Archivio Recensioni:

#

 

A

 

B

 

C

 

D

 

E

 

F

 

G

 

H

 

I

 

J

 

K

 

L

 

M

 

N

 

O

 

P

 

Q

 

R

 

S

 

T

 

U

 

V

 

W

 

X

 

Y

 

Z

 

v/a


John Ringhofer, residente a Knoxville, Tennessee ma di nascita hawaiano, è un multistrumentista, ambizioso e genialoide che innalza meravigliosi canti pop al Signore. E' al suo secondo lavoro, per Asthmatic Kitty Records, che per l'occasione ha edito l'esordio Learning About Your Scale.
Voci e strumenti a mò di rappresentazione farsesca e sbarazzina, una baruffa novelty pronipote di Frank Zappa (ma solo musicalmente).oppure Half Japanese alle prese con la discografia dei Fab Four.

 

 

 
 

Discografia:

Learning About Your Scale (Asthmatic Kitty, 2001)
We Haven't Just Been Told, We Have Been Loved (Asthmatic Kitty, 2002)
Thy Is A Word And Feet Need Lamps (Asthmatic Kitty, 2005)
Halos & Lassos (Asthmatic Kitty, 2006)

Sito Ufficiale:
www.halfhandedcloud.com

 
 

 

 
 

Halos & Lassos
(Asthmatic Kitty, 2006)

 
 

E' probabile che John Ringhofer non sia il tipo di persona che amereste frequentare. Veste come uno scout, passa le mattine in un negozio di fotocopie, la sera sta con il suo gruppo di preghiera e un paio di volte l'anno, durante i suoi digiuni ispirativi, vaga per la città con un registratore e un taccuino annotando qualunque idea gli venga in mente. Ultimamente ha preso a fare un po' di vita andando in tour con gli Illinoise Makers di Sufjan Stevens (evento che anziché dargli visibiltà ha sortito l'effetto opposto, trasformandolo nel "trombonista di Sufjan"), ma diciamo la verità: è quello che si direbbe un sempliciotto.
E invece, il genio artigiano di Ringhofer è capace di far dimenticare che i suoi album sono composti esclusivamente da lodi al Signore e di dirigerli tanto agli indiekids più tosti (beh, quasi) quanto al gruppo Madre Teresa dell'oratorio di Berkeley.
Può farlo perché si diverte: non canta inni in guisa solenne ma si fa accompagnare da "pappaparappa" e cori solari, e sa trasformare ogni istanza liturgica in una leggerissima pop song sul filo di un'esile base ritmica. Insomma, se siete di quelli che sopportano le canzoncine religiose soltanto a Natale, non avrete di che lamentarvi di "Halos and Lassos", a meno che non intendiate masochisticamente decifrare i testi dal fittissimo (e illeggibile) booklet.
Sì, perché quando John suggeriva che fossimo sul punto di individuare lo scopo dietro ai suoi dischi non avevamo idea di che cosa stesse parlando, ma ora il piano comincia a delinearsi: le citazioni del Libro lasciano posto ai sermoni, e come in fondo è giusto che sia, Ringhofer si rende utile alla sua comunità. E fa un altro paio di sorprese.

Chi lo scorso ottobre ha ascoltato la sparsa versione demo di "Rise to the Heavens on Evaporation" postata sul web, scoprirà (prima sorpresa) che la stessa canzone si trova su "Halos and Lassos" in versione praticamente identica. E non è la sola: Ringhofer sottopone tutto l'album ad un penitente processo di purificazione, rinuncia al 90% delle usuali sovrastrutture affidandosi a un minimo numero di strumenti (chitarra acustica, banjo, drum machine e una tastiera Casio per gli effettini aggiunti) e limitando all'essenziale il lavoro di post-produzione.
Il rischio di rovinare un bel giocattolo esisteva, e invece (seconda sorpresa) la nuova veste sonora giova enormenente al disco: la sparsità di Halos And Lassos preserva gli elementi migliori del suono HHC - la spontaneità, la resa melodica - ed è altresì utile ad esaltarne i suoni, dall'uso della voce e delle sovrapposizioni vocali a qualunque stranezza ispiri il musicista. Come un cuoco che abbia trovato un ingrediente magico, Ringhofer celebra la semplicità delle sue melodie infantili e garantisce al lavoro un'omogeneità sconosciuta ai pur serrati predecessori: le sinfonie tascabili del passato lasciano il posto a concisissime pop songs che si avvicendano senza interruzioni, la cui imprevedibilità giustifica la rinuncia alle strutture classiche della canzone. In "Halos" non c'è costruzione, ogni strofa è un refrain che si affaccia sul ritornello successivo, senza che si avverta alcun senso di incompletezza.
Nè è cambiato l'irrisolvibile caos della musica di Ringhofer: se prima i cori e le tentazioni sinfoniche richiamavano facili paragoni ai Beach Boys, oggi anche questa scorciatoia è negata, e HHC diventa uno di quei musicisti capaci di trionfare con la dispersiva semplicità del genio; con le stesse idee, l'amico Sufjan riempirebbe tre album compiendo un passo decisivo nella sua eplorazione degli USA, Ringhofer invece proprio non riesce a capitalizzare la propria straordinaria inventiva, che procede inarrestabile sino ai margini del disco.
E se l'uomo non conosce sottigliezza, le sue canzoni crescono ugualmente rivelando strati nascosti: melodie eseguono volteggi acrobatici, innocenti cantilene lasciano spazio a inediti impeti drammatici (la gestione degli spazi vuoti di "Eyes Peeled"). Un immenso bagaglio emozionale/musicale capace di imprimere immagini swing, folk, pop, beat e quant'altro alla massima velocità che la retina possa sopportare. Un miracolo?

