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Chiunque si celi dietro la sigla
Hussalonia ama certamente circondarsi di mistero. Si sa che
è un musicista di nome Jesse Mank (forse), che ama
la musica pop e che viene da Buffalo, nello stato di New York.
Dal 1997 ad oggi ha registrato quattro CD, i cui titoli sono
sempre stati ispirati dalle sue personalissime icone pop,
e almeno altrettanti album usciti solo su cassetta per la
tape label TTSCC. Percy "Thrills" Hussalonia, uscito
nel 2004, è a suo dire il più normale dei suoi
dischi. Posta regolarmente mp3 gratuiti sul suo sito. |
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Gli ultimi due anni non sono stati facili per Hussalonia, dopo l'imprevisto successo di Percy "thrills" e le cronache mondane che lo hanno visto coinvolto suo malgrado. Ok, forse poteva risparmiarsi il flirt con le sorelle Hilton (tutte e due!) e almeno un paio dei suoi quattro divorzi ma hey, l'eccesso fa parte del fottuto rock and roll. Non è facile rimanere coi piedi per terra quando tutti i produttori del pianeta bussano alla porta e l'autista della tua limousine è un ex attore di Hollywood. Chi al suo posto non se la sarebbe goduta?
In ogni caso dopo gli spot per la Volvo e i sette MTV awards (tra cui quello ambitissimo per la most respected music personality che Jesse ha ritirato completamente ubriaco cadendo tre volte dalla passerella) Hussalonia si è ricordato di essere un musicista e si è messo al lavoro su undici pezzi che restituiscono tutte le contraddizioni degli ultimi dodici mesi.
Jesse suona con una full band ora, e il fatto che non si apprezzi alcuna differenza rispetto al passato la dice lunga sulla sua capacità di multistrumentista (o sull'incapacità di chi lo accompagna, dicono i maligni); la presenza del gruppo però serve a fornire un paravento emotivo al nostro, che nasconde il personalismo delle liriche dietro un power-pop in miniatura, ebbro di citazioni rock and roll (il maestro Buddy Holly in primis) e assoli brevi ed improvvisi. Ma ciò che più colpisce è l'agitazione dei pezzi, che pur nella loro durata ridotta cambiano spesso direzione e intenzioni, guidati dalla chitarra schizofrenica di Mank; un'asimmetria che rende "Marsupial…" al tempo stesso l'album più e meno orecchiabile targato Hussalonia, e per certi versi il più commovente.
Jesse sembra aver fatto molta fatica a mettere insieme gli undici pezzi dell'album, quasi fosse riluttante a lasciarsi alle spalle la vita da rockstar: qui Hussalonia ricorda il periodo in cui era solo un altro sconosciuto cantautore dell'Indiana e si cala nella antica realtà quotidiana fatta di pasti saltuari e sogni disillusi con un accorato afflato nostalgico al quale l'agrodolce miscela power-pop si presta splendidamente. Come volesse tornare ai tempi dell'incompreso "Ernest Evans Hussalonia" - richiamato anche dalle scelte cromatiche in copertina - proponendone una versione riveduta e corretta.
La prima parte del disco è anche la più liscia: nei testi prevale l'intimismo complice, senza troppi fronzoli né rimpianti: esordisce in "If You Were Another Girl" (emblematico ritorno sulla terra dopo le mille avventure mondane), e trova in "All the snow" la sua Rosebud, ricordi di un tempo in cui poteva ancora passeggiare per la strada senza essere riconosciuto. A ridosso della metà il lavoro cambia e si frantuma, mostrando il lato più sofferto e irrealizzato dell'artista: Marsupial Garamond diventa così il disco di una rockstar in fuga da se stessa, che in "Room Without Mirrors" teme di non avere un'immagine da mostrare, ma che non per questo ha smarrito la sua amara ironia, come dimostrato dalla spassosa "Double Suicide" in cui scimmiotta l'amico Elvis Costello. E in questa fragilità involontaria sta il miglior pregio del disco.
Oltre ovviamente a "Marsupial's Theme", colonna sonora del blockbuster "The Marsupialtones Save the Queen" con la coppia Ben Affleck/Steve Myers e già abusatissimo hit, provocatoriamente purgato dal testo, quasi a voler sottolineare che questo Jesse Mank non ha proprio nulla da dire alla rockstar che sfasciava stanze d'albergo a Las Vegas.
Chi rimpiange l'intimismo consumistico di Percy Thrills potrà consolarsi con la conclusiva "Let It Be (Worthless)", una outtake del disco precedente riadattata negli studi di Abbey Road con l'orchestra filarmonica della BBC in un delizioso pastiche a metà strada tra classica e rock.
