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Misterioso (ma non troppo) cantautore di Messina, Humpty Dumpty è stato paragonato con insistenza ad artisti come Robyn Hitchcock e Kevin Ayers e chiamato un po' da tutti "menestrello", ma la definizione che preferisce per se stesso è "un Syd Barrett felice", come dimostra senza inganni la fotografia qui sopra. Dopo una lunga gavetta in diverse band locali - tra le quali ci piace ricordare gli sfortunati Rainy Day Sponge - ha scelto la dimensione più intima e solista per pubblicare in serie tre dischi autoprodotti: il monumentale "The Washingline", il sofomoro "River Flows" e "To Quote a Bromide" nel quale emerge prepotente una inedita vena indiepop da cameretta.
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Come il titolo in tedesco vi fa capire chiaramente, Eine Traurige Welt für scheisse Leute («Un mondo triste per gente di merda») è il primo lavoro composto da Humpty Dumpty interamente in italiano, dopo averci provato con alcuni pezzi (tra i più riusciti) di Be no more time (2005) e dopo aver testato la propria tenuta sulla breve distanza in The Humpty EP (2006). Si tratta per molti versi del suo disco più riuscito: una miscela che conferma (a cominciare dall’iniziale, contagiosa Colite spastica) le micidiali potenzialità pop del musicista messinese e porta in primo piano la sua capacità di unire elementi diversi in un lavoro complesso, che ha tutte le carte in regola per poter piacere a molti, ma non per le stesse ragioni. Eine Traurige Welt è il disco più collaborativo di Humpty Dumpty: non per la musica ma per i testi, che in tre casi sono il risultato di un lavoro comune con lo scrittore Renato Q. e in altri due (Tutto questo e L’abisso dell’abisso III, senz’altro tra i vertici del disco) provengono dal repertorio del poeta ceco Vladimír Holan (1905-80). Humpty Dumpty trasforma così quello che avrebbe potuto essere il lavoro con cui circondarsi definitivamente di un’aura da cantautore post-nichilista in un’opera a più voci, costruita su un fitto tessuto di allusioni e rimandi che ha già spinto qualcuno a parlare, per questo Traurige Welt, di «cruciverba pop». Colpisce soprattutto la maturità della fusione, la capacità di convogliare gli spunti in una sola direzione per ottenere (si tratta di un risultato prezioso) un prodotto finale decisamente a presa rapida. Lo Humpty Dumpty «italiano» insegue un’idea di pop che ha i suoi riferimenti in un possibile filone interrotto della chanson à textes elettronica degli anni ‘80: Faust’O, Garbo, Battiato, il Battisti panelliano... Il progetto sarebbe però meno interessante se a portarlo avanti non fosse un musicista eclettico la cui cultura sonora fuori dal comune fa capolino ad ogni angolo, nelle pieghe di pezzi come La mia love story (disturbante filastrocca su basso percussivo) Una sera (ballata malinconica con finale acido), Amigdala (cavalcata new wave per fotogrammi), Giro di vite (omicidio da camera per iniziati). Si vorrebbe a volte sentire questi pezzi prodotti o registrati meglio, ma il punto è che, dopo cinque album e mezzo di Humpty Dumpty, si comincia a capire che quelle sbavature, quelle approssimazioni, quel suono così così, quel modo di cantare da «ci è o ci fa?» sono un elemento fondamentale, non accessorio, del suo modo di fare musica, e forse una delle ragioni per cui questa musica vale la pena di ascoltarla. Soprattutto perché non è poi così facile smettere di canticchiare sotto la doccia le canzoni di questo delizioso pessimista da operetta.
(E' possibile scaricare l'album cliccando qui.)
Tommaso T.
Dopo l'alcova pastorale, lo spicchio di landa grigio rosa, il quieto rifugio remoto e extramondano di "To quote a Bromide", Humpty Dumpty si desta dal sonno invernale e nel nuovo album "Be no more time" diparte da qui, mutando pelli e spiegando le ali. Ali di metafora, che spalancano paratie, allargano nuovamente spettri di influenze. Timido tentativo di concretezza, a partire dal parziale cantato in italiano, è senza dubbio il più amichevole dei lavori targati HD, che se pecca talvolta nella messa a fuoco, limitando alcuni pezzi all'idea di una canzone, per contro azzecca episodi di pop-ermetico di forte impatto (su tutte l'ottima "Shangai", troneggiante in home page il mese scorso) che lasciano trasparire i serrati ascolti dell'autore.
