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Sul lato più triste
dell'indiepop si accomodano Mark Tranmer e Roger Quigley,
in coppia i Fratelli Mongolfiera di Manchester, autori di
dolenti bozzetti sospesi fra il sogno e il rammarico, intenti
a sondare gli aspetti meno strutturanti dell'esperienza relazionale.
Dopo il capolavoro assoluto "Seventeen stars" aspettiamo
già da due lp che sappiano ripetersi a quei livelli.
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Cattivi pensieri, dunque.
Pensieri che s'incancreniscono nel silenzio automatico del sopravvivere.
Pensieri terribili che altro non sono se non il fiume che tutto
trascina, elemento fluente dell'io; neutri perché plasmabili,
nemici del sé perché aperti agli altri, come braccia
che attraggano o respingano senza possibilità di previsione.
I pensieri dei fratelli mongolfiera da sempre volano via, riguadagnando
la distanza aerea da cui giudicare ciò che s'era, statuendo
il presente proprio nel gesto che separa.
La malinconia del dir sé, chiamare sé vivendo l'allontanamento
proprio all'alba del compimento.
"All my bad thoughts" persevera come onestà prevede
e se non s'inoltra è perché già in fondo.
Rimane la musica, per chi non fa astrazione.
La musica è statica, la più statica che Tranmer e
Quigley abbiano mai prodotto. Diafana ed inefficace per scelta,
come suoni di chi abbia voluto reagire a grandi attese dichiarandosi
sconfitto in partenza, per allontanare l'ulteriore tristezza di
ri-pensarsi.
Le canzoni non s'evolvono. Partono dalla quiete rassegnata e s'estinguono
nella stanchezza.
La voce s'accontenta di seguire ora una tenue linea di pianoforte,
ora un dimesso sentiero di chitarra senza il coraggio di affermare
persino una linea melodica dissenziente.
La ricerca del fusionale, dell'incondizionato attraverso la lamentela,
la resa, la soppressione di sentimenti pur vivi e totalitari.
Quigley dipinge la sconfitta e la malinconia della stessa con sublime
distacco, ben attento a non varcare la soglia dell'autoafflizione.
I due mancuniani sono troppo presi dai fatti loro per impegnarsi
a fondo a fare un disco che sorprenda e così, a differenza
degli altri due capitoli (il primo dei quali ha già meritato
un posto d'onore nella nostra listona) quest'aggiornamento delle
confessioni dei fratelli dipende totalmente da voi: provate a metterlo
su in un giorno d'accidia; vi sembrerà che niente di più
intimo sia stato mai prodotto in musica. Se non ne avvertirete la
sostanza materica, il suo supporto fisico e vibratile, esso vi giungerà
senza alcuna sorpresa e sottilmente.
Se avrete allora sperimentato questo stato di fortunata ascesi miserabilista
non provate a bissare l'esperimento in giorni di serena medietà
lavorativa, perché lo stesso vi risulterebbe d'una pesantezza
difficilmente narrabile e vi ritrovereste, perdendo ogni residuo
di necessaria finzione, da soli con l'imprendibilità delle
emozioni, a chiedervi se sia stato allora che fingevate oppure oggi.
In taluni episodi i Montgolfier Brothers sono come una versione
cantata dei July Skies; soffici riverberi di chitarra che si propagano
senza meta. Leggeri e quasi indifferenti. Carezzati dalla voce di
Roger Quigley che non tenta di distinguersene ed è come se
li sospingesse con delicatezza verso l'oblio della fine. Le percussioni
scomparse tranne che per isolate ed innocue epifanie.
Ed ecco, la fine: se l'attendete non arriva mai.
Se iniziate a rimuginare su quisquilie quali l'identità di
ogni singolo pezzo qui raccolto non arriverete mai neppure ad accorgervi
che la tracklist è scattata di un'unità.
Così è con i Montgolfier Brothers.
Inutile ingrossare le fila dei cattivi pensieri.
Alessandro
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