Non il disco commerciale che ci si aspetterebbe da un multimilionario insomma, ma come si evince dalle immagini del fan booklet allegato, tutto è già pronto per fare miliardi con il merchandise. Diavolo di un Hussalonia!
PS: la notizia che ascoltando al contrario "If You Had To Tell Someone" era possibile sentire il refrain di "Haitian Divorce" degli Steely Dan si è rivelata infondata. Ce ne scusiamo con i lettori.
Salvatore
Il 2004 dev'essere
stato un anno difficile per Jesse Mank, nonostante la pubblicazione
del suo indiscusso capolavoro. Ma lui e il suo amichetto rosa trovano
sempre il modo di sorridere, anche tra le nebbie del malcontento.
Secondo la versione ufficiale (o meglio, secondo quanto di sensato
si può estrarre dalla versione ufficiale, che trovate qua insieme
alla possibilità di acquistare questo bel dischetto) "Beautiful
Dry Cleaning By Hussalonia" è un mini-LP che recupera pezzi scelti
dalla sterminata collezione di inediti degli Hussalonia Studios,
ma noi che siamo menti semplici preferiamo considerarlo, più semplicemente,
il gemello deforme di Percy. Perché ne contiene - probabilmente
- diversi scarti ma soprattutto perché è il frutto della depressione
post-coitale sorta dopo la pubblicazione di quel disco, oltre che
da una serie di sfortunati eventi successivi tra i quali pensiamo
di poter inserire, così a naso, la dura vita nell'Indiana e la rielezione
di George Dabliù.
La verità è che Percy ci aveva in qualche modo ingannato, nascondendo
le paturnie di Hussalonia dietro una patina di apparente perfezione.
Ma come abbiamo avuto modo di scoprire il genio dell'Indiana ha
molte più sfaccettature e scheletri nell'armadio di quanto si creda
possibile, e non c'è niente di meglio di un bel lavoro di pulitura
a secco per farli saltar fuori all'unisono.
Le intenzioni pessimistiche di Beautiful Dry Cleaning sono perfettamente
delineate dai pezzi in apertura: grezzi ed affilati, dissipano nel
fango la bellezza di Percy, la prendono a calci e la deridono chiamandola
inutile. L'acustica punk di "God Save The Queen City", oltre ad
inaugurare l'ennesimo quaderno di citazioni che nessun essere umano
sarà in grado di cogliere, sembra introdurre un lavoro frutto di
disillusione e nel quale l'ormai acclarata vena melodica di Mank
è costretta a convivere con un disincanto piuttosto amaro, un'anticamera
della depressione. Una battaglia evidenziata da "Last Night I Dreamt
I Had No Dreams", che nasconde al suo interno più di quanto non
desideri, cominciando ad evidenziare cori di evidente grandeur e
strutture melodiche tanto complesse quanto efficaci che neppure
un arrangiamento in chiave blues riesce a disinnescare. E a conclusione
del trittico iniziale, "There goes the rest of my life" torna a
flirtare con il rock and roll in chiave elettrica come ai tempi
di Ernest Evans Hussalonia, dando il via ad un percorso discendente
che mentre accorcia progressivamente la durata dei brani (si sta
intorno ai due minuti e mezzo) segna una sorta di imbronciata frattura
con la crudezza dei primi due pezzi.
La nozione che BDCB sia il gemello sfortunato di Percy lascia progressivamente
il posto alla consapevolezza che la maturità d'autore di Mank non
conosce ostacoli: tutto ciò che segue la quarta traccia è ridotto
in forma di demo ed è, senza apparente connessione con questo fatto,
bellissimo. La Broadway sognante e magica di "Shapeless", la dolce
acustica casalinga di "Keep It Down" con scampanellini e tastiere
a creare una distorta melodia, i cori di "Escape Artist" che sta
tutta su armonie, chitarra acustica e uno schiocco di dita prima
di accennare ad un valzerino cui nessuno risponderà, restituiscono
triste serenità a un disco che a dispetto delle intenzioni è un
nuovo trionfo di artigianale stile pop.
Nel suo cuore soffice, "Beautiful." perde le parole e diventa un
Hussalonia unplugged che restituisce la pura bellezza delle invenzioni
di Jesse e delle sue fonti di ispirazione: "Cazenovia Creek", i
Beatles acustici per intercessione degli XTC con inaspettato afflato
country, "The Big Time" sontuoso e classico pop alla Simon&Hussalonia,
il banjo lo-fi di "Your Tears Are Hard at work", le chitarre saltellanti
di "The Letter in Her Pocket", messa lì a bella posta per chiudere
il disco su una nota di forzato ottimismo.
