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Probabilmente il gruppo pop più compulsivo al mondo, i tre Lucksmiths (Tali White, Marty Donald e Mark Monnone) hanno costruito nel corso degli anni una solida reputazione di perfetti artigiani pop, iniziata nel 1993 (First Tape, poi ristampato come "the Lucksmiths") e proseguita con un numero impressionante di singoli e album che presto hanno superato i confini della nativa Australia. Indie-guitar-pop adorabile, immediato ed estremamente gratificante per cuore ed orecchie, che richiama in parti uguali Smiths, Housemartins, Heavenly e - perché no - Beatles.

 

 

 
 

Discografia:

The Lucksmiths (Candle Rec., 1993)
The Green Bycicle Case (Candle Rec., 1995)
What Bird is That? (Candle Rec., 1996)
A Good Kind of Nervous (Candle Rec., 1997)
Happy Secret (Drive In, 1999)
Why That Does'n Suprise Me (Drive In, 2001)
Where Were We (Matinée, 2001)
Naturaliste (Drive In, 2003)
A Little Distraction (Matinée, 2003)
Warmer Corners (Fortuna POP!, 2005)

Sito Ufficiale:
www.thelucksmiths.com.au

 
 

 

 
 

Warmer Corners
(Fortuna POP!, 2005)

 
 

Scrivere di un nuovo album dei Lucksmiths è insieme la cosa più facile e più difficile al mondo. Pochi gruppi hanno saputo cementare uno stile e ingrassarlo ad ogni album come loro, così da diventare una delle popband più immediatamente riconoscibili del pianeta sulla scorta dei ricordi, aggiungendo periodicamente immutabili tasselli di mitologia alla propria opera. Melodie impeccabili e distese al sole, rotonde narrazioni estive che scivolano verso il mare.
Ogni nuovo album dei Lucksmiths non fa altro che sommare nuove e splendide canzoni costruite con lo stesso indeperibile materiale, qui rafforzato dall'ingresso in formazione di un chitarrista ospite (Louis Richter); racconta storie in tono casuale come ad un incontro fra vecchi amici e cementa l'essenza di ciò che sono i Lucksmiths, ovvero una popband quintessenziale, e a suo modo geniale nel reinterpretare all'infinito se' stessa e il proprio modello pop, nel colmare subliminalmente la distanza fra ragione e sentimento.
E allora, che si scrive di un nuovo album dei Lucksmiths? Che se avete amato i precedenti amerete anche questo? Vero, ma troppo facile. Che è il più americano dei loro album? Bella roba. Aggrapparsi alle minute variazioni di questo "Warmer Corners" (il ritorno della sezione fiati, qualche spigolosità nascosta in "Now I'm Even Further Away", l'imprevista velocità di "Sunlight in a Jar", la pedal steel di "If you'd live here you'd be home now") nella speranza di differenziarlo da "Naturaliste"? Vero anche questo, ma non è così importante. Meglio consigliare di accostarsi a questo ennesimo album come ad una vacanza, l'espressione delle attività umane che meglio approssima la musica della band Australiana: chiudete il cervello ad ogni forma di analisi critica e godetevi il flusso di queste 12 canzoni, nuove gemme del panorama Lucksmithsiano, modellate le orecchie sul basso sempre più gongolante di Mike Monnone e lasciatevi accarezzare dalla voce di Tali White, che come un vecchio amico sparito da qualche mese vi aggiornerà in maniera assai verbosa sulla recente vita sentimentale, facendosi trascinare da ricordi d'amore (il verso it took until october to win you over è tutto quello che serve a "Great Lenghts") e d'amicizia ("Young and Dumb"). Ammirate la prodigiosa capacità di far combaciare strofe e musica, le parole scolpite nella diabolica precisione di riff di chitarra che sanno cogliere in maniera unica il cuore della pop music, dal già noto capolavoro jangly "The Chapter in Your Life Entitled San Francisco" alla misurata manifestazione di entusiasmo di "The Fog Of Trujillo", autentica meraviglia per chitarre e fiati proposta con immutata nonchalace.
Certo, qualcuno si accorgerà di quello che stanno facendo i Lucksmiths, della bellezza che scaturisce dal loro songwriting mite ed erudito (mai le liriche di Donald sono state così dense), di come la loro arte pop abbia da tempo raggiunto lo zenith al quale tante band aspirano senza speranza, ma non è il momento di pensarci. Ora dobbiamo solo mettere la malinconia di "Naturaliste" in archivio e dedicarci per chissà quanto tempo alla verve di "Warmer Corners". Non conosco passatempi migliori.

Salvatore


 
 

A Little Distraction
(Matinée, 2003)

 
 

Se è vero che un gruppo diventa grande quando trova un suono personale ed inequivocabilmente suo, quando bastano le prime tre note di una canzone per dire "Ah, i Lucksmiths", allora Donald e soci sono tra i più grandi. Quella frase la ripeterete sei volte, una per ognuno dei gioielli morbidi di "A Little Distraction".

