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Basati a Greenwich, ma con diversi membri provenienti da Liverpool, i Lucky Soul sono un misto di indiepop e Motown, girl-groups e musica soul, suonata con il lucido contegno che apparteneva ai St Etienne. Guidati dal talento compositivo di Andrew Laidlaw e dalla voce elegante della bionda Ali Howard, sono nati alla fine del 2004 ed hanno fondato la label Ruffa Lane per la quale pubblicano tutti i loro dischi. La band consiste di: Ali Howard (voce), Andrew Laidlaw e Ivor Sims (chitarre), Toby Fogell (basso), Malcolm Young (tastiere) e Nathaniel L. Perkins (batteria).

 

 

 
 

Discografia:

The Great Unwanted (Ruffa Lane, 2007)

Sito Ufficiale:
www.luckysoul.co.uk

 
 

 

 
 

The Great Unwanted
(Ruffa Lane, 2007 )

 
 

Che i Londinesi Lucky Soul siano - mediaticamente - un prodotto trasversale della follia Pipettes (che peraltro predatano) è meno importante delle esplicite differenze nel modo di proporsi; alle moine di Rose è sostituita l'eleganza da diva Hollywoodiana di Ali Howard e quella più discreta dei suoi accompagnatori, non meno timidi dei Cassettes ma sicuramente più presenti.
Su questa immagine, e su una formula musicale d'annata che ricicla soul bianco e brill-building pop - niente di nuovo sul fronte revival - i Lucky Soul hanno tenuto botta per una manciata di singoli eccellenti grazie ad una impeccabilità formale, alla personalità della voce di Ali, alla precisione mimetica degli arrangiamenti.

Ma c'è molto di più, e "The Great Unwanted" ne è la prova: a trainarlo sono i formidabili pezzi già apparsi in sette pollici - "My Brittle Heart", "Lips Are Unhappy", "Ain't never Been Cool" e la recente, Crystal-lina, "Add Your Light To Mine, Baby" - che non arretrano dalla loro sinuosa impudenza, ma la vera arma dei Lucky Soul è il contesto nel quale tali pezzi sono immersi, il modo in cui la band si dedica alla propria arte e asseconda la finzione che essa richiede. E allora la bellezza elegante, stilosa della cantante, il talento di arrangiatore di Andrew Laidlaw, l'autocontrollo che governa ogni pezzo, la profonda attenzione ai dettagli diventano strumenti funzionali alla messa in scena di uno spettacolo sontuoso e credibile. Avvinti dall'eleganza delle citazioni Spectoriane di "Struck Dumb" e "My Darling Anything", travolti dalla foga boogaloo di "Get Outta Town!", conquistati dalla capacità di sintesi della title-track, adeguato e Shirellesiano compendio dell'intero body of work della band, non possiamo che inchinarci di fronte a tanta lucida bravura. La precisione negli incastri di fiati ed archi, la voce sottile di Ali che dà il via alle danze con un semplice "Shake, shimmy", la dedizione che traspere dall'intero lavoro è frutto del sudore della band che ha fatto tutto da sola, dalle registrazioni al packaging.

L'unico limite di The Great Unwanted è anche la sua più grande ricchezza: come ogni spettacolo che si rispetti ha bisogno della sospensione d'incredulità del cinema, necessita che crediate a gioielli e chiffon che adornano la chioma bionda di Ali e alla vita aristocratica dei signori in smoking. Non a caso l'heartache sotteso alla maggior parte dei testi usa un linguaggio da cinematografo d'essai, scava nell'immaginario romantico. Quanti, per lamentare solitudine, direbbero "ho le labbra infelici"? E chi oggi userebbe con tanta insistenza il termine "baby"?
Non sono cosa di tutti i giorni i Lucky Soul, e lo sanno. The Great Unwanted è così: distraetevi troppo a lungo guardando fuori dalla finestra e la magia passerà.
Ma trovatemi un buon motivo per farlo.

Salvatore