Ventisei minuti in tutto, quanto basta per ribadire: Hussalonia
è il nostro eroe.
Salvatore
Capita
che in un mese notoriamente prodigo di nuovi dischi qual è il settembre
di ogni anno quello che gira con più piacere nel mio lettore casalingo
(in quello dell'auto non c'è gara: the Go! Team a mani basse) sia di uno
sconosciuto gruppo dal profondo nulla americano. E vorrei spiegare,
spiegarmi qualcosa di Hussalonia e della loro (sua?) esistenza,
ma ogni informazione è lasciata intenzionalmente al di là della
portata degli esseri umani.
E allora qualunque giustificazione ci sia dietro l'esistenza di Hussalonia
rimarrà per il momento avvolta dal mistero, se non per qualche labile indizio che evidenzia
un certo amore per l'iconografia classica e il postmoderno.
Quello che si evince però dall'ascolto è ben più importante: e cioè
che siamo di fronte ad un genietto pop di quelli che crescono silenziosamente
nell'entroterra Americano sino a diventare dei novelli Mr.E. Con
la differenza sostanziale che la Dreamworks non se li porta a casa
e i suoi album si trovano solo su CDBaby (e iTunes, quando arriverà da noi). Forse
non ha avuto la fortuna di avere un Beck al quale essere (impropriamente)
paragonato.
Percy "thrills" Hussalonia (il titolo va letto per esteso,
sebbene nessuno lo dica esplicitamente), lungi dall'essere un album per solo trombone
come annunciano le note di copertina, è un piccolo capolavoro di
artigianato pop a metà strada tra la delicatezza degli Eels acquietati
di "Daisies of The Galaxy" e la mai doma esuberanza dei They Might
Be Giants. Classiche melodie da cameretta, di una impenetrabilità
un po' folle che suggerisce come dietro al lavoro ci sia una - e
una sola - mente all'opera. La sua follia è autocontemplativa, personale
e diretta, talmente urgente da accettare come necessità la registrazione
lo-fi, e costretta dalla sua stessa premura a non portare a termine
quanto cominciato, inseguendo compulsivamente il proprio inarrestabile
flusso creativo. Che dite, ce n'è abbastanza per parlare di Genio?
Un continuum inarrestato di canzoni che seguono l'una nell'altra
e sono sempre immancabilmente ispirate: ballate di vaga disperazione
come "Real or Imagined" finiscono nel lo-fi acustico di "Oh hope,
why'd you do this to me?", i sentori Grandaddy di "Season Finale"
si fondono allo swing eelsiano ricco di armonie ardite di "Free
Spirit", una love song perfettamente in equilibrio tra pop e acustica
folk come "Missing Persons" si scontra con il muro del suono eretto
da "The Science of Hypothetics" e così via.
Storie quotidiane trasformate in bozzetti pop di variabile allegria
che culminano in "Click to Add to my Shopping Cart", verissima e
triste parabola sullo sfrenato consumismo internettaro per riparare
ai problemi di cuore. "The records fall from my shelves/goddamn,
I need some more" è una frase talmente calzante che ogni volta
che la ascolto mi guardo alle spalle per sincerarmi che non ci sia
nessun Hussalonia a spiarmi.
Quello che Mr. Hussalonia non può nascondere dietro simili meraviglie
è la sua bislacca malinconia, il desiderio di cantare delle cose
storte e inesprimibili, come quando passate in macchina davanti
alla casa di una vostra ex e i pensieri si accumulano senza mai
trovare sfogo. Ecco, qui trova pace Percy "Thrills" Hussalonia,
questa è la sua intima e imbattibile forza e al tempo stesso il
suo problema: è musica per audience consolidate e confidenti come
quella di Eels ed Xtc, ma senza che ci sia un pubblico di proporzioni
sufficientemente vaste ad apprezzarla. Ecco, ho l'impressione che
Mr Hussalonia sarebbe perfetto per scrivere su questa webzine. Lui
sì che mi capisce. Solo lui.
Per questo continuo ad ascoltarlo, per questo metto il pipistrello
ad un album così palesemente incompleto. Perché vedete, questo è
un disco di cui mi posso fidare. Di quelli che puoi tirar fuori
dalla polvere dopo cinque anni e sembra che siano passati solo cinque
minuti dall'ultima volta. Piccolo e meraviglioso.
Salvatore |