|

Dopo aver suonato la chitarra in diverse indie bands svedesi durante gli anni 90, Nicolas Makelberge sceglie la carriera solista nel 2005, aiutato dall'amico Johan Tuvesson. Insieme i due producono melodie pop in un contesto digitale. "Dying in Africa" è il loro primo album.
|
|
|
Di tutti i dischi che affollano la mia scrivania Dying in Africa è il più enigmatico. E' composto da parti che non combaciano, anche se si presenta impeccabile e in doppiopetto, come ad un colloquio di lavoro.
Esempio: il titolo e la copertina (realizzata dalla ragazza Friday Bridge sotto l'imprint Une Esthétique Nouvelle). Vedete? Non combaciano.
Altra contraddizione: Makelberge si presenta come un performer elettronico di classe. Nulla a che vedere con i giovani connazionali Le Sport (rip) e il loro revival 80. Eppure l'unica approssimazione possibile per questo disco indescrivibile è il Peter Gabriel di "So"; per la qualità vocale e la sua noncurante penetrazione nel tessuto sintetico dei brani. Ed era il 1986.
"Dying in Africa" è un album elettronico senza hits. Non possiede il dono dell'immediatezza e della riciclabilità dei suoi contemporanei. Freddo e narciso performer di classe, Makelberge dilata i suoi brani, li affida a un'elettronica studiata ed impeccabile che ricorre spesso ad antichi tempi dance ("So Young", "If You Knew", "Dying in Africa") e all'effetto nebbia tipico delle produzioni centroeuropee, apparendo completamente avulsa da un cantato che costituisce storia a se'. Eppure la transizione tra i due stati avviene senza sforzo, forse perché è la coscienza dell'ascoltatore a venir meno: i brani sono così luuunghi che arrivato alla fine di un pezzo non hai più idea di come era iniziato; è come trovarsi in una casa enorme e piena di porte nascoste, e il padrone di casa non ha tempo di farti fare il grand tour perché è troppo impegnato a guardarsi allo specchio.
Più lo ascolto e più il quadro d'insieme mi sfugge. Cerco aiuto nelle parole che spese per lui il nostro Marco: funk, Nick Drake, Prince, ma no, i conti non tornano.
E allora su Dying In Africa posso solo esprimere concetti empirici: è un album notturno, perché il buio ne ispessisce linee e beats, ed è invernale, perchè ha bisogno del freddo per far sentire il suo calore nascosto. Soffre la dispersione dei suoni e va goduto in silenzio. Contiene odori funk in forma omeopatica, così diluiti da risultare invisibili. E può sembrare un disco antipatico per l'avarizia nel dispensare emozioni, ma non serve un analista per capire che si tratta di eccesso di sensibilità.
E se proprio non riuscite a perdonarlo, mettete "Dying In Africa" a basso volume prima di accomodarvi sul divano con la persona che amate per dare a Makelberge quello che si merita: reggere il moccolo, per una volta.
Salvatore
|