Due fratelli e due amici a Dublino.
Storia nota, come quella volta alla fine dei Settanta. Fu
uno showcase nel 2003 a gettarli in pasto a un lungimirante
A&R londinese. Il tempo intercorso è speso a curare ogni particolare
di questo esordio... |
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Io ho un bug. E' la prima
volta che lo confesso. Nonostante non sia mai stato particolarmente
un amante dei falsetti -per quanto beach pop dei Sessanta abbia
ascoltato, e assicuro che è tanto- ho fin da piccolo trovato attraenti
i Bee Gees. (Caricaaat! Puntaaat!) Ma non solo e soprattutto
non tanto quelli dei passaggi radio miei coevi, delle febbri delle
tragedie delle notti del living in a world of fools breaking on
down; quanto quelli primevi, da 'Massachussets' a 'Words', ad 'I
started a joke', 'To love somebody' e così via. Trovo in questi
aussie una strada pop cristallina e strappacuore, verace
anche se presto coperta di soldi.
Il pistolotto per introdurre questi dandy irlandesi, che hanno recapitato
un'aria se non nuova almeno diversa, come cambiare stanza, come
cambiare Paese. In comune coi Gibb il modo di cantare -per gross(olan)i
tratti, ben inteso: "Coming right over" l'esempio preclaro-
ma anche un'atmosfera mielosa e pomeridiana, distesa e assorta,
beatlesiana nella scrittura e americana (aperta) nei panorami. Una
beltà, dunque.
Loro stessi si vedono come reclusi, nel comporre, fra le mura intime
della sala, per non dire della living room. E nel tempo, in quella
sfera retrò che quando la si va a rimestare è sempre foriera di
pregevolezze prima scognite. Poi magari se ne escono con un ballroom
hit come in un altro pianeta potrebbe essere 'Play the hits' ("take
a look at those guys, when they play the hits on the radio"), lavorato
con Edwyn "mito" Collins, e allora ogni teoria sulla tristezza autoindotta
va (quasi) a farsi benedire.
Quando una canzone è costruita sul pianoforte tocca giocoforza tasti
proibiti alla chitarra (e viceversa), quando benchè pop si faccia
effettare (le convulsioni di 'What a lovely dance') in discreta
abbondanza, tanto da apparire orchestrale, allora non è ardimentoso
parlare di artificio, di emozione studiata, di bellezza tanto trasparente
più il suono si fa caldo e attorniante.
Un unicum, al momento, almeno fra le realtà appena appena emerse.
Dietro una impressione di fragilità ('I sat down' nasconde fremiti
ABBA dietro la crosticina brulée) si stagliano personalità armoniose
che anche quando fanno tenere il fazzoletto in mano -'My eyes are
sore', ristoro preferenziale per chi ama troppo 'A day in
the life' - non mancano l'invito dolciastro alla sdrammatizzazione:
Delays e Thrills sbucano qua e là.
Un altro passo, definitely, verso la perfetta composizione
pop: se Neil Hannon e Oscar Wilde fossero seduti allo stesso tavolo,
nel 2005, accompagnerebbero la conversazione con l'ascolto di questo
disco.
Enrico
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