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La vita del giovane Lee Barker da Liverpool cambia nel 1994, quando sperimenta per la prima volta un attacco di panico. Le conseguenze devastanti del male (accuratamente descritte in un blog sul sito della band) lo spingono verso la musica. Nasce il progetto Little Name, completamente curato da Lee nella sua cameretta ed ispirato tanto a Belle & Sebastian quanto al pop classico. Dopo un demo autoprodotto, l'esordio avviene nel 2007 con "How To Swim and Live", pubblicato da Sleepy Records, e che vede Lee affiancato dalla voce di Sandra Jump. |
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So di essere nostalgico, prevedibile, ossessivo (call me morbid, call me pale), e se messo di fronte alle mie responsabilità me ne assumerò ogni colpa. E sì che dopo la primavera mi ero ripromesso di ascoltare solo musica beat sino all'esaurimento.
E invece all'inedia (post-)estiva del 2007 pone rimedio un gruppo di Liverpool che canta sottovoce di cose semplici, che accentua le sonorità anni 80, imposta ogni cosa in chiave naif, ha un cantante dalla voce fragile e campanelli di contorno eccetera. Tutto come al solito.
C'è però qualcosa di speciale nei Little Name: un'assenza, che esclude il calcolo e li separa dalle istanze pop in fotocopia alle quali siamo assuefatti. Forse è un surplus di sfortuna, una nerdyness forzata, la vocazione alla sconfitta: e sai che novità. Ma qui tutto è così autentico che la commiserazione dovuta ad ogni autore troppo sensibile viene avvertita ancor prima di sapere che Lee Barker, deus ex machina del progetto, vive recluso in casa da anni prigioniero di una sindrome da attacchi di panico. Ogni solco di "How To Swim and Live" parla di una sensibilità speciale e fragile, che rischia continuamente di andare in frantumi e invece si espone nuda in un eccesso di masochismo. La cameretta di Lee è ben più tangibile della media delle stanzette twee: la sua vista sul mondo esterno è tremante di un desiderio di normalità troppo forte per venire espresso a parole.
Forse queste canzoni non avrebbero dovuto uscire da quella camera; immagino non fosse questa la loro principale ambizione, tanto che a questo disco arrivano in punta di piedi. Prima i Little Name pubblicano un demo, poi finiscono su una compilation lontanissima (Fruit Records, Singapore), infine approdano silenziosamente all'etichetta dal nome più appropriato: Sleepy Records, dalle cui sonnolente lande diffondono la loro silenziosa, inequivocabile magia.
Non è una vera band Little Name, non cerca concerti in giro per l'inghilterra né prova ad accaparrarsi le simpatie della scena: il loro (uso il plurale per simpatia, e perché mi piace immaginare Lee in dolce compagnia) è un disco autentico e necessario, nel quale il vissuto vale più della collezione di dischi. Anche se la title-track è una lieve e felice riscrittura di "Futurepop" degli Scarborough Acquarium Club, una di quelle canzoni che il mondo dovrebbe acclamare e invece ignora. Anche se la tromba triste di "For The Attention Of" ricorda un altro duo di cuori infranti che fingeva improbabile felicità come i Groovy Little Numbers.
E' un disco declinato al passato quello dei Little Name, ma per una questione di sentire comune più che di semplice nostalgia. E succede poi che Lee sia (ovviamente) autore raffinato, che ha studiato la materia da Stuart Murdoch e Keris Howard e conoce il momento in l'incompletezza si trasforma in infelicità. Lo descrive a meraviglia e senza paradigmi in "Nobody Loves You", lo rende accessibile con un'impronta classica che appartiene più a Bacharach che a Belle & Sebastian ("Sam And Molly Are In Love"), sfiora la grandiosità delle stesse colonne sonore che hanno affascinato i Go!Team (gli echi di frontiera western di "A Life Such As Mine") ma è anche capace di tornare alle semplici filastrocche pop di "Tracy & I".
Non si sentono più dischi pop veri e urgenti come questo. E la differenza è così grande ed improvvisa che graffia il cuore.
Salvatore
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