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John Ringhofer, residente
a Knoxville, Tennessee ma di nascita hawaiano, è un
multistrumentista, ambizioso e genialoide che innalza meravigliosi
canti pop al Signore. E' al suo secondo lavoro, per Asthmatic
Kitty Records, che per l'occasione ha edito l'esordio Learning
About Your Scale.
Voci e strumenti a mò di rappresentazione farsesca e sbarazzina,
una baruffa novelty pronipote di Frank Zappa (ma solo musicalmente).oppure
Half Japanese alle prese con la discografia dei Fab Four.
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E'
probabile che John Ringhofer non sia il tipo di persona che amereste
frequentare. Veste come uno scout, passa le mattine in un negozio
di fotocopie, la sera sta con il suo gruppo di preghiera e un paio
di volte l'anno, durante i suoi digiuni ispirativi, vaga
per la città con un registratore e un taccuino annotando qualunque
idea gli venga in mente. Ultimamente ha preso a fare un po' di vita
andando in tour con gli Illinoise Makers di Sufjan Stevens (evento
che anziché dargli visibiltà ha sortito l'effetto opposto, trasformandolo
nel "trombonista di Sufjan"), ma diciamo la verità: è quello che
si direbbe un sempliciotto.
E invece, il genio artigiano di Ringhofer è capace di far dimenticare
che i suoi album sono composti esclusivamente da lodi al Signore
e di dirigerli tanto agli indiekids più tosti (beh, quasi) quanto
al gruppo Madre Teresa dell'oratorio di Berkeley.
Può farlo perché si diverte: non canta inni in guisa solenne ma
si fa accompagnare da "pappaparappa" e cori solari, e sa trasformare
ogni istanza liturgica in una leggerissima pop song sul filo di
un'esile base ritmica. Insomma, se siete di quelli che sopportano
le canzoncine religiose soltanto a Natale, non avrete di che lamentarvi
di "Halos and Lassos", a meno che non intendiate masochisticamente
decifrare i testi dal fittissimo (e illeggibile) booklet.
Sì, perché quando John suggeriva che fossimo sul punto di individuare
lo scopo dietro ai suoi dischi non avevamo idea di che cosa stesse
parlando, ma ora il piano comincia a delinearsi: le citazioni del
Libro lasciano posto ai sermoni, e come in fondo è giusto che sia,
Ringhofer si rende utile alla sua comunità. E fa un altro paio di
sorprese.
Chi lo scorso ottobre ha ascoltato la sparsa versione demo di "Rise
to the Heavens on Evaporation" postata sul web, scoprirà (prima
sorpresa) che la stessa canzone si trova su "Halos and Lassos" in
versione praticamente identica. E non è la sola: Ringhofer sottopone
tutto l'album ad un penitente processo di purificazione, rinuncia
al 90% delle usuali sovrastrutture affidandosi a un minimo numero
di strumenti (chitarra acustica, banjo, drum machine e una tastiera
Casio per gli effettini aggiunti) e limitando all'essenziale il
lavoro di post-produzione.
Il rischio di rovinare un bel giocattolo esisteva, e invece (seconda
sorpresa) la nuova veste sonora giova enormenente al disco: la sparsità
di Halos And Lassos preserva gli elementi migliori del suono HHC
- la spontaneità, la resa melodica - ed è altresì utile ad esaltarne
i suoni, dall'uso della voce e delle sovrapposizioni vocali a qualunque
stranezza ispiri il musicista. Come un cuoco che abbia trovato un
ingrediente magico, Ringhofer celebra la semplicità delle sue melodie
infantili e garantisce al lavoro un'omogeneità sconosciuta ai pur
serrati predecessori: le sinfonie tascabili del passato lasciano
il posto a concisissime pop songs che si avvicendano senza interruzioni,
la cui imprevedibilità giustifica la rinuncia alle strutture classiche
della canzone. In "Halos" non c'è costruzione, ogni strofa
è un refrain che si affaccia sul ritornello successivo, senza che
si avverta alcun senso di incompletezza.
Nè è cambiato l'irrisolvibile caos della musica di Ringhofer: se
prima i cori e le tentazioni sinfoniche richiamavano facili paragoni
ai Beach Boys, oggi anche questa scorciatoia è negata, e HHC diventa
uno di quei musicisti capaci di trionfare con la dispersiva semplicità
del genio; con le stesse idee, l'amico Sufjan riempirebbe tre album
compiendo un passo decisivo nella sua eplorazione degli USA, Ringhofer
invece proprio non riesce a capitalizzare la propria straordinaria
inventiva, che procede inarrestabile sino ai margini del disco.
