Dall'Ohio senza furore ma con
riflessiva, esasperata consapevolezza. Musicalmente i National
producono "american electric rock and indie rock's mellowest
tunes". I National presentano "melodiose e ispirate
composizioni, illuminate da influenze che vanno dal country-rock
al pop/rock inglese" (AMG). |
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"Un
disco adulto" potrebbe voler designare troppe sintomatologie
e troppo diverse.
Occorrerebbe anche al recensore un momento di psicoanalisi per elaborare
bene le parole che la musica gli muove. Magari su questo impostare
il tono e il contenuto di un consiglio che vorrebbe valevole. C'ho
provato, seppur con l'incostanza e il disinteresse entro i cui margini
riesco ancora a sentirmi più coinvolto che stressato dal
dover definire un'opera.
Ebbene, "Alligator" è un disco che mi giunge al
netto di ogni tentazione gioiosa e che vorrei avere afferrato ancora
più adultamente di quanto, inevitabilmente, non competa all'analisi
di un "semplice" disco di musica pop.
Ciò che queste parole e le note che lo spingono all'esaurirsi
della durata finale infine, come effetto complessivo, dipingono
è lo struggimento di un rapporto all'arte musicale che dica
nitidamente la cifra della difficoltà della vita, le sue
altezze e le sue bassezze, tutte mescolate nel canto lamentoso di
chi chiede scusa per tutto ("Baby we'll be fine") e che
diffida di sé sino al punto di mettere in guardia dal valore
oggettivo e comunicabile dell'arte.
Un disco, adulto consapevole, eppure, nella sua ultima istanza,
disilluso e alla ricerca di un acquietamento nell'ebbrezza nichilistica
della rassegnazione.
Lo si ascolta come una storia senza sbocchi e al contempo come l'unico
sbocco possibile di una storia vissuta intensamente.
Un'opera poetica di rara intensità che coniuga l'estrema
urgenza dell'espressione alla sconsolante realtà che l'espressione
serva a prendere coscienza del fallimento e della insostanzialità
di relazioni umane. Lo fa servendosi di strutture musicali solide
di un gruppo nato "maturo", un gruppo di razza, si direbbe
e che si ascolta con la stessa certezza di essere di fronte ad un
evento poetico che ha fra i suoi possibili riferimenti Cohen e Cave,
anche se ciò non deve trarre in inganno.
E' un giudizio complessivo e non formale, poiché musicalmente
i nostri non si spaventano di alternare ballate (magnifiche) e classiche
e piano-dirette come "Karen", il pezzo più memorabile
dell'opera ad anthem quasi punk ("Lit up", "Abel").
Il folk-rock (ma potreste, data la jungla delle definizioni contemporanea
rinvenirvi pure il mood di un alt. country esistenzialista) è
comunque matrice rodata per il gruppo che qui giunge al suo terzo
brillante capitolo.
Forse meno d'impatto del suo straordinario predecessore, nondimeno
il disco si apre in comunicatività, guadagnando punti e forse
pubblico.
Certamente metterà d'accordo pubblico e critica, e a maggior
conto verrà ricordato in questo anno ancora avaro di dischi
straordinari.
Non fosse per qualche episodio meno efficace (ma mai comunque sciatto)
saremmo di fronte al primo indiscusso capolavoro del 2005.
Ma ancora di più, "Alligator" ci regala ben più
che una speranza di essere di fronte ad un gruppo di spessore. Un
disco di spessore. Come quello precedente. E come quello prima ancora.
Alessandro
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