Le trame acustiche sembrano nuovamente dirigere la cerimonia per mezzo di significativi arrangiamenti sospesi, come stregati; incantati in una ipotetica jam con Steve Hackett, ma l'album svela volti difformi, un cuore acustico, profondo e ascetico, parimenti pulsante e sintetico.
Tastiere tenui oppure torbide, comunque allegoriche, spettri di malinconia.
Le rappresentiamo innanzi a noi, volteggiando eteree, sospese, assieme al prodursi di frammenti lirici, sussulti subcoscienti.
L'ombra dei Blonde Redhead è visibile su gran parte dei pezzi, persino nella concretezza acustica di "Great Heights", bel corollario di accordi crescenti, e se alcuni arrangiamenti sembrano ancora poco appropriati (la pur pregevole "Autoritratto") ad assecondare le voglie goth dell'autore, resta vivo l'invito a seguire il proprio delicato smarrimento.
Voci lucciole, misteriose e sfumate, come caldi segnali di luce nella foschia. Abbagli vivi intermittenti che comunicano desiderio acceso, ansia di ricerca e indicazioni ai naviganti, segnali per decrittarsi, ascolto dopo ascolto e a farsi raggiungere.
La speranza è che qualcuno libero da legami d'amicizia (e ne approfittiamo per scusarci dell'imbarazzo che eventualmente traspaia da questa recensione: è un oggetto delicato) possa tracciare un riassunto della ormai corposa opera artistica di Humpty Dumpty che vada oltre i chiché di "Syd Barrett nostrano" e amenità simili, e magari che una piccola etichetta offra alternative alla distribuzione manuale di mp3. Pochi lo meriterebbero più di lui.
Fabio, Salvatore
A volte ci si ritrova sul
piatto del lettore, o sul mobiletto, gli stessi cd per mesi. Abitudine,
intenzione, caso.
Non si torna al consueto per assenza di scoperte. Un processo avviene
in noi, senza quasi merito dell'interprete. La voglia di rivisitare,
sempre, ancora, il medesimo, non è una questione di quantità. Neppure
di qualità, via. Ciò che si cerca è un dialogo possibile, scambiare
qualcosa di sé, emozioni, istinti. Un che di affine e simpatico
musicalmente.
Da tempo immemore, un ascolto al giorno al jandekkiano "Blue Corpse",
a casa mia va compiuto. "Blue Corpse" è un rito. "To Quote
a Bromide" di Humpty Dumpty è destinato a ripetere per altrettanta,
benedetta abilità di fortuità.
Il fluido magico è sparso da questo senso fiabesco, questo inclassificabile
relativismo linguistico. Poter vagheggiare un che di sempre diverso
in quello stesso insieme, grezzo intonaco che va a produrre, immaginarsi
e significare dentro i nostri occhi.
Insieme mimetico e desiderante, arbitrario, camaleontico, fatale
e ironico (virtù dello stesso artefice), che cancella le tracce,
fatalmente; sparpaglia le corrispondenze.
Dalle nursery rhymes "an egg" e "seemingly", arpeggi classici e
narrazione cortese, a sensibilità drakeiane: "through nothing ever
changed", "tomorrow to today".
"Who i do survive forever" s'inoltra nelle oscurità, geli espressionisti
wave, per poi sublimemente approdare alle sognanti, celesti surrealtà
di "that sweet bosom".
L'autore Humpty non svela mai un'identità; suadente e impertinente
alchimista della semantica (Humpty appunto), mai autoreferenziale,
distinguendo e rinnovando forme e linguaggi, per non riconoscersi
nè farsi conoscere.
L'impressione che ogni gesto strumentale o vocale riproduca infiniti,
pazienti trapassi d'immagine, cerchi concentrici, prossemici universi.
Un delicato equilibrio tra le parti che è il risultato più inestimabile,
difficilissimo da ottenere.
A volte un penetrante inserto strumentale impatta come folgore.
O imprimatur d'arrangiamento, con grazia innaturale, nel campo.
Seduzione armonica, diletto finissimo. Dolcissima paranoia, arcaica
forma di quiete finissima e senza impronte che modula luci e ombre.
Fabio
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