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Dopo aver fornito impulso vitale alla scena college-rock di Boston con i Blake Babies (ora assurti a cult-band degli anni 90), Juliana Hatfield ha intrapreso una carriera solista all'insegna dell'indecisione, piena di lavori tanto adorabili quanto incompiuti. Troppo emotivamente fragile per andare incontro a quel ruolo di reginetta indie che l'opinione pubblica le aveva ritagliato, nei suoi album la Hatfield ha sempre messo in discussione se' stessa e le sue fragilità, creando un seguito fedele e dedicato ma rimanendo sempre distante dall'indie-stardom al quale avrebbe potuto ambire. Il suo primo album, "Hey babe" fu un grande hit alternativo, ma i dischi seguenti non riuscirono a capitalizzare la fama underground raggiunta dall'artista. Dopo i due album pubblicati simultaneamente nel 2000 ("Total System Failure" e "Beautiful Creature"), Juliana si è presa una lunga pausa dalla carriera solista, prima riunendo i Blake Babies e poi pubblicando un disco con le Some Girls, un terzetto che la vedeva affiancata dall'ex Blake Babies Frida Love. Il ritorno in proprio è del 2004 con "In Exile Deo".

 

 

 
 

Discografia:

Hey Babe (Mammoth, 1992)
Become What You Are (Mammoth, 1993)
Only Everything (Atlantic, 1995)
Bed (Zoe, 1998)
Juliana's Pony: Total System Failure (Zoe, 2000)
Beautiful Creature (Sony, 2000)
In Exile Deo (Zoe, 2004)
Made in China Ye Olde Records , 2005)

Sito ufficiale:
www.julianahatfield.com
 
 

 

 
 

Made In China
(Ye Olde Records, 2004)

 
 

Chissà perché, si avverte sempre l'esigenza di stilare bilanci definitivi quando si parla di Juliana Hatfield. Forse le è rimasto incollato addosso il personaggio dell'artista sfortunato, quello della ragazza talentuosa che proprio non ce la fa ad esprimere il suo pieno potenziale (oh, quale impalpabile astrazione!) preferendo dedicarsi ad una confusa e continua teen-angst, e così da lei ci si attende sempre quel riscatto dal passato che la stessa Juliana esclude categoricamente di dover raggiungere. Lei anzi sembra finalmente sulla buona strada per raggiugere quell'equilibrio al quale ambisce sin da ragazzina, procede avanti e indietro lungo le personalissime strade del suo indierock, alterna album di intimismo camuffato (quale era il precedente) a fragorosi ritorni al rock come questo Made in China, e rivisita il suo passato d'artista lasciando intendere di non aver nulla da dimostrare.
"Made in China" è il suo album più rumoroso dai tempi di "Total System Failure", rispolvera a sorpresa l'elettricità post-grunge degli esordi eppure è un disco equilibrato, come lo era il suo predecessore. Non nasconde le proprie fragilità ("New Waif" è un esordio di inusitata amarezza) ed è proprio questa sincerità il bagaglio più prezioso di Juliana oggi: una voglia di raccontarsi che si annida sorniona nella mockery di "What do I care" e carica di significati l'acustica roca di "Hole in the sky". E' qui, alla traccia cinque, che l'album comincia ad ammorbidirsi, sciogliendo l'asprezza delle chitarre in una scrittura divertita ai confini del power-pop come le Veruca Salt d'annata, giungendo ad un hit fulminante come "Going blonde", che pare scritto apposta per scatenare i cervelloni di Pitchfork, sempre pronti a fraintendere l'ironia (Don't want nothing/means I want something/millions of diamond/sparkle and shining/singing stupid songs/I'm going blonde), sublime e massima espressione di quel potenziale pop che tutti, e in primis gli executives della sua ex-label Warner, le riconoscono da sempre, ma che in lei convive con un personale troppo contraddittorio e ostinato per esplodere davvero. Sarebbe stata una fantastica canzone dell'estate in un mondo migliore di questo. Ma tant'è, è questo il destino di Juliana: essere equivocata prima, psicanalizzata poi per concludere infine che sì, anche stavolta poteva far di meglio. Eppure, a giudicare da "A dog and two fawns" (quel tipo di ballad acustica e graffiata che ormai le riesce sempre meglio) e dalla scanzonata bellezza di "Send money" che chiudono l'album in un irresistibile crescendo, sembra proprio che pochi songwriter oggi possano vantare la sua confidenza quasi sorniona nel concedersi un pezzetto alla volta per poi tornare a nascondersi dietro un sorriso. E mi fa piacere, perchè ho l'impressione che sarà Juliana a ridere per ultima.