Salvatore


 
 

Thy Is A Word And Feet Need Lamps
(Asthmatic Kitty, 2005)

 
 

Se il terzo album di Half-Handed Cloud ha finalmente una distribuzione italiana è merito degli exploit del compagno d'etichetta e amico Sufjan Stevens, che in questo disco siede a sorpresa dietro i tamburi. La farina invece è tutta del sacco di John Ringhofer, il cui vorticoso marchio di fabbrica è ben impresso in questo "Thy is a word and Feet Need Lamps" (sin dal titolo, evidentemente).
Vale la pena di ribadire che non c'è modo di riflettere, di concentrarsi sulla forma delle composizioni firmate Half-Handed Cloud; è l'autore stesso ad imporre una fruizione veloce e dispersiva delle sue gemme pop. Il suo talento vulcanico non è adatto alle fotografie: quello impresso sui solchi del CD non è che uno dei tanti schizzi possibili dell'infinita sinfonia che suona in loop nella mente di Ringhofer, ed è esso stesso inafferrabile, in movimento continuo.

Sul sottile confine tra genio e follia, Ringhofer ha dalla sua la capacità di semplificare le multicolori forme musicali che si affacciano alla sua mente, di divulgarne la complessità in forme afferrabili e semplificate che non rinunciano alla continua ricerca della perfezione armonica. A così breve distanza dall'uscita di "Smile" una meraviglia come "Let's go Javelin", inedita concentrazione di armonie e cori altissimi per chitarra acustica e coro, non può passare inosservata. Ma Ringhofer incide in una chiesa abbandonata anziché in uno studio da svariati milioni di dollari e quindi la sua arte si fa povera, scende al livello di noi comuni mortali. Gli infiniti archi si concentrano in un violoncello sovrapposto a note di tastiera, i cori affidati a un gruppi di amici montano sullo sfondo ("Ezekiel Bread"): l'originale idea di maestosità è distillata, trasmessa per fotogrammi senza che il risultato finale perda un'oncia della sua indomita bellezza. E Ringhofer appare grato del suo dono. Non ostenta il proprio talento, non lo nutre di illusioni: lo espone nudo e grezzo e lascia che arrivi per gradi, nella maniera più naturale possibile.

Sedici canzoni, la maggioranza delle quali si ferma prima dei due minuti (in tutto meno di mezz'ora di musica, per quanto non sembri umanamente possibile) nelle quali Ringhofer inventa, svetta, e ovviamente inciampa e s'ingarbuglia, non mancando mai di suscitare ammirazione. Lampi si susseguono all'ascolto, divisi tra il salmodiare svagato dei Polyphonic spree e la purezza armonica di Brian Wilson ma senza lasciarsi afferrare, come le immagini della Bibbia raffigurate in brevi bozzetti da testi, in una lucida follia tanto simile al padrone d'etichetta Broder Danielson. L'inizio, con i Grandaddy denudati (il falsetto!) di "You get a horseshoe", offre un'illusione di compiutezza pop subito sventata dal veloce e instabile susseguirsi d'immagini che arrivano ad alternare ottoni, archi, cori e chitarre acustiche in una sorta di fiaba fanciullesca. Tutto è connesso, come una immensa (molto più immensa di quanto il minutaggio suggerisca) sinfonia distopica, il lavoro di un adorabile folle.
La soddisfazione dell'ascoltatore è questione di immagini, di brandelli di canzone, che tuttavia soccombono di fronte alla grandezza dell'opera, al mastodontico affresco dipinto da Ringhofer. Thy is a word è un album che dà sicurezza, e certezze: è impossibile coglierne tutte le sfaccettature ma sapete che starà lì ad aspettarvi sino a quando sarete pronti, distillando sempre la giusta quantità di piacere sin dall'ascolto uno.
Un altro disco superbo. E siamo a tre.

