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Frichettoni fuori tempo massimo, i gallesi Loves (vengono da Cardiff) sono un meraviglioso rigurgito garage-pop, che fa tesoro del revival garage in auge negli anni 80. Sei membri fissi, equamente divisi tra i due sessi, ed una autentica fissazione per... l'amore. Dopo due singoli molto ben accolti, il primo album ("Love", ovviamente) esce per Track and Field nel 2004. Successivamente la band si scioglie e viene ricomposta dal leader SImon Love con cinque nuovi membri per il secondo lavoro, "Technicolour".

 

 

 
 

Discografia:

Love (Track and Field, 2004)
Technicolour (Fortuna POP!, 2007)

Sito Ufficiale:
www.theloves.org

 
 

 

 
 

Technicolour
(Fortuna POP!, 2007)

 
 

L'amore per i Loves viene da lontano. Più lontano di quel primo album a cuoricini che ci aveva stregato tre anni or sono. E' scolpito nel DNA di ogni amante dei sixties e di quella morbida variazione garage che ha attecchito sulle sponde inglesi, dando vita a gruppi in fotocopia ma anche ad un culto sotterraneo che una ventina d'anni dopo avrebbe fatto nascere frutti inattesi (qualcuno ha detto Creation?).
In questo secondo lavoro i Loves cambiano tutto - cinque membri su sei - per non cambiare niente. Costretto a reinventare la band dopo un intempestivo scioglimento, Simon Love rimane anima ed ispiratore del progetto Loves ed imprime forte il suo marchio a un disco dal sapore acido e mellifluo insieme, il cui principio ispiratore rimane quello: Love.
Non è un caso che il posto in apertura di disco sia riservato ad una dichiarazione in francese ("Je t'aime, baby") che si concede - unico pezzo del lotto - una lunga improvvisazione a mò di free session: a questa nuova band serviva un manifesto.
I debiti col passato sono espletati da una riedizione di "She'll break your heart" più acida e rumorosa, con un'armonica prorompente e una forte eco a permeare le pareti dello studio, quasi a rassicurare che nulla è andato perso. E non si è persa nemmeno la caratteristica principale dei Loves, quella di saper squarciare l'integralismo garage con dolce bubblegum pop e ricchissime armonie vocali.
Si è in compenso aggiunto molto, come suggeriscono i colori di copertina in contrasto con il bianco del primo album: un piccolo garage-hit come "Xs and Os", mieloso pop alla Archies ("Honey") e un numero ricco di groove e concentrato sulle tastiere come "Summertime", un paio di imprevisti semiacustici e floreali con voce tremante alla Biff Bang Pow ("The rainbow connection" e "So sad"), un numero danzereccio e travolgente traboccante di keyboards alla Bees ("I My She Love You"), persino un addio/arrivederci corale e zuccheroso con decorazioni d'archi ("Goodbye").
Il tutto sta in un campo fiorito di chitarre e tastiere pirotecniche, riff che rimbalzano ovunque, cori e ombelichi al vento. Un disco gioioso, veloce e - come da titolo - coloratissimo che ci restituisce la consueta immagine dei Loves: una band di fricchettoni coi capelli lunghi, fascette e pantaloni a zampa. E immagino che l'intento di Simon fosse proprio quello.
Bentornati.

Salvatore


 
 

Love
(Track and Field, 2004)

 
 

Si chiamava Garage Rock Revival, ed era la metà degli anni 80 (torniamo sempre lì, eh? Ci sarà un motivo). Tutti i gruppi avevano i capelli tagliati a scodella, avevano studiato a memoria la collezione di Pebbles (Nuggets era troppo sputtanato) e suonavano - nel garage - 60s rhythm & blues con gli alluci intinti nell'acido. Proprio come oggi, dite ? Non proprio: all'epoca a nessuno sarebbe venuto in mente di dedicare ai Gruesomes o alle Brood una copertina, e sì che eran tosti/e. E poi c'era quell'aria di dedicata passione al verbo garage/blues, quell'allure da Rolling Stones pre-fama, quel suono sporco che tutti oggi cercano di limare, sinanche alla Estrus.
Beh, questa pappardella serve a spiegare da dove arrivano i Loves. E ora vediamo di scoprire cosa parlano.

