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Mrsixties è un gruppo di Castelfranco Veneto (TV) nato nel 2002 ad opera di Luca Sella e Marco Lorenzoni (ora anche col duo elettronico Claro). Il nome deriva da una piccola tastiera giocattolo molto vecchia trovata in una cantina e spesso fulcro dei loro pezzi). Il primo nucleo di Mrsixties è formato da Luca (testi, chitarre, voci, batteria e mr60 appunto), Marco (chitarre, voci, glockenspiel, mr60) e Anna (violino, voci, mr60). Sin dai primi EP il suono di Mrsixties comincia a definirsi in quella traiettoria che fa incrociare il pop sgangherato e sporco come dei Belle & Sebatian meno luccicanti e la ballata triste e arrabbiata con il mondo. |
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Giusto un anno fa la
ribalta si apriva a MR60, complessa formazione "intercambiabile"
di Castelfranco Veneto: e si ricordava come, dopo due ottime collaborazioni
con etichette straniere, sarebbe giunta davvero l'ora per una folgorante
entrée nella discografia nazionale, con qualcosa di importante da
sciorinare.
Niente di questo è accaduto (peggio per le etichette più asfittiche),
ma un ulteriore passo dentro l'autoproduzione sì, e ancora convincente,
Ugly Dogs è lo strumento, Flatland aka Mauro Martinuz il compagno
di strada, un ep 'lungo' il risultato, il web il veicolo diretto,
per l'ennesima volta.
Nessuna sostanziale novità, la ormai risaputa abilità nel songwriting,
il nitore strutturale, l'inserzione di elementi di pausa dall'alienazione
e le diluizioni acustiche, ormai caratteri costitutivi di una delle
migliori band italiane per 'cosa e come'. Vi si aggiunga una maggiore
propensione alla Terra, al folk svincolato da categorie più moderne,
e una più massiccia lentezza che Celentano aborrirebbe ma a noi,
qua, al caldo, piace non poco.
Tre dodicesimi nella summa dei loro episodi migliori ("Three wishes"
dall'andamento killer, "After schooltime" quasi natalizia e nordica,
e la surreale "Vegetables in the space"), un livello medio che tanti
si sognano, la proterva atemporalità di suoni buoni sempre, con
ogni meteo, a qualunque ora, qualsiasi sia la moda imperante per
due mesi nell'outside world. Migliorassero appena la pronuncia,
i festival e i tour d'Europa dovrebbero loro aprirsi come le cataratte
a Mosé.
Anche la grafica minimale e infantile di Eleonora Marton conferisce
ulteriore appeal e connotazione homemade al lavoro dell'extended
band, personaggi per cui "buona la prima" è uno stile irrinunciabile,
sia quando bevono un bicchiere prima di comporre piccole elegie
senza capo né coda e belle proprio per questo, sia quando registrano
e divulgano, intrecciano relazioni oltrecortina e adoperano una
politica al servizio dell'ascoltatore. Avercene, ci piangeremmo
meno addosso, e di più con loro.
Enrico
Uno si trova davanti a un tale titolo e medita di cassare il disco che ha davanti, attribuendolo alle nuove leve hiphop o simili paraggi. E invece.
Avessero scritto "Strumenti scordati" sarebbe stato tutto più chiaro. Scordati nel senso ambivalente di 'non messi a punto', sghembi, intermittenti; e di 'dimenticati', nel tempo o da qualcuno. E ci sta anche la specificazione: chi avrebbe potuto abbandonare i ferri del mestiere, diciamo in un pagliaio, se non qualcuno che ha deciso di non suonare più?
Chi può avere lasciato per esempio un glockenspiel? 'Mettiamo un annuncio?' si saranno detti i giovani che casualmente l'hanno scoperto. 'No, proviamo a suonarlo noi', fu la risposta. Così narra la leggenda, che anziché inviare un corriere a Glasgow dai Belle And Sebastian, o a Calexico Town, oppure a Parma dai Pecksniff, Marco Lorenzoni e i suoi si sono messi a darci dentro.