E' stato un anno faticoso per i tre Australiani: un EP, un album ed un lungo tour che ha toccato quattro continenti e ancora non si è concluso. Non c'è da stupirsi allora se "A Little Distraction" è un miniLP riposante, che dà l'idea di essere stato scritto in qualche stanza d'albergo di qualche città sconosciuta, mezz'ora prima di andare a letto. La musica del trio si fa più essenziale, serena, assolutamente familiare. Strette tra i due morbidissimi guanciali di "Transportine" e "Honey Honey Honey", e portate per mano dal basso di Monnone, le sei canzoni di questo disco augurano la buonanotte, spostando di qualche ora in avanti le lancette dell'orologio di "Naturaliste", ancora ferme alle sette e mezza di sera. Donald, Monnone e White cantano delle cose a cui si pensa quando si è in tour: della nostalgia di casa (Melbourne), proclamata in "Transportine" da un verso come "oggi ci sono i turisti dove una volta c'erano le prostitute" che non si sa se tradisca rimpianto o soddisfazione, e del desiderio di tranquillità familiare della sincopata "Honey Honey Honey", ovvero andare a letto alle nove di sera dopo le notizie del TG. Sei canzoni calde e rassicuranti suonate in punta di chitarra da una band che sa estrarre soavi pop song anche dagli asciugamani pieni di sudore. E ci sono anche momenti più dinamici, come lo scioglilingua di "Successlessness" che tesse meraviglie a 12 corde cavalcate da un refrain impetuoso, e "After the after party" con Donald che torna a visitare le frizzanti zone di "Camera-Shy" con risultati appena inferiori. L'unico lazzarone è Tali White, che scrive la piatta "Moving" su un unico accordo, ma forse si sta già tenendo il meglio per i Guild League.

Verrebbe da dire che "A Little distraction" accentua la direzione intrapresa da Naturaliste verso un pop aristocratico, pieno e rilassante. Sarebbe anche vero, ma non siamo sicuri che ci sia un disegno dietro queste canzoni. Stanno lì, sornione, ti fanno scivolare sotto le coperte la notte e ti aspettano il lunedì mattina per addolcirti il peso della settimana. Sono solo una piccola distrazione, di quelle che possiamo concederci tutte le volte che vogliamo. E non ci sono parole per ringraziare.

(Unico appunto: l'ultima stravaganza è scrivere i testi sulla superficie del CD. E noi come li leggiamo, scusate?)

Salvatore


 
 

Naturaliste
(Drive In, 2003)


Midwek Midmorning EP
(Matinée, 2003)

 
 

Mi sia consentita - per una volta - la più classica delle introduzioni ad un disco di un gruppo australiano.

Forse è il fatto che lì è estate quando da noi è inverno. Che lì c'è Nicole Kidman e qui Manuela Arcuri, che il loro magnate televisivo miliadiario non fa (per ora) il politico; sarà per via di tutte queste cose (e per i canguri, i koala, gli aborigeni, Jane Champion, Mr Crocodile Dundee) che in Australia se la spassano tanto.
E non so se il fatto di avere delle pop/rock band straordinarie sia una conseguenza di ciò, ma ne ho il forte sospetto: a loro le cose riescono più facilmente, prima e meglio. Non a caso i Beatles australiani si chiamavano Easybeats, e ad incarnare gli Smiths più Heavenly più XTC più Housemartins più parecchio di quello che vi viene in mente al solo nominare la parola "pop" c'è una band con il significativo prefisso "luck" nella ragione sociale.
Ecco, i Lucksmiths: ditemi voi se una pop band può essere più perfetta. Non ti danno mai la canzone che vorresti, no; piuttosto la anticipano. Non mi sono nemmeno reso conto che mi mancava qualcosa, quest'anno, sino a quando non è arrivato "Naturaliste" insieme al sottile vento d'estate. Equamente sospeso tra malinconiche ballads per chitarra e brillantissimi esercizi pop, è un disco da ascoltare sul porticato a mezza sera, nell'ora in cui la luce permette ancora di vedere ma i lampioni si accendono lo stesso. Ti dà la possibilità di struggerti in quel minimo di rimpianto garantito a tutti (la grazia un po' perversa di Morrissey abita "What You'll Miss"), di rimpiangere i fuochi sulla spiaggia, gli amici, le ragazze e la chitarra ("The Sandringham Line", con la voce di Eva Sommerfeld dei Foots), sempre credibili e magnifici. E' come se Marty, Tali e Mark stessero sempre per raccontarci un segreto, come se White accostasse ogni volta la voce al nostro orecchio per sussurrare le sue storie, ma trattenendo a stento una stabordante esuberanza pop: le scintillanti chitarre di "Camera Shy" sono memorabili quanto qualunque pop song abbiate mai ascoltato, e mai nessuno nessuno era riuscito a rendere così convinventi gli stessi ingenui accordi dei Sea Urchins come fanno loro in "Take this lying down".
E' un album così, Naturaliste. Spinge sulla seconda parte del nome della band, quella che si legge "Smiths", citati (entrambi, Morrissey e Marr) nel migliore e più brillante dei modi da "There is a boy that never goes out" (I've woken up on one too many floors/But my favourite was yours), e anche se mel progredire il lavoro tende a perdere un po' del suo travolgente momento iniziale, la conclusiva "The shipwreck coast" e i suoi accordi felpati meritano una lacrimuccia ben spesa. Non so che altro dire. Solo che tutto quello che vorrei fare è prendere un giorno di ferie e andare al mare, e in spiaggia guardare il mio ombelico muoversi su e giù mentre le note di "Midweek Midmorning" arrivano dal jukebox al bar. Chissà se in Australia...

E il regalo è doppio, perché poco prima dell'album la Matinée ci regala un singolo, che accaparra un antipasto di "Naturaliste" e due strabilianti inediti: "Midweek midmorning" celebra le gioie dell'ozio su un coro e tre accordi; si ripete identica per tre minuti e mezzo ed è magnifica lo stesso, ma lo sapevamo già. Sorprende piuttosto il valore assoluto dei due pezzi di contorno: "Point Being" di Monnone è un leggiadro pop-folk esente da difetti, con una linea melodica strabiliante e un sontuoso giro di basso alla Close Lobsters. Come mettere d'accordo Beatles e C86. E "Requiem for the Punters" è una nostalgica slow ballad di valore almeno pari a quelle (tante) incluse nell'album, e anzi forse addirittura superiore in virtù di una maggior focalizzazione sulla melodia. Da non perdere.

Salvatore