|

Ex Rabbit in Red e spalla
fissa di Stewart Anderson nei Boyracer sin dal 2000 (e di
lui moglie dall'anno successivo) Jen Turrell è anche apprezzata
artista solista, autrice di un bedroom pop da tarda sera improntato
ad estrema tranquillità ed eleganza, supportato da chitarre
acustiche e qualche timido elemento elettronico. Dopo una
serie di EP, il suo primo album "One night the stars began
to fall and would not stop", esce nel 2003 e vede la Turrell
supportata dallo stesso Anderson.
|
|
|
Dovrei scriverle una lettera
d'amore, non una recensione.
Jen Turrell, la metà stabile femminile dei Boyracer, fa questo effetto:
avevo impiegato mesi a disintossicarmi dalle cinque canzoncine di
"Honesty And Apologies" e sono bastati i primi dieci secondi di
"It's possible" a farmi ricadere in malattia.
Non bisognerebbe mai fidarsi della parola di un innamorato (e speriamo
che Stewart non mi legga), ma non so come dirvi che a dispetto del
titolo da romanzo di Liala, "One night the stars began to fall and
would not stop" è un gran bel disco. Perché Jen è bravissima sia
quando affonda la manina nel barile indiepop e la estrae completamente
imbrattata di miele, e non può fare altro che offrire caramelle
ai passanti (cfr le dolcissime - e brevissime - "Okay" e "It's possible")
sia quando si siede alla scrivania e scrive le sue storie, estraendone
eleganti arzigogoli per chitarre, tastiere e voce notturna destinati
a svanire con le prime luci dell'alba. Le costruzioni Beatlesiane
di "Escape" sono commoventi, "Meteor Shower" è il miglior modo per
passare svegli la notte guardando le stelle che cadono senza sosta.
La chiave di lettura di "One night..." è la solitudine, vissuta
come preziosa occasione di intimità con se' stessi: e infatti se
l'apparenza è quella di un lavoro d'impronta Boyracer (accanto a
lei c'è come al solito il maritino Stewart Anderson, impegnato con
campioni e drum machine), la sostanza cambia radicalmente: Jen tesse
piccoli bozzetti pop personalissimi ed essenziali e li canta con
voce timida su qualche accordo di chitarra e un po' di elettronica
lo-fi.
Brevi quadretti acustici si alternano a delicate costruzioni pop
e persino qualche veloce impeto rock, tutti riscaldati dall'ambiente
familiare nel quale avvengono le registrazioni: perché si avverte
la forte impressione che Jen faccia tutto nel salotto di casa, con
la mamma che ogni tanto la accompagna con qualche nota d'arpa e
il dottor Turrell che solleva curioso lo sguardo da dietro il giornale.
E' qui, tra la cucina e la camera da letto (bedroom pop, appunto),
che Jen trasforma l'album in una folle favola per bambini: Jen guarda
fuori dalla finestra e vede le stelle cadenti, si addormenta e sogna
di annegare, gioca con le renne di Babbo Natale, riceve una proposta
di matrimonio e scappa a Portland, e quando infine si risveglia
è triste e non sa il perché.
Difficile scegliere le pagine migliori in tanta abbondanza: forse
la frizzante allegria iniziale di "Okay", l'incantevole lo-fi di
"Reindeer games", la esiziale malinconia di "Go to Portland" asciugata
dalle tastiere di Stewart oppure il folk servito da xilofono e fisarmonica
della conclusiva "Oranges", ma sono scelte sofferte. Di sicuro Jen
comincia questo disco allegra e lo finisce triste, e non sappiamo
cosa sia successo nel frattempo (forse niente, forse solo il trascorrere
del giorno), ma è meglio così: in quella gamma di sentimenti possiamo
apprezzare tutta la sua arte e il suo dolcissimo talento.
Salvatore
|