E lo hanno fatto con tale costrutto che, un ep dopo l'altro, tutti ravvicinati nel tempo, sono approdati a pubblicare per questa bizzarra syndication di labels, la genovese Marsiglia (che ha nel roster i Senpai e i Prague, pure impegnati a tenere alta la bandiera del pop fatto in casa) e la danese BSBTA, acronimo che nasconde la locuzione Bloated Sasquatch Beer Theatre Audio, la quale ultima intende promuoverli e distribuirli nel fertile circùito del nord Europa, dove suonerebbero di certo non convenzionali nè derivativi.
Non solo: il trio della Marca trevigiana si è aperto anche altre porte, per esempio le altre etichette indie Ugly Dog e Livingroom, che -ancora curiosamente- assieme hanno dato alle stampe la raccolta 'Postcards', dalla bellissima cover, includente una ventina di situazioni per lo più olandesi, nella quale i Nostri figurano come unici italiani.
Difficile valutare d'acchito l'attinenza fra il moniker che si sono scelti, e il concetto di Sixties. Forse i Sessanta davanti a un caminetto in Nebraska, che non sarebbero poi così diversi dalle altre decadi; oppure l'approssimarsi a certo folkpop inglese. Certo è che loro stessi per primi esulano da qualsiasi facile accostamento: si autodefiniscono 'il fantasma di un motociclista beat che rivive in una piccola tastiera giocattolo, rotta, trovata in cantina da mio nonno'. Sarà, ma io ci vedo anche dell'altro in queste piccole storie: difficile trovare nell'opera completa dei Mr60 affreschi di lunga durata, piuttosto schegge volatili, loop trascinati con studiata pigrizia, battiti di mani, carillons, frasi smozzicate, bassissima fedeltà, impalpabile portata-di-mano, l'essenza della tweeness come ci viene impartita dall'altrove.
Da un momento all'altro potrebbero smettere di suonare e sedersi, e riprendere per un mezzo minuto di folgorante ispirazione, per poi iniziare da capo con un altro pezzo. lontani dall'essere improv- o avant-, sono semplicemente alt-tutto, provvisori. E quando una vocina di giovane donna si libra in gorgheggi [come nella relativamente stagionata 'His way through UK (it seems ok)', episodio cui ho lasciato il cuore un inverno fa], essa incrocia casualmente una tastierina a mano, il frullo di un passero, un coetaneo che fischietta e batte il tempo col piede, uno sterrato calpestato da ben pochi passi.
Ecco, questa è musica per pochi passi. Pochi passi da percorrere, e piano, e fermandosi pure, ché il vento ha appena parlato, e portato con sé una nota distante, che vola alta e scende bassa ad aggiungersi strada facendo con occhi sofferenti e tremoli, come chi è stanco del mondo là fuori, the outer space. Più America che Europa, comunque.
Per tornare a bomba all'album in trattazione, non sfugge come perfino il lettore realplayer fatica a trovare una definizione omogenea per i singoli brani: per la minuscola 'Take care of the alligator when you go to Florida, man!' (più lungo il titolo che non il pezzo.), ad esempio, il software sciorina un eloquente spazio bianco riempibile in maniera centrata solo da termini extramusicali, quali 'malinconia e tramonto e nostalgia di vecchio'; mentre 'You don't care but I'm trying', paradigmatica se si vuole di tutti i contesti artistici che operano in d.i.y. ('a te non fregherà, ma io ci sto provando'.), gode nell'essere dubbata di un 'blues' che a conti fatti ci sta, sempre se lo si intende nell'accezione più rurale e scarna possibile. E pure questo disco e questa band stanno qua in bella vista, prima che sia troppo tardi per parlarne come di una gemma nascosta e passata: non può essere che l'Europa sotterranea si accorga di loro, e qua ci si alambicchi nel trovare nuovi modelli cui far ispirare la prossima big thing del condominio di qualche discografico.
Enrico
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