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"Una band di Belluno che scrive dischi d'altri tempi, manca solo il fruscio del vinile e l'orchestra di San Remo '65. Piacerebbero da morire a Tenco e Mina, anche se in realtà non sono troppo lontani da Smiths e Divine Comedy". Quattro aggettivi e due sostantivi: 'amore pensato' - 'solitudine' - 'alterità' - 'profondamente italiani'.

 

 

 
 

Discografia:

Hotel Tivoli (aiuola, 2004)
Non Voglio Che Clara (aiuola, 2006)


Sito ufficiale:
www.nonvogliocheclara.it

 
 

 

 
 

Non Voglio Che Clara
(Aiuola, 2004)

 
 

Inutile ricordare a me stesso quanta attesa dopo le delizie di "Hotel Tivoli" (che è giusto definire mini-lp) ci rendeva fremente la distanza da questo primo vero e proprio long playing dei Non Voglio Che Clara. Avevamo la percezione che si potesse andare persino oltre i raggiungimenti di quel delicato scrigno di emozioni sfumate e non sapevamo esattamente in che direzione. Certo non volevamo niente di più nitido, niente di più in sé concluso, niente di più aperto a possibili classifiche e troppe copertine, non ancora. Ma del resto, in che contesto? I NVCC non sono i Baustelle, e piuttosto che nel pop (ché qui non c'è quasi mai un ritornello che torni uguale a se stesso due volte) Fabio De Min riposa bene nell'alta tradizione della canzone d'autore italiana, che se una volta qualche pretesa commerciale l'aveva, oggi vi ha rinunciato. A citare le parole di Acty, primo fan della band e boss dell'Aiuola, "non c'è stato verso di fargli scrivere un singolone".
Tutto sommato in Hotel Tivoli qualche fragile segno in questa direzione si poteva cogliere; mettiamo la maggiore disinvoltura della title track o la perentoria ironia di "le paure".
Invece, di fronte al grande passo, che presumibilmente dirà qualcosa di definitivo sulle possibilità di diffusione di questa musica, prevale la scelta ultra-integralista.
Una scelta ultra-integralista che non rinuncia alla totale artisticità del prodotto anche a fronte di un cospicuo investimento economico, proporzionato ad un'etichetta così piccola. C'è da malignare che la scadente qualità sonora dei dischi di Macromeo e soprattutto Babalot trovi qui la sua ragion d'essere. I lussuosi arrangiamenti di "Non voglio che Clara", le spartane eleganze di queste canzoni sono dunque il contraltare aristocratico di quei suoni sgraziati, scorregge digitali, indolenze lisergico/casalinghe. Ma il tutto sembra aver funzionato, anche se i fan di Babalot non sono in maggioranza schiacciante proprio tutti concordi.
Credo si possa dire che ognuno dei dieci pezzi di questo disco sia poco più che ottimo e che ciò possa essere detto nonostante al decimo ascolto (il mio attuale, più o meno) il disco ancora non si lasci afferrare nella sua cifra conclusiva. E nonostante ciò leghi a sé l'ascoltatore con una forza che è paragonabile a quella che fa girare l'esteta attorno ad una statua greca, cercando di figurarsi come sia successo che abbia perso i suoi colori variopinti e che, nonostante la perdita, la sua bellezza aggetti con arroganza, sia detto che il disco omonimo dei Non Voglio che Clara è un disco diafano, rarefatto, quasi esangue. La sua ponderazione, i suoi elusivi giochi di luce sono mattutini e metafisici; s'impigliano sulle forme bianche di mobili laccati e muoiono sul vetro scurito di una realtà più letteraria che fisica.
Questo è un altro dei motivi che mi fa temere che questa bellezza imploda a contatto con il grezzo bitume del mercato: che niente e nessuno potrebbe identificarsi in canzoni di vita anodinamente vissuta da nessuno, imprigionata fra le colonne d'un quotidiano poggiato lì sul tavolo basso d'una fantasia di altissima maniera. Non c'è niente che vinca la sua partita a Risiko qui. Qui è come leggere, sognare, sentire l'epidermide appena sfiorata da una brezza di parole e poi - pof! - essere scaraventati via dalla realtà in un'ambientazione al confronto bieca.
Disco profondamente irrealista, sfiora il sublime. Art for art's sake.
Inutile dilungarsi. Le canzoni dei NVCC, pur nella distanza, è come se coniugassero Nick Drake e Gino Paoli, e senza che a ciò incomba alcuna tragedia imminente.
E' una mattina di sole, fra Camus e Stefania Sandrelli.
Gettate dunque a mare i cammarieri e gli altri: il futuro della musica d'autore italiana (in cui ribadisco: Syria non c'entra niente) inizia da qui.
And tomorrow never comes (?).

