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Formati
nel 1997, il duo dei Kansasiani Compagni di Stato è artefice di un melange singolare: tastiere/pianoforti
a profusione e percussioni. Il tutto declinato secondo i dettami
di una esuberante solarità californiana. |
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Procedendo
dal colore grigio-indiepop verso tonalità più chiare
e facendosi esso sempre più succedaneo di luce solare, plumbea
cappa di giri armonici condannati dalla matematica combinatoria
a ripetere le medesime sfumature di sfumature di sfumature, i Mates
of State possono vantare la capacità di mandar giù una vaga pioggerellina e cristallini di speranza.
Bring it back", quarta fatica di Kori Gardner (voce e tastierame
infinito) e Jason Hammel (Precussioni varie/voci) è lavoro
corposo, solido, che fa giungere a maturazione gli elementi formali
e contenutistici del duo di Lawrence, Kansas.
Senza chitarre e bassi poiché tutto un percuotere tasti bianchi
e tasti neri.
Il risultato è infatti parecchio tasty.
Un pop grintoso senza ricalchi: pienezza di suoni e intenti, soluzioni
compatte eppure capaci di incatenare l'attenzione per dieci tracce
e quarantuno minuti.
Il feeling quasi punk di tastierine pompate di fuzz
e psichedelicismi, pianoforti malandrini e una splendida batteria
non-strafacente/versatile sono i marchi di fabbrica, unitamente
a tanti bei ricami vocali che potrebbero sembrare twee
ma non lo sono, o se lo sono non stuccano come dovrebbero.
Non è bubblegum, perché non vuole consumarsi
velocemente: è disco di ripetuti ascolti.
Ha un po' i Beach Boys dentro ma incattiviti e impunkiti, riottosi
come girls da spiaggia.
E' gioviale e schizza adrenalina, è variopinto senza logorarsi
come un vestito troppo esile perché troppo sfrangiato.
Ora io magari lo sottovaluto un po', ma da com'è preso quest'annaccio,
sembra che sia indispensabile re-incontrarsi con i Compagni di Stato.
Se non altro per compilare resoconti.
Va detto, con forza, che è formalmente che il disco veicola
al meglio l'esile melodismo: se v'è un'arte di apparire forti
e va giudicata come si giudicherebbe effettivamente la forza, questo
disco brilla di qualcosa.
Io lo consiglio. Se non altro come diversivo alla noia e ad un volume
confacente.
Power pop creativo, tradizionale ma anche no.
Le Sleater/Kinney che abusano di limonata.
Alessandro
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