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I Liberty Ship nascono nel
2000 a Nottingham come progetto solista di Marc Elston dei
Bulldozer Crash, ma diventano presto una vera e propria band
con l'ingresso di Tim Wade (basso) e Rachel Eyres (chitarra
e voce). Il primo singolo per la Matinée ("I guess you didn't
see her", 2002) è un meraviglioso pezzo di pop intimista e
malinconico, tra Byrds (omaggiati da una cover di "she don't
care about time" di Gene Clarke sul retro) ed Aztec Camera,
e li rende una delle band più quotate del panorama indiepop.
Seguono nel 2003 un EP (Northern Angel) ed un minialbum, inciso
nel 2001 e portato alla luce dalla Sunday Records, già etichetta
dei Bulldozer Crash. Il loro è un eighties pop molto classico
ed armonico che occhieggia alla semplicità melodica della
Sarah records.
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C'è un inganno nei dischi dei
Liberty Ship. E' quello dei ricordi, che trascinano i tre accordi
della chitarra di Marc Elston a una quindicina di anni fa, in diretta
relazione con altri tre accordi che arrivavano da un'etichetta con
nome di donna e che ci hanno, in un certo senso, forgiato gusti
e carattere. L'indie-pop, se mai ha meritato una definizione, sta
quasi tutto Lì.
E però non avrebbe senso presentare "Tide" come un ennesimo disco
per nostalgici. Non sarebbe giusto perché nonostante lo sia incontestabilmente,
non è solo ai reduci che scoccherà occhiatine. Quindi tanto vale
dare per assodate le attinenze col passato e poi lasciarsi l'inganno
alle spalle, ricominciare da capo.
Quello che è al lavoro in "Tide" è il fascino discreto dell'indiepop.
Quello che evita il sole, si insinua nello stomaco e al quale si
fatica a dare un nome: e per questo le canzoni dei Liberty Ship
sono un tormento costante e inconscio che colpisce a freddo. C'entra
la voce di Marc Elston, sottile e nasale e che pare sempre sul punto
di scoppiare in lacrime, e c'entrano quegli accordi così umidi di
pioggia che nemmeno un mese a Santo Domingo potrebbe asciugare.
E non si può parlare di densità: anzi c´è una prodigiosa leggerezza
che si fa malinconia tenera e perciò ancor più infida, specialmente
se siete siete sensibili a simili argomenti, e in fondo chi non
lo è? Ai Liberty Ship questo gioco riesce sempre, sin da "Finer
Feelings" a cui giova un'armonica distante. Riesce perché conoscono
le regole di un guitar-pop discreto e naif, quasi impudente nel
suo spleen di vecchia data, nell'insoddisfazione semiespressa. Melodie
da spazi angusti, che se aprite la finestra rifiutano di uscire
e preferiscono restare a tormentarvi. Non annunciano niente di bello
e niente di diverso da un'inquietudine appena accennata e irrisolvibile,
che per incanto si trasforma in una magica canzone pop.
Le canzoni di "Tide", tutte rigorosamente a base di chitarra, stanno
comode fra synth lasciati ai margini, ben lontane dal centro uggioso
dove regna la Rickembacker, sopportano il fuzz che rompe gli argini
usandolo anzi per esaltare le forme melodiche, si fanno scintillanti
e precisine come i Lucksmiths, ospitano la voce di Rachel Eyres
che dona loro direzioni inaspettate, e non si allontanano mai da
casa. "Chords Drag You Down", "Baseball Caps and Novas", "Finer
Feelings", "Precious Time" le cose migliori, che supereranno in
pochi giorni ogni difesa immunitaria.
Ad esempio: io non volevo scrivere queste cose. Avevo pensato di
lamentarmi un altro po' perché su questo disco non c'è "I guess
you didn't see her" né una canzone che la possa pareggiare in bellezza.
Ma poi la meraviglia di Tide è diventata così evidente che non c'è
stato verso di ignorarla.
Salvatore
Ce l'hanno fatta ancora.
A distillare la perfezione pop in tre accordi. A ridurre la materia
ai minimi termini di melodia, voce e chitarra. A incidere altri
sei sublimi esempi di alta creatività.
Pochi gruppi oggi danno la medesima fiducia dei Liberty Ship di
Marc Elston: prima un 7" per Matinée che ancora non vuole abbandonare
il giradischi a oltre un anno dalla sua uscita ("I Guess You Didn't
See Her": è davvero possibile vivere senza?), poi i quattro piccoli
gioielli di "Northern Angel", qui recensiti il mese scorso. E infine
dall'assolato Illinois della Sunday Records arriva l'anticipatissimo
"Small Lives" che completa la prima fase dei Liberty Ship, allarga
il loro repertorio a dodici pezzi (sì, li stiamo contando) e ci
permette finalmente di esagerare con i superlativi.
Ad esempio: nei circoli dei critici-che-contano si dice che quando
il miglior pezzo del disco è una cover è sempre un brutto segno.
Beh, il miglior pezzo di Small Lives è una cover: "What Happens
Now" fa letteralmente perdere la testa, tra il cantato nasale di
Elston, quei veloci punteggi della sua dodici corde che suggellano
il refrain, le sovrapposizioni vocali di Rachel, le svisate nel
finale... Insomma, una meraviglia. Però a dirla tutta è una cover
dei Bulldozer Crash, ovvero il gruppo di Elston prima dei Liberty
Ship, e dimostra casomai che il ragazzo scriveva grandi canzoni
anche un lustro anni fa. Non possiamo certo fargliene una colpa.
Comunque lo si prenda, "Small Lives" incanta, seduce, conquista.
Per via di un suono sempre ispirato, stretto all'etica DIY, e per
quel suo odorare di inglesità anni 80, di tour in vecchi
pulmini scassati ma con pasticcini e tè alle cinque di sera. "Cabin
Fever", l'altro capolavoro del disco, si inerpica timida su preziosi
accordi di chitarra sino ad una melodia che spicca il volo verso
il cielo, e dà il là ad un lavoro intriso di aromi folk, che guarda
ai Byrds dalla stessa direzione degli ultimi Wilco (si veda l'ispessimento
delle chitarre in "Headfull of Songs"), sorprende con una stridente
drum machine in "Once black canvas" e torna infine a casa con il
pop ciclotimico e notturno di "Wayward light".
E anche se "Small Lives" in fondo ha il sapore di un prequel,
registrato oltre due anni or sono, è lavoro che conferma i Liberty
Ship come i migliori interpreti odierni delle istanze Sarah più
morbide. Come guardare una foto dai colori seppia, invecchiati artificialmente.
Faccia presto la Matinée con quell'album.
Salvatore
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