E se l'uomo non conosce sottigliezza, le sue canzoni crescono ugualmente
rivelando strati nascosti: melodie eseguono volteggi acrobatici,
innocenti cantilene lasciano spazio a inediti impeti drammatici
(la gestione degli spazi vuoti di "Eyes Peeled"). Un immenso bagaglio
emozionale/musicale capace di imprimere immagini swing, folk, pop,
beat e quant'altro alla massima velocità che la retina possa sopportare.
Un miracolo?
Salvatore
Se
il terzo album di Half-Handed Cloud ha finalmente una distribuzione
italiana è merito degli exploit del compagno d'etichetta e amico
Sufjan Stevens, che in questo disco siede a sorpresa dietro i tamburi.
La farina invece è tutta del sacco di John Ringhofer, il cui vorticoso
marchio di fabbrica è ben impresso in questo "Thy is a word and
Feet Need Lamps" (sin dal titolo, evidentemente).
Vale la pena di ribadire che non c'è modo di riflettere, di concentrarsi
sulla forma delle composizioni firmate Half-Handed Cloud; è l'autore
stesso ad imporre una fruizione veloce e dispersiva delle sue gemme
pop. Il suo talento vulcanico non è adatto alle fotografie: quello
impresso sui solchi del CD non è che uno dei tanti schizzi possibili
dell'infinita sinfonia che suona in loop nella mente di Ringhofer,
ed è esso stesso inafferrabile, in movimento continuo.
Sul sottile confine tra genio e follia, Ringhofer ha dalla sua la
capacità di semplificare le multicolori forme musicali che si affacciano
alla sua mente, di divulgarne la complessità in forme afferrabili
e semplificate che non rinunciano alla continua ricerca della perfezione
armonica. A così breve distanza dall'uscita di "Smile" una meraviglia
come "Let's go Javelin", inedita concentrazione di armonie e cori
altissimi per chitarra acustica e coro, non può passare inosservata.
Ma Ringhofer incide in una chiesa abbandonata anziché in uno studio
da svariati milioni di dollari e quindi la sua arte si fa povera,
scende al livello di noi comuni mortali. Gli infiniti archi si concentrano
in un violoncello sovrapposto a note di tastiera, i cori affidati
a un gruppi di amici montano sullo sfondo ("Ezekiel Bread"): l'originale
idea di maestosità è distillata, trasmessa per fotogrammi senza
che il risultato finale perda un'oncia della sua indomita bellezza.
E Ringhofer appare grato del suo dono. Non ostenta il proprio talento,
non lo nutre di illusioni: lo espone nudo e grezzo e lascia che
arrivi per gradi, nella maniera più naturale possibile.
Sedici canzoni, la maggioranza delle quali si ferma prima dei due
minuti (in tutto meno di mezz'ora di musica, per quanto non sembri
umanamente possibile) nelle quali Ringhofer inventa, svetta, e ovviamente
inciampa e s'ingarbuglia, non mancando mai di suscitare ammirazione.
Lampi si susseguono all'ascolto, divisi tra il salmodiare svagato
dei Polyphonic spree e la purezza armonica di Brian Wilson ma senza
lasciarsi afferrare, come le immagini della Bibbia raffigurate in
brevi bozzetti da testi, in una lucida follia tanto simile al padrone
d'etichetta Broder Danielson. L'inizio, con i Grandaddy denudati
(il falsetto!) di "You get a horseshoe", offre un'illusione di compiutezza
pop subito sventata dal veloce e instabile susseguirsi d'immagini
che arrivano ad alternare ottoni, archi, cori e chitarre acustiche
in una sorta di fiaba fanciullesca. Tutto è connesso, come una immensa
(molto più immensa di quanto il minutaggio suggerisca) sinfonia
distopica, il lavoro di un adorabile folle.
La soddisfazione dell'ascoltatore è questione di immagini, di brandelli
di canzone, che tuttavia soccombono di fronte alla grandezza dell'opera,
al mastodontico affresco dipinto da Ringhofer. Thy is a word è un
album che dà sicurezza, e certezze: è impossibile coglierne tutte
le sfaccettature ma sapete che starà lì ad aspettarvi sino a quando
sarete pronti, distillando sempre la giusta quantità di piacere
sin dall'ascolto uno.
Un altro disco superbo. E siamo a tre.
Salvatore
Titolo indovinato per questo
secondo lavoro
di Half-Handed Cloud, one man project che propone un gustosissimo
tipo di pop melodico minimale, come un Brian Wilson bambino entusiasta
fra i suoi strumenti giocattolo (o preferibilmente scordati) che
si animano in modo vorticoso e incontenibile.
Ventiquattro schegge ultra melodiche in trentatre minuti di durata
nei quali suonano voci, tromboni, armonica, organi fino a. condizionatori
d'aria.