Alessandro


 

 
 

Hotel Tivoli
(Aiuola, 2004)

 
 

E' bello e brutto insieme quando t'imbatti in un oggetto casualmente d'élite e tenendolo teneramente fra le dita senti che il suo destino già non gli appartiene.

Inevitabilmente il continuum farà di questo "Hotel Tivoli" qualcosa di diverso che il timido primo (mini-?)lp d'un umbratile gruppo d'esoteria pop feltrino.
E' troppo buono per non consegnarsi a cambiamenti riconoscibili.
Ai Baustelle è capitato, e non poteva non.

I Non voglio che Clara seguono, in linea immaginaria, nella successione dell'italica grandezza in espansione.
Più sfumati, meno brillanti, più malinconici.

Non vorrei che Clara, ma so che Clara. C'est la vie.

Fermiamoci però un attimo prima, e lasciamo scorrere il cd per la sua durata di 23 minuti e 21 secondi, che sul display verde del mio lettore dvd (stornato a lettore cd) è semplicemente 23:21, ed equivale al momento della giornata in cui da un mese sbuccio dalla copertina un po'(un po'? molto) bellessebastiana il dischetto prezioso e lo metto dentro (me, il lettore di notte) a prodromo di notte.

Indi(pop) tutto si confonde in un flusso termoionico che si cronicizza nella memoria.
Si riposa il respiro, parte la delizia, e ovviamente ci spinge un po' a piangere di tutto, nell'ombra del dubbio che la bellezza si dia solo così.
Immagini frastagliate da pioggia su vetri di camere d'albergo, grigie stazioni di tappe esistenziali, vissute sempre troppo velocemente, nel passaggio di anni scissi fra il desiderio e la sua sottrazione.
Ma finché producono immagini, queste vane speranze di compimento diventano musica.

Sanno alternare con sapienza pieni ("Hotel Tivoli") e vuoti ("I piani per il sabato sera") i NVCC, andature jazz ("Il nastro rosa") e notturni satiano-feltiani ("Le paure"), crepuscolo ("L'ultima occasione") ed alba ("Se ti senti sola").
Altre parole potrebbero chiosare, in un gioco di rimandi di estrema maniera.
Non ho citato "Quello con la telecamera" ma solo perché il numero dei pezzi del cd è dispari. Primus inter pares.

E' una distanza fredda, affettata, letteraria quella di Fabio De Min, trasudante autoconsapevolezza e avente come frutto l'inevitabile snobismo di chi è diretto verso un'espressione che trovi la via maestra dell'originalità personale.
La struttura musicale, mai ridondante, è impreziosita lungo la via da una minima sezione d'archi e gira attorno alla scabra essenzialità di chitarra acustica e pianoforte. La voce è quasi annoiata e non si preoccupa di non essere particolarmente versatile.
I nomi dei riferimenti li trovate altrove: qui basterà ancora una volta tessere le lodi della presunzione creativa.

In soli sette pezzi, in gran maggioranza già editi, signori, questo è un disco da iniziare a memorizzare dettaglio per dettaglio.

Alessandro