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Due fratelli e due amici a Dublino. Storia nota, come quella volta alla fine dei Settanta. Fu uno showcase nel 2003 a gettarli in pasto a un lungimirante A&R londinese. Il tempo intercorso è speso a curare ogni particolare di questo esordio...

 

 

 
 

Discografia:

Hal(Rough Trade, 2005)

Sito Ufficiale:
www.halmusic.com

 
 

 

 
 

Hal
(Rough Trade, 2005)

 
 

Io ho un bug. E' la prima volta che lo confesso. Nonostante non sia mai stato particolarmente un amante dei falsetti -per quanto beach pop dei Sessanta abbia ascoltato, e assicuro che è tanto- ho fin da piccolo trovato attraenti i Bee Gees. (Caricaaat! Puntaaat!) Ma non solo e soprattutto non tanto quelli dei passaggi radio miei coevi, delle febbri delle tragedie delle notti del living in a world of fools breaking on down; quanto quelli primevi, da 'Massachussets' a 'Words', ad 'I started a joke', 'To love somebody' e così via. Trovo in questi aussie una strada pop cristallina e strappacuore, verace anche se presto coperta di soldi.
Il pistolotto per introdurre questi dandy irlandesi, che hanno recapitato un'aria se non nuova almeno diversa, come cambiare stanza, come cambiare Paese. In comune coi Gibb il modo di cantare -per gross(olan)i tratti, ben inteso: "Coming right over" l'esempio preclaro- ma anche un'atmosfera mielosa e pomeridiana, distesa e assorta, beatlesiana nella scrittura e americana (aperta) nei panorami. Una beltà, dunque.
Loro stessi si vedono come reclusi, nel comporre, fra le mura intime della sala, per non dire della living room. E nel tempo, in quella sfera retrò che quando la si va a rimestare è sempre foriera di pregevolezze prima scognite. Poi magari se ne escono con un ballroom hit come in un altro pianeta potrebbe essere 'Play the hits' ("take a look at those guys, when they play the hits on the radio"), lavorato con Edwyn "mito" Collins, e allora ogni teoria sulla tristezza autoindotta va (quasi) a farsi benedire.
Quando una canzone è costruita sul pianoforte tocca giocoforza tasti proibiti alla chitarra (e viceversa), quando benchè pop si faccia effettare (le convulsioni di 'What a lovely dance') in discreta abbondanza, tanto da apparire orchestrale, allora non è ardimentoso parlare di artificio, di emozione studiata, di bellezza tanto trasparente più il suono si fa caldo e attorniante.
Un unicum, al momento, almeno fra le realtà appena appena emerse. Dietro una impressione di fragilità ('I sat down' nasconde fremiti ABBA dietro la crosticina brulée) si stagliano personalità armoniose che anche quando fanno tenere il fazzoletto in mano -'My eyes are sore', ristoro preferenziale per chi ama troppo 'A day in the life' - non mancano l'invito dolciastro alla sdrammatizzazione: Delays e Thrills sbucano qua e là.
Un altro passo, definitely, verso la perfetta composizione pop: se Neil Hannon e Oscar Wilde fossero seduti allo stesso tavolo, nel 2005, accompagnerebbero la conversazione con l'ascolto di questo disco.

Enrico