Le voci(ne) sono sottotono o in falsetto, spesso a cappella simulano
o rincorrono strumenti, si rispondono fra loro, si attorcigliano
con fare scherzoso. Assieme a strumenti umorali scorrazzano gioiosamente
come fossero a ricreazione, vanno a comporre brani completi oppure
composti di sotto parti come le medley di un tempo.
Half-Handed Cloud aggiorna lo speed-pop di gruppi come Heavy Vegetable
e Sex Clark Five, per chi li ricorda.
Gruppi frenetici di una decade (e passa) fa, che usavano dire tutto
in un abbozzo o un'impressione, che mutuavano trame punk-core affidandole
alla melodia e realizzando brevi ibride canzoni con frastornanti
e incalzanti stacchi, cambi di passo, motivi complicati; l'impressione
é che girassero a settantacinque giri.
We Haven't Just Been Told. fa proprio quel sistema, ancor più declinando
verso la filastrocca.
E'sintetico nel senso che pressa gli elementi al minimo, comprimendoli
come un file zip. In altre mani questa materia suonerebbe persino
barocca.
Col trattamento di John Ringhofer si ottiene un effetto frastornante,
un senso di fatalità e di incompiuto molto stuzzicante.
Fabio
Una di quelle cose che noi non americani
non capiremo mai è il Christian rock. Ad esempio: vi è piaciuto
Pedro The Lion? Bene, dovete sapere che è un rocker cristiano, che
i suoi testi sono altrettanti inni a Gesù ed al Signore, e che secondo
alcuni questo è (quasi) tutto quello che serve sapere di lui come
artista. Fortuna che siamo in Italia, dove la musica ci raggiunge
molto prima delle parole e ci esenta dal dover categorizzare gli
artisti in base al "messaggio" (ma anche noi abbiamo avuto i "cantautori
cristiani", no? Ve lo ricordate Paolo Barabani? Beh, non vi siete
persi nulla).
Questa interminabile premessa serve ad introdurre Half-Handed Cloud,
il moniker dietro al quale si nasconde John Ringhofer, polistrumentista
di Knoxville, Tennessee e - a quanto apprendo - Christian popper.
E devo ammettere che la scoperta mi ha influenzato, contro i miei
stessi desideri: al primo ascolto questo "We haven't just been told,
we have been loved" mi era sembrato un simpatico pastiche lo-fi
di Beatles e musica per bambini, una versione acustica di quei Phenomenological
Boys che hanno messo in fila per quattro volte la parola "melodia"
nel titolo del loro album (e anche Ringhofer avrebbe avuto ogni
diritto farlo, ma ha preferito citare Gesù); al secondo ascolto
lo avevo già eletto "primo miglior disco in ritardo dell'anno 2002",
al terzo mi godevo spensierato le ventiquattro caramelline pop a
base di battimani, pianoforte, chitarra e cori che scivolano senza
sforzo l'una nell'altra.
Poi mi è venuta voglia di saperne di più ed ecco la dura verità:
tutto in questo disco, sin dal nome del gruppo, è estratto dalla
Bibbia. Indie pop, lo-fi, pop da camera, diventano etichette insignificanti,
sepolte da quello che pare un epitaffio: Christian rocker (anzi:
popper). Non mi ero neppure accorto che una canzone meravigliosa
collocata a metà disco, una riedizione dei migliori momenti dei
Quasi, intona il ritornello "il regno del Signore, non sappiamo
come crescerà". Insomma, il gusto è un po' cambiato, è stato come
se avessi scoperto che le prossime canzoni degli Oasis parleranno
tutte dei denti nuovi di Liam Gallagher: non è più la stessa cosa.
Quindi fatemi un favore: se vi capita di ascoltare questo disco
(il che può avvenire solo se ve lo procurate negli USA, dato che
la distribuzione europea resta un miraggio al momento in cui scrivo)
state lontani dai dettagli; concentratevi sulla musica, che è quanto
di più sublime vi possa capitare di ascoltare nel 2003. Pop sopraffino
senza un'oncia di sofisticazione, una sana ed ingenua follia nell'uso
di strumentazione che include anche fischietti e pentolame, la capacità
di esplicitare le melodie più belle dai tempi degli Olivia Tremor
Control e una manciata di perle coronate dalla meraviglia di cui
parlavo sopra ("We Don't Know How It Grows"). Perdetevi
nelle magnifiche armonie di "We're Very Greatly Loved" senza badare
al titolo, e dimenticate che la produzione, semplicemente perfetta
nel dare coerenza ad un lavoro fatto di brevi abbozzi accostati
l'un l'altro (24 canzoni in 33 minuti), è affidata a Daniel Smith
della Danielson Family, un altro Gruppo Cristiano non meno valido
degli Half-Handed Cloud o di Pedro The Lion. Se ci riuscite, avrete
un disco imperdibile.
Salvatore
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