi per un repertorio
gradevolissimo: pezzi che odorano di Macca in vacanza giapponese
("Spooky Spider Chandelier"), di John Lennon ("Christmas isn't safe
for animals", con tanto di eco sulla voce), persino del Syd Barrett
più melodico ("Inside a room full of treasures a black pygmy horse's
head pops up like a periscope": ci credereste ad un titolo così?),
mentre altrove compaiono minacce così sbilenche che nemmeno i Frogs
("There is nothing wrong with hating rock critics"), Beach Boys
apocrifi ("Maple Licorice") ed un omaggio agli Zombies sotto forma
di cover, ovviamente fedelissima, di "Friends of Mine", originariamente
incisa per il secondo volume della nostrana "Homesleephome". Il
tutto scivola senza fatica alcuna, anche se dà l'idea di un ascolto
alquanto effimero, destinato a durare al massimo un paio di settimane.
Fate in modo che capitino in estate.
Salvatore
Narra la leggenda che Kevin Barnes
chitarrista e compositore di Athens, Georgia, ha formato una band
dopo una relazione interrotta con una ragazza di Montreal.
Un fatto che lo segnò a vita. Quanto la rimpianse, lo mostra il
nome dato alla formazione, Of Montreal.
The Gay Parade pubblicato nel 1999 è la terza opera della vulcanica
fantasia di Barnes; costituisce forse il più concreto avvicinamento
da parte di una contemporanea indie pop band allo spirito
dell'epico Sergente Pepe beatlesiano.
Le sedici tracce dell'album sono legate a concept da un continuum
di contenuti fiabeschi e da un senso infantile e sarcastico.
The Gay Parade è un carnevale pop ambientato a Lilliput, che solo
qualche accasato di Elephant 6 poteva concepire al volgere del millennio.
Agrodolce e giocoso corteo nella forma melodica, istoriata di soavi
arrangiamenti e di cori in falsetto che allestiscono variopinte
e apocrife scenografie d'ispirazione psichedelica, sfigurate e al
limite della farsa.
Sedici fiabe-sketch allegoriche della fragilità della condizione
umana, raccontate con un timbro intenso e solidale.
Immerse in un pop'60 che è folk e beat, musical e acido.
L'album é privo della risonanza delle storiche opere rock d'altri
tempi, senza le stesse ambizioni e quell'istrionismo, ma con ironia
e sincerità commoventi.
Un vivaio di creatività acuta e brillante in voci e strumenti, un
fascino ambiguo e spiazzante, grazie anche al metodo amatoriale
usato dal gruppo.
L'intro annuncia il rinnovarsi di un miracolo musicale:
"And everything looks new, again
In that old familiar way".
Barnes é un menestrello sensibile e filantropo.
Coinvolto ma non retorico. C'è una dolcezza lirica e surreale che
dirige soggetti blues verso il comico.
Protagonisti dei bozzetti sono spesso individui insignificanti,
indifesi e ripudiati, che raccontano come si salvano da sé con piccole
risorse.
Dal nonnetto che abita la toccante Autobiographical grandpa:
"My wife is dead I live alone / in my little country home
I have my memories / and dogs for friends
My kids and grandkids come / to stay with me once a year
Though I'm happy often I feel lonely"
a quella del Miniature philosopher la cui occupazione gli
impedisce di dedicarsi a Nietzsche, Camus e Voltaire.
Passando per il reietto in My friend will be me (consolato
con una culla di falsetti celestiali):
"I wish I knew a man / Someone to help me stop being self conscious
I wish I knew a girl / One to take away my fear of dying"
L'ideale è il raggiungimento di una felicità mediocre, il miraggio
di una vita di quiete e affetto senza angosce, come descrive l'incantevole
Neat little domestic life:
"You clean the bathroom and I do the dishes
I water the lawn and you feed the fishes
What a neat little domestic life that we live"
La malinconia si cauterizza con l'insopprimibile senso carnevalesco
che presiede; servito da una attrezzatura bislacca d'antiquariato,
puntualmente in bassa fedeltà.
Campane, Corni, kazoo, manipolazioni di nastri, strumenti giocattolo,
macchine da scrivere.
E cori alla Kinks, deformazioni bambinesche (Tulip Baroo,
una delle melodie più straordinarie dell'album); imprevedibili progressioni
e variazioni o code strumentali.
E'il complesso dell'opera a funzionare magicamente, per come è stato
concepito e montato assieme.
Kafka ma anche Lewis Carroll, nella vicenda di Nickee Coco,
una bimba addormentatasi su un albero invisibile la cui sorte mette
in apprensione una città intera.
La narrazione, introdotta con cascate di cori e controcori, si sviluppa
con accenti Gabrieliani per concludersi nel lieto fine in cui Nickee
viene ritrovata e festeggiata per le strade del paese.
Nell'epilogo un organetto riprende il tema iniziale, il narratore
vi ringrazia per il tempo trascorso assieme e invita a tornare presto.
Il problema è che, una volta introdotti in questo reame di illusione,
vorrete gettar via la chiave.
The Gay Parade è una sarabanda triste e lieta, disordinata e delirante,
come i sogni.
Per piangere di gioia.
Fabio
|