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Il misterioso pseudonimo J Mann è di proprietà del canadese Jordan Mitchell, già folksinger nomade sotto il nome Man in a Van, e un terzo della indieband spagnola The Customers. Fedele all'etica lo-fi, e a registrazioni improvvisate sul suo fedele quattro piste, J Mann vive a Barcellona e ha pubblicato un cospicuo numero di cassette ed album autoprodotti dei quali si sono ormai perse le tracce.

 

 

 
 

Discografia:

Nimbu Hari Kameez (autoprodotto, 1996)
Ultra Dodgy 3000 (autoprodotto, 1999)
Glottal Fry (autoprodotto, 2000)
Walk Left, Stand Right (autoprodotto, 2002)
Too Much Theatre (Middle of the Road, 2005)


Sito Ufficiale:
www.middleoftheroadrecords.com/jmann.htm

 
 

 

 
 

Too Much Theatre
(Middle of The Road , 2005)

 
 

In un periodo nel quale fare i conti con biografie palesemente inventate è ormai la norma, la favolosa storia personale di J Mann (www.middleoftheroadrecords.com/jmbio) è così assurda da essere senz'altro vera: prima cantore nomade accompagnato da un fido van Wolkswagen (Man in a Van, appunto), ha assunto l'attuale identità una volta costretto a cambiare macchina, ha perso la voce a causa del troppo whisky riciclandosi come cantante blues e infine è approdato nella assolata Barcellona, da dove ci giunge quello che a quanto pare è il suo sesto album.
Vere o inventate, le vicissitudini dell'autore diventano credibili alla luce di "Too Much Theatre", lunga serie di cuciture acustiche e lo-fi in palese stato confusionale registrate con mezzi di fortuna in qualche stanza troppo piccola. "This City Is A Movie Set", rock graffiante per chitarra acustica e batteria con un paio di sovraincisioni vocali ad evidenziarne le non palesi rotondità, è un intelligente ed affilato commentario urbano di sorta, e l'impetuosa "Pantleg" assume i connotati di una cavalcata folk-rock in mezzo all'asfalto. Pop-rock aspro, segnato dagli improvvisi slanci di chitarre che bramano l'elettricità senza trovarla: per questo, dopo un avvio promettente, l'album si arena improvvisamente su una serie di bozzetti acustici poco lavorati, lasciati a imputridire all'ombra prima che potessero sbocciare in canzone. Strano a dirsi, troppo spesso la dimensione acustica del lavoro non riesce ad incontrare lo stile civico delle composizioni di Mann, così che alcuni pezzi soffrono di pretese eccessive (i pizzicagnoli infiniti di "SSB Radio", la stramba complessità di "Hearts Breakin'"), altri si perdono nel rumore di fondo stradaiolo ("Get Out World") senza che se ne riesca a trarre un senso.
Restano da annotare le potenzialità di J Mann, le vette a cui potrebbe ambire un rocker eclettico come "Gutter" se il suo autore non si limitasse al songwriting crudo e decidesse di limarle e riarrangiarle in studio, o la resa ideale dei pochi pezzi che non rigettano l'arrangiamento acustico, come il bluesettino beat "It's Loud in This City", ma per quanto si possa trovare un discreto numero di soddisfazioni in "Too Much Theatre", l'ascolto continuato del disco rimane una dolce cura per l'insonnia.

Salvatore