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Brighton. Nel 1999 Keris Howard, reduce dall'esperienza dei Brighter (e successivamente degli Hal), forma il duo Harper lee con Laura Bridge (già con gli Hood, e con una fugace apparizione nella line-up dei Boyracer). Il nome del duo suggerisce l'intenzione di pubblicare un solo singolo e poi sparire per sempre (Harper Lee è un' autrice americana resa celebre dal suo unico romanzo "Il buio oltre la siepe"), ma così non è stato, dato che al primo singolo ("Dry Land") sono seguiti ben tre album per l'etichetta Matinée. Pop malinconico e lento costruito con chitarre, tastiere e percussioni elettreoniche, con le radici ben piantate il quel Sarah sound del quale Howard è stato uno dei principali artefici.

 

 

 
 

Discografia:

Go Back To Bed (Matinée, 2001)
Everything's Going To Be OK (Matinèe, 2002)
All Things Can Be Mended (Matinée, 2004)

Sito Ufficiale:
www.indiepages.com/harperlee

 
 

 

 
 

All Things Can Be Mended
(Matinée, 2004)

 
 

Se esiste un indiepop post-Sarah, ci sarà pure chi sceglie di non avvalersene. Gli Harper Lee di Kieris Howard sono la personificazione adulta di quell'esperienza: sono un gruppo Sarah del 2004, e nei loro tre album hanno semplicemente ribadito i motivi per cui ancora oggi l'autunno non può prescindere dall'etichetta con le due ciliegine.
La foggia di questo terzo lavoro è identica ai precedenti. Musica da crepuscolo, che tende ad appassire in qualsiasi altro momento del giorno. E il titolo stesso sembra ribadire la continuità con il passato: "All things can be mended" ha il medesimo significato rassicurante di quell' "Everything's going to be OK" che lo ha preceduto, e uguali sono i fili della memoria che smuove. Gli arpeggi di chitarra jangly, l'uso intensivo/avvolgente delle tastiere parlano direttamente al cuore dei nostalgici e delle vedove, con l'aggiunta di basi ritmiche automatizzate e qualche rara orchestrazione.
Se c'è un lato negativo della faccenda è che ogni album degli Harper Lee annulla il precedente, tende a cancellarne il ricordo più che a costruire su di esso.
Anche le spiegazioni diventano ridondanti. Ci proviamo lo stesso, se ci scusate il deja-vu, parlando di pura e libera malinconia, trascinata da lente note di chitarra annodate a grappolo. "All Things Can Be Mended" è meno morbido e cotonato del suo precedessore, e di primo acchito verrebbe da dire che è anche meno forte compositivamente, ma diamogli il tempo di crescere. Le chitarre sono più a fuoco, e questa sarà una buona nuova per i vecchi fans, ma non sempre il duo riesce ad addensare le emozioni allo stesso modo. Fortuna che episodicamente Howard manda lo spleen a farsi un giro regalandosi qualche innocente sorriso (la title track, una sorta di soffice filastrocca) e segnando una varietà di temi che si rivela il punto forte dell'album.
Che siano chitarre più solide della media (quasi un muro in "I don't need to know about your wonderful life", senza dubbio il capolavoro del disco) o favolosi eccessi di ritmo ("Stupid", non lontanissima dai J&MC di April Skies, "Isn't this where we came in" che invita quasi al ballo), gli Harper Lee danno il meglio cambiando le portate abituali, forzando i limiti della loro classica pop-ballad, che pure occupa la prevalenza del disco obbligando l'ascoltatore ad una immersione senza respiro ma a tratti un po' monocorde. E' una ricchezza di colori grazie alla quale possiamo aggiungere questo terzo album alla collezione di meraviglie e riporre ordinatamente i primi due.
Spesso vi capiterà di pensare "questa l'ho già sentita", ma sarà inutile cercare: avete solo riconosciuto l'odore dell'autunno.

Salvatore