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Ex Rabbit in Red e spalla fissa di Stewart Anderson nei Boyracer sin dal 2000 (e di lui moglie dall'anno successivo) Jen Turrell è anche apprezzata artista solista, autrice di un bedroom pop da tarda sera improntato ad estrema tranquillità ed eleganza, supportato da chitarre acustiche e qualche timido elemento elettronico. Dopo una serie di EP, il suo primo album "One night the stars began to fall and would not stop", esce nel 2003 e vede la Turrell supportata dallo stesso Anderson.

 

 

 
 

Discografia:

Jiyuu de EP (Trolley Bus, 2001)
Honesty and Apologies EP (Red Square, 2002)
One night the stars began to fall and would not stop (Red Square/555, 2003)

 
 

 

 
 

One night the stars began to fall and would not stop
(Red Square/555, 2003)

 
 

Dovrei scriverle una lettera d'amore, non una recensione.
Jen Turrell, la metà stabile femminile dei Boyracer, fa questo effetto: avevo impiegato mesi a disintossicarmi dalle cinque canzoncine di "Honesty And Apologies" e sono bastati i primi dieci secondi di "It's possible" a farmi ricadere in malattia.
Non bisognerebbe mai fidarsi della parola di un innamorato (e speriamo che Stewart non mi legga), ma non so come dirvi che a dispetto del titolo da romanzo di Liala, "One night the stars began to fall and would not stop" è un gran bel disco. Perché Jen è bravissima sia quando affonda la manina nel barile indiepop e la estrae completamente imbrattata di miele, e non può fare altro che offrire caramelle ai passanti (cfr le dolcissime - e brevissime - "Okay" e "It's possible") sia quando si siede alla scrivania e scrive le sue storie, estraendone eleganti arzigogoli per chitarre, tastiere e voce notturna destinati a svanire con le prime luci dell'alba. Le costruzioni Beatlesiane di "Escape" sono commoventi, "Meteor Shower" è il miglior modo per passare svegli la notte guardando le stelle che cadono senza sosta.

La chiave di lettura di "One night..." è la solitudine, vissuta come preziosa occasione di intimità con se' stessi: e infatti se l'apparenza è quella di un lavoro d'impronta Boyracer (accanto a lei c'è come al solito il maritino Stewart Anderson, impegnato con campioni e drum machine), la sostanza cambia radicalmente: Jen tesse piccoli bozzetti pop personalissimi ed essenziali e li canta con voce timida su qualche accordo di chitarra e un po' di elettronica lo-fi.
Brevi quadretti acustici si alternano a delicate costruzioni pop e persino qualche veloce impeto rock, tutti riscaldati dall'ambiente familiare nel quale avvengono le registrazioni: perché si avverte la forte impressione che Jen faccia tutto nel salotto di casa, con la mamma che ogni tanto la accompagna con qualche nota d'arpa e il dottor Turrell che solleva curioso lo sguardo da dietro il giornale. E' qui, tra la cucina e la camera da letto (bedroom pop, appunto), che Jen trasforma l'album in una folle favola per bambini: Jen guarda fuori dalla finestra e vede le stelle cadenti, si addormenta e sogna di annegare, gioca con le renne di Babbo Natale, riceve una proposta di matrimonio e scappa a Portland, e quando infine si risveglia è triste e non sa il perché.

Difficile scegliere le pagine migliori in tanta abbondanza: forse la frizzante allegria iniziale di "Okay", l'incantevole lo-fi di "Reindeer games", la esiziale malinconia di "Go to Portland" asciugata dalle tastiere di Stewart oppure il folk servito da xilofono e fisarmonica della conclusiva "Oranges", ma sono scelte sofferte. Di sicuro Jen comincia questo disco allegra e lo finisce triste, e non sappiamo cosa sia successo nel frattempo (forse niente, forse solo il trascorrere del giorno), ma è meglio così: in quella gamma di sentimenti possiamo apprezzare tutta la sua arte e il suo dolcissimo talento.

Salvatore