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v/a

Sul lato più triste dell'indiepop si accomodano Mark Tranmer e Roger Quigley, in coppia i Fratelli Mongolfiera di Manchester, autori di dolenti bozzetti sospesi fra il sogno e il rammarico, intenti a sondare gli aspetti meno strutturanti dell'esperienza relazionale. Dopo il capolavoro assoluto "Seventeen stars" aspettiamo già da due lp che sappiano ripetersi a quei livelli.

 

 

 
 

Discografia:

Seventeen stars (Vespertine, 1999 )
The world is flat (Poptones, 2002)
All my bad thoughts (Vespertine, 2005)

Sito Ufficiale:
www.montgolfiers.co.uk

 
 

 

 
 

All my bad thoughts
(Vespertine, 2005 )

 
 

Cattivi pensieri, dunque.
Pensieri che s'incancreniscono nel silenzio automatico del sopravvivere. Pensieri terribili che altro non sono se non il fiume che tutto trascina, elemento fluente dell'io; neutri perché plasmabili, nemici del sé perché aperti agli altri, come braccia che attraggano o respingano senza possibilità di previsione.
I pensieri dei fratelli mongolfiera da sempre volano via, riguadagnando la distanza aerea da cui giudicare ciò che s'era, statuendo il presente proprio nel gesto che separa.
La malinconia del dir sé, chiamare sé vivendo l'allontanamento proprio all'alba del compimento.
"All my bad thoughts" persevera come onestà prevede e se non s'inoltra è perché già in fondo.
Rimane la musica, per chi non fa astrazione.

La musica è statica, la più statica che Tranmer e Quigley abbiano mai prodotto. Diafana ed inefficace per scelta, come suoni di chi abbia voluto reagire a grandi attese dichiarandosi sconfitto in partenza, per allontanare l'ulteriore tristezza di ri-pensarsi.
Le canzoni non s'evolvono. Partono dalla quiete rassegnata e s'estinguono nella stanchezza.
La voce s'accontenta di seguire ora una tenue linea di pianoforte, ora un dimesso sentiero di chitarra senza il coraggio di affermare persino una linea melodica dissenziente.
La ricerca del fusionale, dell'incondizionato attraverso la lamentela, la resa, la soppressione di sentimenti pur vivi e totalitari.
Quigley dipinge la sconfitta e la malinconia della stessa con sublime distacco, ben attento a non varcare la soglia dell'autoafflizione.

I due mancuniani sono troppo presi dai fatti loro per impegnarsi a fondo a fare un disco che sorprenda e così, a differenza degli altri due capitoli (il primo dei quali ha già meritato un posto d'onore nella nostra listona) quest'aggiornamento delle confessioni dei fratelli dipende totalmente da voi: provate a metterlo su in un giorno d'accidia; vi sembrerà che niente di più intimo sia stato mai prodotto in musica. Se non ne avvertirete la sostanza materica, il suo supporto fisico e vibratile, esso vi giungerà senza alcuna sorpresa e sottilmente.
Se avrete allora sperimentato questo stato di fortunata ascesi miserabilista non provate a bissare l'esperimento in giorni di serena medietà lavorativa, perché lo stesso vi risulterebbe d'una pesantezza difficilmente narrabile e vi ritrovereste, perdendo ogni residuo di necessaria finzione, da soli con l'imprendibilità delle emozioni, a chiedervi se sia stato allora che fingevate oppure oggi.

In taluni episodi i Montgolfier Brothers sono come una versione cantata dei July Skies; soffici riverberi di chitarra che si propagano senza meta. Leggeri e quasi indifferenti. Carezzati dalla voce di Roger Quigley che non tenta di distinguersene ed è come se li sospingesse con delicatezza verso l'oblio della fine. Le percussioni scomparse tranne che per isolate ed innocue epifanie.

Ed ecco, la fine: se l'attendete non arriva mai.
Se iniziate a rimuginare su quisquilie quali l'identità di ogni singolo pezzo qui raccolto non arriverete mai neppure ad accorgervi che la tracklist è scattata di un'unità.
Così è con i Montgolfier Brothers.
Inutile ingrossare le fila dei cattivi pensieri.

Alessandro