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I canadesi Metric sono Emily
Haines, James Shaw, Josh Winstead e Joules Scott-Key. La loro
storia è decisamente tormentata: insieme dal 2000,
incidono l'album successivo un album intitolato "Grow
Up and Blow Away" per la Restless che non viene mai pubblicato.
Nel frattempo la band si sposta da Montreal a New York e affina
il proprio suono, che da semplice indiepop si trasforma in
qualcosa di più complesso, stratificato ed affilato.
Nel 2002 la Haines e Shaw partecipano al secondo album del
progetto Broken Social Scene, che viene accolto molto bene
anche in USA e garantisce ai Metric una popolarità
riflessa che permette loro di pubblicare finalmene il primo
album: "Old world underground, where are you now".
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E' stata probabilmente una piccola forzatura ospitare i Metric sulle nostre pagine (prima che nella pubblicità dei cioccolatini, va detto): l'allure indie della cantante Emily Haines, per di più fresca reduce dai Broken Social Scene, la forza diretta e la political correctness di "Old World Underground" davvero non ci hanno lasciato scelta. Ma poi la formula-revival della band (new-wave ammorbidita da melodie spigolose, a voler trovare una formuletta pronta all'uso) è diventata tra le più riconoscibili del panorama indie, i flirt con la musica pop si son rivelati ben più che occasionali e allora torniamo volentieri ad occuparci di questo "Live It Out" che, va detto, è sostanzialmente identico al precedente fuorché nel contenuto lirico, sbriciolando le certezze del passato in una lunga serie di dubbi e domande.
Non c'è senso di progressione nei Metric, ma per fortuna nemmeno rughe premature: i riffs funzionano come e più del solito ("Handshakes"), la voce tagliente e cristallina di Emily diventa vulnerabile, sexy, aggressiva senza mai perdere smalto; le chitarre conquistano un posto di maggior rilievo nel mixaggio ma evitano di fagocitare il disco, che anzi vive le intuizioni più felici nei pezzi meno sfavillanti di lustrini: "Too Little Too Late" e il suo intro a base di basso, i tempi perfetti d'incastro fra strofe e tastiere di "Poster of a girl" , singolone ideale che torna indietro sino ai Visage con il sussurrare francofono di Emily, replicata da "Police and the Private" che lascia spazio alla base ritmica e al virtuosismo sexy della voce. C'è il seguito di Succexy ("Monster Hospital)" che vale la metà, ma nel complesso"Live it Out" elude felicemente la sindrome da Garbage che ha steso i Ladytron; e nel tirare un sospiro di sollievo concediamo loro persino l'epilettica cavalcata in stile Blondie della title track, ma solo perché sta in fondo al disco.
Pop temperamentale, che vive sul carisma della voce e sulla aggressività
trattenuta degli strumenti, un po' come quello dei Long Blondes
rivisitato in chiave più "bionda": sono facili i Metric, a tratti
troppo facili, ma i loro album si ascoltano con piacere, canzone
dopo canzone. C'è a chi basta.
Salvatore
Cominciamo presto. Appena archiviato - non senza una certa soddisfazione - il meglio del 2003, i suoi postumi sono destinati a perseguitarci per almeno quattro mesi. Come ogni anno.
Il primo di questi postumi è micidiale. Si chiamano Metric, un gruppo di illustri sconosciuti. E parevano destinati a rimanere tali, almeno per il sottoscritto, a fidarsi di una descrizione Pitchforkiana col marchio "dance-punk and new wave", argomento più che convincente allo snobismo indiepop. Però.
Però Emily Haines, voce dei Metric, è anche la ragazza che canta "park that car/drop that phone/sleep on the floor/dream about me" (breve pausa di ammirazione) nel mantra più efficace delle ultime stagioni, l'Inno Per Una Ragazza Di 17 Anni dei Broken Social Scene, motivo più che sufficiente per indurre chiunque a concedere un ascolto al disco della sua "vera" band.
Ed è stato amore a prima vista. Infatuazione seria ed irragionevole.
Scordatevi il punk, la dance e la new wave (oddio, magari un'ombra di ElGuaperìa): qualcuno ha fatto un po' di confusione. Comprensibile, perché "Old World Underground, Where are You Now?" è uno di quei dischi che oggi si fanno sempre più raramente, ed è scusabile che manchino le coordinate per descriverlo. Negli anni 80 sarebbe forse stato un disco pop da classifica indie, negli anni 90 una semplice e misconosciuta perla college-rock, ma oggi è un oggetto talmente semplice e privo di sottintesi da apparire misterioso.
Per quel che mi riguarda i Metric fanno pop (rock?) nell'accezione più classica e comune del genere. Melodia e ritmo, con la non indifferente capacità di tenerti incollato ai loro pezzi dal primo all'ultimo minuto. Certo, è un po' più sostenuto della nostra quotidiana cup of tea, e tuttavia così esplicitamente melodico da non ammettere repliche. "Succexy" e "Combat baby" sono due bombe poprock che brillano di energia incontenibile, da subito a futura memoria, "IOU" è linea di basso pulsante sotto la quale si agitano inquiete tastiere; accelera, rallenta, riaccelera, ingrana la marcia al semaforo, freme e sbuffa, è un pezzo nel quale è bello perdersi. "On a slow right" rallenta atmosfere ed armonie, "Wet Blanket" sono gli Yeah Yeah Yeahs a dieta power-pop.
Il paragone più immediato, per genuina voglia di suonare, forza esplosiva e - perché no - leggerezza, è coi New Pornographers di "Mass Romantic" ma con il 50% di elettronica aggiunta. Singulti di tastiere che bruciano e rinascono in forme melodiche, pop-rock senza aggettivi mina alle fondamenta il ruolo di nuova musa minimale della Haines. Che qui canta divinamente, adattando toni e accenti agli umori degli undici pezzi dell'album, tutti potenziali college hits, e li rende straordinari uno ad uno. Come la Juliana Hatfield dei miei sogni. Sono ormai dieci giorni che ogni due CD che ascolto, uno è "Old World Underground", e non credo che ci sia bisogno di spiegare perché.
Dichiaro ufficialmente aperta la stagione dei rimpianti per le playlist 2003.
Salvatore
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