Love, love, love

E' tutto nella copertina, nei titoli, nelle frasi, nelle foto.
- I titoli: "Love", by the Loves. E indovinate qual'è il suono che fanno? Esatto, the sound we make is... Love.
- Gli strumenti: Hammond, tastiere, chitarre acustiche e lap steel, theremin e... The s Singing Orchestral Circus ai cori.
- La frase: "Rock and roll isn't about space and drugs. it's about sex and boyfriends and girlfriends" (Jonathan Richman)
- La fotografia: tre ragazzi e tre ragazze (appunto). Camicie a fiori, pantaloni a zampa ed ombelichi. Manca solo la ragazza col tamburello, ma non mi sento di escludere che si esibisca solo dal vivo. Ah, e il cartello: "you can't always get what you want". E cosa è che vuoi? .

I s sono dei fricchettoni, ve lo avevamo già detto. Avendo giurato di non assomigliare a nulla che nella storia del rock segua il 1968, danno alle stampe un album che è sostanzialmente un'anacronistica rivisitazione garage rock: scivoloso, bluesy, West Coast con uno spruzzo di British Invasion. Ma per tutte le cautele che prendono, tra le pieghe dei camicioni il pop traspare, ingrassa, esplode.
Dopo l'introduzione così perfettamente 1967 di "The sound we make is.", sotto cieli color marmellata, "Little Girl Blues", "When My baby Comes", "Just Like Bobby D" (come vedete amano giocare con la storia) trascinano i s ad un party blues/garage, a suonare covers apocrife di Stooges e Rolling Stones: chitarroni, stomp, slides e Farfisa, trascinanti ed aciduli; e di "Shake Yr Bones" e "Kiss!Kiss!Kiss!" dovete sapere che son belle come i Flaming Groovies dei bei tempi, con Roy A. Loney ancora al suo posto: scatenate, trapunte d'organi e voce nasale. E andrebbe benissimo anche se fosse tutto qui, anche se sarebbe solo l'ascolto più divertente e nostalgico del mese.
E invece no: se i Baskervilles sono gli Zombies dei giorni nostri, i Loves di certo sono i Chesterfield Kings, invischiati nel garage revival ma con un pop edge che li rende bocconcini prelibati per tutti. Lo annuncia "She'll break your heart", canzone d' tenero coi contorni del sixties pop, caldo e un po' sbilenco; poi accendono la batteria elettronica - più cori ed urla - rimanendo Rock and Roll ("Depeche Mode" é il titolo), e "My World Turns all Around Her" dimostra che con altra volontà i s sarebbero dei perfetti craftsmen pop, capaci di tessere romantiche serenate come questa a una ragazza che infine cederà. Ma ancora non ci siamo.
Ci sono tanti pezzi belli e tanti pezzi brutti, ma c'è un numero limitato di canzoni che finirete con l'amare incondizionatamente. "Chelsea Girl" è uno di questi, quello che tra cinque anni chiameremo "il capolavoro dei primi s". Non è il pezzo di Lou Reed ma glielo perdonerete subito, ricca com'è di armonie, di ragazze ai cori, di chitarre ingenue, di contagioso entusiasmo che non riesce a nascondere l'amore per l'80s pop e ne ha la stessa candida e zuccherina tenerezza: l'unica differenza è che ci arriva dal passato e non dal futuro, ma brilla del medesimo genuino stupore. Saltella felice un po' dappertutto e così farete voi, dondolando la testa al ritmo di "If I were a Chelsea Girl/would you be my boy?". Perché anche il pop è una questione di , di ragazzi e di ragazze. La chiusa ".Love" comincia Ramones e finisce in ricami di fiori azzurri, con flautini e cori e violette e amori che sbocciano tutti inorno. ma a quel punto sarete già conquistati. Difficile trattenere l'entusiasmo, e nemmeno ci provo: amatevi, amateli. Pop is .

Salvatore