Salvatore


 

 
 

We Haven't Just Been Told, We Have Been Loved
(Asthmatic Kitty, 2002)

 
 

Titolo indovinato per questo secondo lavoro di Half-Handed Cloud, one man project che propone un gustosissimo tipo di pop melodico minimale, come un Brian Wilson bambino entusiasta fra i suoi strumenti giocattolo (o preferibilmente scordati) che si animano in modo vorticoso e incontenibile.
Ventiquattro schegge ultra melodiche in trentatre minuti di durata nei quali suonano voci, tromboni, armonica, organi fino a. condizionatori d'aria.
Le voci(ne) sono sottotono o in falsetto, spesso a cappella simulano o rincorrono strumenti, si rispondono fra loro, si attorcigliano con fare scherzoso. Assieme a strumenti umorali scorrazzano gioiosamente come fossero a ricreazione, vanno a comporre brani completi oppure composti di sotto parti come le medley di un tempo.
Half-Handed Cloud aggiorna lo speed-pop di gruppi come Heavy Vegetable e Sex Clark Five, per chi li ricorda.
Gruppi frenetici di una decade (e passa) fa, che usavano dire tutto in un abbozzo o un'impressione, che mutuavano trame punk-core affidandole alla melodia e realizzando brevi ibride canzoni con frastornanti e incalzanti stacchi, cambi di passo, motivi complicati; l'impressione é che girassero a settantacinque giri.
We Haven't Just Been Told. fa proprio quel sistema, ancor più declinando verso la filastrocca.
E'sintetico nel senso che pressa gli elementi al minimo, comprimendoli come un file zip. In altre mani questa materia suonerebbe persino barocca.
Col trattamento di John Ringhofer si ottiene un effetto frastornante, un senso di fatalità e di incompiuto molto stuzzicante.

Fabio

Una di quelle cose che noi non americani non capiremo mai è il Christian rock. Ad esempio: vi è piaciuto Pedro The Lion? Bene, dovete sapere che è un rocker cristiano, che i suoi testi sono altrettanti inni a Gesù ed al Signore, e che secondo alcuni questo è (quasi) tutto quello che serve sapere di lui come artista. Fortuna che siamo in Italia, dove la musica ci raggiunge molto prima delle parole e ci esenta dal dover categorizzare gli artisti in base al "messaggio" (ma anche noi abbiamo avuto i "cantautori cristiani", no? Ve lo ricordate Paolo Barabani? Beh, non vi siete persi nulla).
Questa interminabile premessa serve ad introdurre Half-Handed Cloud, il moniker dietro al quale si nasconde John Ringhofer, polistrumentista di Knoxville, Tennessee e - a quanto apprendo - Christian popper. E devo ammettere che la scoperta mi ha influenzato, contro i miei stessi desideri: al primo ascolto questo "We haven't just been told, we have been loved" mi era sembrato un simpatico pastiche lo-fi di Beatles e musica per bambini, una versione acustica di quei Phenomenological Boys che hanno messo in fila per quattro volte la parola "melodia" nel titolo del loro album (e anche Ringhofer avrebbe avuto ogni diritto farlo, ma ha preferito citare Gesù); al secondo ascolto lo avevo già eletto "primo miglior disco in ritardo dell'anno 2002", al terzo mi godevo spensierato le ventiquattro caramelline pop a base di battimani, pianoforte, chitarra e cori che scivolano senza sforzo l'una nell'altra.
Poi mi è venuta voglia di saperne di più ed ecco la dura verità: tutto in questo disco, sin dal nome del gruppo, è estratto dalla Bibbia. Indie pop, lo-fi, pop da camera, diventano etichette insignificanti, sepolte da quello che pare un epitaffio: Christian rocker (anzi: popper). Non mi ero neppure accorto che una canzone meravigliosa collocata a metà disco, una riedizione dei migliori momenti dei Quasi, intona il ritornello "il regno del Signore, non sappiamo come crescerà". Insomma, il gusto è un po' cambiato, è stato come se avessi scoperto che le prossime canzoni degli Oasis parleranno tutte dei denti nuovi di Liam Gallagher: non è più la stessa cosa. Quindi fatemi un favore: se vi capita di ascoltare questo disco (il che può avvenire solo se ve lo procurate negli USA, dato che la distribuzione europea resta un miraggio al momento in cui scrivo) state lontani dai dettagli; concentratevi sulla musica, che è quanto di più sublime vi possa capitare di ascoltare nel 2003. Pop sopraffino senza un'oncia di sofisticazione, una sana ed ingenua follia nell'uso di strumentazione che include anche fischietti e pentolame, la capacità di esplicitare le melodie più belle dai tempi degli Olivia Tremor Control e una manciata di perle coronate dalla meraviglia di cui parlavo sopra ("We Don't Know How It Grows"). Perdetevi nelle magnifiche armonie di "We're Very Greatly Loved" senza badare al titolo, e dimenticate che la produzione, semplicemente perfetta nel dare coerenza ad un lavoro fatto di brevi abbozzi accostati l'un l'altro (24 canzoni in 33 minuti), è affidata a Daniel Smith della Danielson Family, un altro Gruppo Cristiano non meno valido degli Half-Handed Cloud o di Pedro The Lion. Se ci riuscite, avrete un disco imperdibile.

Salvatore