Salvatore


 

 
 

In Exile Deo
(Zoe, 2004)

 
 

Non ci preoccupiamo mai per i nostri artisti preferiti. Dopo averli ascoltati per anni cantare di rabbia e depressione, di storie e relazioni incasinate, sarebbe logico nutrire una certa ansia per il loro destino. Tutti quelli con cui parli ora ti dicono che Elliot Smith era terribilmente depresso da anni, eppure tu non te lo saresti mai aspettato lo stesso.
E gli altri? Non dovremmo preoccuparci anche per loro? Escluso Morrissey, che starebbe veramente male soltanto senza una depressione da esorcizzare.
Juliana Hatfield ha sempre cantato la sua confusione, l'incapacità di prendere in mano la propria vita, di darle una direzione. E quel faccino così appuntito, l'aspetto e la voce da ragazzina, ci han fatto dimenticare che oggi è una donna di 36 anni con poche certezze. Abbiamo spiato le pagine del suo diario ma ci siamo dimenticati di festeggiare i compleanni.
Accogliamo allora con un certo sollievo "In Exile Deo", che a detta della sua autrice illustra importanti cambiamenti: "Ho finalmente accettato il fatto che è una scelta personale rimettere in sesto la tua vita e diventare una persona felice oppure lasciare che continui ad andare tutto in rovina". Una dichiarazione simile mette da parte tutto il resto. Anche le annunciate partecipazioni di David Leonard (produttore di Avril Lavigne) e Dave Way (Sheryl Crow, Macy Gray), in cabina di regia.
Ma certo lei - la Beautiful Creature - non può fare un brutto album nemmeno con queste premesse: nemmeno con una nuova attitudine verso la vita (come dicono certe brochures pubblicitarie) e due produttori mainstream, la cui partecipazione è peraltro marginale.

Sia come sia, "In Exile Deo" riflette questi cambiamenti in maniera evidente: il repertorio è ai soliti livelli agrodolci, ma i suoni sono più pieni e caldi, e i testi così nuovi da essere quasi irriconoscibili. E' un album riposato e bilanciato, condito di ballate a mezza velocità come quelle dei country pub di provincia, collegate alla storia di Juliana da una voce che non è cambiata di un'ottava in questi anni. C'è qualche concessione radiofonica - "Some Rainy Sunday" (la più eclatante, singoletto a ballata saltellante che chissà, potremmo vedere prima o poi su MTV), "Jamie's In Town", una "Dirty Dog" di rumori seventies - che non scade mai nel pacchiano, qualche ballad con voce vibrante ("It should have been you") e un pezzo come "Tourist", che con quello scarto ridotto fra le strofe e la sua semplice melodia riporta ai primi dischi solisti. Ma a dispetto della presunta estroversione, "In Exile Deo" funziona meglio in cuffie che in autoradio, segno che Juliana non ha perso la sua capacità di sussurrare al cuore. Anche qui si esprime al massimo nei due pezzi più riposati: la nuova pagina del diario intitolata "Tomorrow Never Knows", affidata a chitarra acustica ed archi e cantata con piccole, sopite urla, e "Singing in the Shower", lenta ballad a luce fioca che recupera tutto il timido intimismo della miglior Juliana, ma con un piglio melodico ancor più efficace. Canzoni che parlano di crisi di mezza età e di relazioni passate e fallite, ma anche, per la prima volta, di speranze per il futuro.

Gli ultimi pezzi scivolano via un po' troppo veloci, come a dire che potevano anche non esserci. Ma non importa, nemmeno questa volta. Fruibile ed elegante, "In Exile Deo" può essere l'inizio di quella carriera adulta annunciata così tante volte da non essere più credibile. Di certo è un buon disco, troppo timido per MTV e forse troppo facile per il pubblico indie. Sempre complicata, Juliana. Sempre adorabile.

Salvatore