
"Una band di Belluno
che scrive dischi d'altri tempi, manca solo il fruscio del
vinile e l'orchestra di San Remo '65. Piacerebbero da morire
a Tenco e Mina, anche se in realtà non sono troppo
lontani da Smiths e Divine Comedy". Quattro aggettivi
e due sostantivi: 'amore pensato' - 'solitudine' - 'alterità'
- 'profondamente italiani'. |
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Inutile
ricordare a me stesso quanta attesa dopo le delizie di "Hotel Tivoli"
(che è giusto definire mini-lp) ci rendeva fremente la distanza
da questo primo vero e proprio long playing dei Non Voglio
Che Clara. Avevamo la percezione che si potesse andare persino oltre
i raggiungimenti di quel delicato scrigno di emozioni sfumate e
non sapevamo esattamente in che direzione. Certo non volevamo niente
di più nitido, niente di più in sé concluso, niente di più aperto
a possibili classifiche e troppe copertine, non ancora. Ma del resto,
in che contesto? I NVCC non sono i Baustelle, e piuttosto che nel
pop (ché qui non c'è quasi mai un ritornello che torni uguale a
se stesso due volte) Fabio De Min riposa bene nell'alta tradizione
della canzone d'autore italiana, che se una volta qualche pretesa
commerciale l'aveva, oggi vi ha rinunciato. A citare le parole di
Acty, primo fan della band e boss dell'Aiuola, "non c'è stato verso
di fargli scrivere un singolone".
Tutto sommato in Hotel Tivoli qualche fragile segno in questa direzione
si poteva cogliere; mettiamo la maggiore disinvoltura della title
track o la perentoria ironia di "le paure".
Invece, di fronte al grande passo, che presumibilmente dirà qualcosa
di definitivo sulle possibilità di diffusione di questa musica,
prevale la scelta ultra-integralista.
Una scelta ultra-integralista che non rinuncia alla totale artisticità
del prodotto anche a fronte di un cospicuo investimento economico,
proporzionato ad un'etichetta così piccola. C'è da malignare che
la scadente qualità sonora dei dischi di Macromeo e soprattutto
Babalot trovi qui la sua ragion d'essere. I lussuosi arrangiamenti
di "Non voglio che Clara", le spartane eleganze di queste canzoni
sono dunque il contraltare aristocratico di quei suoni sgraziati,
scorregge digitali, indolenze lisergico/casalinghe. Ma il tutto
sembra aver funzionato, anche se i fan di Babalot non sono in maggioranza
schiacciante proprio tutti concordi.
Credo si possa dire che ognuno dei dieci pezzi di questo disco sia
poco più che ottimo e che ciò possa essere detto nonostante al decimo
ascolto (il mio attuale, più o meno) il disco ancora non si lasci
afferrare nella sua cifra conclusiva. E nonostante ciò leghi a sé
l'ascoltatore con una forza che è paragonabile a quella che fa girare
l'esteta attorno ad una statua greca, cercando di figurarsi come
sia successo che abbia perso i suoi colori variopinti e che, nonostante
la perdita, la sua bellezza aggetti con arroganza, sia detto che
il disco omonimo dei Non Voglio che Clara è un disco diafano, rarefatto,
quasi esangue. La sua ponderazione, i suoi elusivi giochi di luce
sono mattutini e metafisici; s'impigliano sulle forme bianche di
mobili laccati e muoiono sul vetro scurito di una realtà più letteraria
che fisica.
Questo è un altro dei motivi che mi fa temere che questa bellezza
imploda a contatto con il grezzo bitume del mercato: che niente
e nessuno potrebbe identificarsi in canzoni di vita anodinamente
vissuta da nessuno, imprigionata fra le colonne d'un quotidiano
poggiato lì sul tavolo basso d'una fantasia di altissima maniera.
Non c'è niente che vinca la sua partita a Risiko qui. Qui è come
leggere, sognare, sentire l'epidermide appena sfiorata da una brezza
di parole e poi - pof! - essere scaraventati via dalla realtà in
un'ambientazione al confronto bieca.
Disco profondamente irrealista, sfiora il sublime. Art for art's
sake.
Inutile dilungarsi. Le canzoni dei NVCC, pur nella distanza, è come
se coniugassero Nick Drake e Gino Paoli, e senza che a ciò incomba
alcuna tragedia imminente.
E' una mattina di sole, fra Camus e Stefania Sandrelli.
Gettate dunque a mare i cammarieri e gli altri: il futuro della
musica d'autore italiana (in cui ribadisco: Syria non c'entra niente)
inizia da qui.
And tomorrow never comes (?).
Alessandro
E' bello e brutto
insieme quando t'imbatti in un oggetto casualmente d'élite
e tenendolo teneramente fra le dita senti che il suo destino già
non gli appartiene.
Inevitabilmente il continuum farà di questo "Hotel
Tivoli" qualcosa di diverso che il timido primo (mini-?)lp
d'un umbratile gruppo d'esoteria pop feltrino.
E' troppo buono per non consegnarsi a cambiamenti riconoscibili.
Ai Baustelle è capitato, e non poteva non.
I Non voglio che Clara seguono, in linea immaginaria, nella successione
dell'italica grandezza in espansione.
Più sfumati, meno brillanti, più malinconici.
Non vorrei che Clara, ma so che Clara. C'est la vie.
Fermiamoci però un attimo prima, e lasciamo scorrere il cd
per la sua durata di 23 minuti e 21 secondi, che sul display
verde del mio lettore dvd (stornato a lettore cd) è semplicemente
23:21, ed equivale al momento della giornata in cui da un mese sbuccio
dalla copertina un po'(un po'? molto) bellessebastiana
il dischetto prezioso e lo metto dentro (me, il lettore di notte)
a prodromo di notte.
Indi(pop) tutto si confonde in un flusso termoionico che si cronicizza
nella memoria.
Si riposa il respiro, parte la delizia, e ovviamente ci spinge un
po' a piangere di tutto, nell'ombra del dubbio che la bellezza si
dia solo così.
Immagini frastagliate da pioggia su vetri di camere d'albergo, grigie
stazioni di tappe esistenziali, vissute sempre troppo velocemente,
nel passaggio di anni scissi fra il desiderio e la sua sottrazione.
Ma finché producono immagini, queste vane speranze di compimento
diventano musica.
Sanno alternare con sapienza pieni ("Hotel Tivoli") e
vuoti ("I piani per il sabato sera") i NVCC, andature
jazz ("Il nastro rosa") e notturni satiano-feltiani ("Le
paure"), crepuscolo ("L'ultima occasione") ed alba
("Se ti senti sola").
Altre parole potrebbero chiosare, in un gioco di rimandi di estrema
maniera.
Non ho citato "Quello con la telecamera" ma solo perché
il numero dei pezzi del cd è dispari. Primus inter pares.
E' una distanza fredda, affettata, letteraria quella di Fabio De
Min, trasudante autoconsapevolezza e avente come frutto l'inevitabile
snobismo di chi è diretto verso un'espressione che trovi
la via maestra dell'originalità personale.
La struttura musicale, mai ridondante, è impreziosita lungo
la via da una minima sezione d'archi e gira attorno alla scabra
essenzialità di chitarra acustica e pianoforte. La voce è
quasi annoiata e non si preoccupa di non essere particolarmente
versatile.
I nomi dei riferimenti li trovate altrove: qui basterà ancora
una volta tessere le lodi della presunzione creativa.
In soli sette pezzi, in gran maggioranza già editi, signori,
questo è un disco da iniziare a memorizzare dettaglio per
dettaglio.
Alessandro
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