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v/a

Dall'Ohio senza furore ma con riflessiva, esasperata consapevolezza. Musicalmente i National producono "american electric rock and indie rock's mellowest tunes". I National presentano "melodiose e ispirate composizioni, illuminate da influenze che vanno dal country-rock al pop/rock inglese" (AMG).

 

 

 
 

Discografia:

The National (Brassland, 2001)
Sad songs for dirty lovers (Brassland, 2003)
Alligator (Beggars Banquet, 2005)

Sito Ufficiale:
www.americanmary.com

 
 

 

 
 

Alligator
(Beggars Banquet, 2005)

 
 

"Un disco adulto" potrebbe voler designare troppe sintomatologie e troppo diverse.
Occorrerebbe anche al recensore un momento di psicoanalisi per elaborare bene le parole che la musica gli muove. Magari su questo impostare il tono e il contenuto di un consiglio che vorrebbe valevole. C'ho provato, seppur con l'incostanza e il disinteresse entro i cui margini riesco ancora a sentirmi più coinvolto che stressato dal dover definire un'opera.
Ebbene, "Alligator" è un disco che mi giunge al netto di ogni tentazione gioiosa e che vorrei avere afferrato ancora più adultamente di quanto, inevitabilmente, non competa all'analisi di un "semplice" disco di musica pop.
Ciò che queste parole e le note che lo spingono all'esaurirsi della durata finale infine, come effetto complessivo, dipingono è lo struggimento di un rapporto all'arte musicale che dica nitidamente la cifra della difficoltà della vita, le sue altezze e le sue bassezze, tutte mescolate nel canto lamentoso di chi chiede scusa per tutto ("Baby we'll be fine") e che diffida di sé sino al punto di mettere in guardia dal valore oggettivo e comunicabile dell'arte.
Un disco, adulto consapevole, eppure, nella sua ultima istanza, disilluso e alla ricerca di un acquietamento nell'ebbrezza nichilistica della rassegnazione.
Lo si ascolta come una storia senza sbocchi e al contempo come l'unico sbocco possibile di una storia vissuta intensamente.
Un'opera poetica di rara intensità che coniuga l'estrema urgenza dell'espressione alla sconsolante realtà che l'espressione serva a prendere coscienza del fallimento e della insostanzialità di relazioni umane. Lo fa servendosi di strutture musicali solide di un gruppo nato "maturo", un gruppo di razza, si direbbe e che si ascolta con la stessa certezza di essere di fronte ad un evento poetico che ha fra i suoi possibili riferimenti Cohen e Cave, anche se ciò non deve trarre in inganno.
E' un giudizio complessivo e non formale, poiché musicalmente i nostri non si spaventano di alternare ballate (magnifiche) e classiche e piano-dirette come "Karen", il pezzo più memorabile dell'opera ad anthem quasi punk ("Lit up", "Abel").
Il folk-rock (ma potreste, data la jungla delle definizioni contemporanea rinvenirvi pure il mood di un alt. country esistenzialista) è comunque matrice rodata per il gruppo che qui giunge al suo terzo brillante capitolo.
Forse meno d'impatto del suo straordinario predecessore, nondimeno il disco si apre in comunicatività, guadagnando punti e forse pubblico.
Certamente metterà d'accordo pubblico e critica, e a maggior conto verrà ricordato in questo anno ancora avaro di dischi straordinari.
Non fosse per qualche episodio meno efficace (ma mai comunque sciatto) saremmo di fronte al primo indiscusso capolavoro del 2005.
Ma ancora di più, "Alligator" ci regala ben più che una speranza di essere di fronte ad un gruppo di spessore. Un disco di spessore. Come quello precedente. E come quello prima ancora.

Alessandro